Salta al contenuto principale
  • BUONGIORNO ITALIA! La nostra felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo ogni cadutaConfucio

Sacchetti biocompostabili, vincono i consumatori: si possono portare da casa

di Cristina Colombera
Lo ha stabilito il Consiglio di Stato. “Se le buste reperite autonomamente fuori dal locale commerciale sono idonee non è possibile vietarne l'utilizzo”, scrivono i giudici. Sono ammessi anche i contenitori alternativi, purché biodegradabili
Sì ai sacchetti biodegradabili portati da casa

Il Consiglio di Stato mette un punto fermo sulla polemica che, da inizio anno, ha tenuto nell’occhio del ciclone i sacchetti bio monouso imposti a pagamento, per legge, quando andiamo a comperare frutta e verdura: in favore dell’ambiente ma a carico dei clienti.

I consumatori, infatti, potranno portare da casa e riutilizzare le loro borse purché biodegradabili. “Se le buste reperite autonomamente fuori dal locale commerciale sono idonee - scrivono i giudici - non è possibile vietarne l'utilizzo”.

sacchetto cartaDi più: si potranno usare anche contenitori alternativi alle buste in plastica, purché idonei a contenere frutta e verdura e gli operatori del settore alimentare saranno obbligati a consentirne l’uso.

Vince quindi il popolo delle polemiche vibranti, delle proteste creative, dei tumulti sui social network e della carrellata di meme e vignette ironiche sull’argomento.

Più o meno tutti concordavano su un punto: la libertà di scelta.

E ora, finalmente, si potrà scegliere se acquistare i sacchetti bio per proprio conto o trovare soluzioni alternative, purché adatte a contenere gli alimenti.

Resta un punto fermo, quindi, il rispetto dei requisiti che impone la normativa: le borse bio e le loro alternative dovranno essere nuove e conformi alla norma sui materiali a contatto con gli alimenti.  

sacchetti multiusoLa questione ha tenuto banco all’inizio dell’anno, quando è entrata in vigore la legge che impone l’uso di sacchetti biodegradabili, compostabili e pagamento, col Decreto Mezzogiorno (legge 123/2017) che ha recepito la Direttiva UE n. 2015/720, messa a punto nel rispetto del principio ‘chi inquina paga’ e tutti i Paesi Ue, ad eccezione di Spagna e Romania, avevano già notificato le misure con cui recepiscono la direttiva.

Ora il Consiglio di Stato mette la parola fine alla questione con il parere numero 859 richiesto peraltro dal Ministero della Salute.

In sintesi. Il parere, reso nell'adunanza del 21 marzo e pubblicato il 29 marzo, sottolinea che bisogna contemperare le esigenze del consumatore con quelle di tutela della sicurezza ed igiene degli alimenti.  “Fermo restando il primario interesse alla tutela della sicurezza ed igiene degli alimenti, è possibile per i consumatori utilizzare nei soli reparti di vendita a libero servizio (frutta e verdura) sacchetti monouso nuovi dagli stessi acquistati al di fuori degli esercizi commerciali, conformi alla normativa sui materiali a contatto con gli alimenti, senza che gli operatori del settore alimentare possano impedire tale facoltà né l’utilizzo di contenitori alternativi alle buste in plastica, comunque idonei a contenere alimenti quale frutta e verdura, autonomamente reperiti dal consumatore; non può  inoltre escludersi, alla luce della normativa vigente, che per talune tipologie di prodotto uno specifico contenitore non sia neppure necessario”.

Il consumatore potrà acquistare le borse di plastica fuori dal supermercato. Per il Consiglio di Stato “il legislatore ha elevato le borse in plastica ultraleggere utilizzate per la frutta e verdura all’interno degli esercizi commerciali a prodotto che “deve” essere compravenduto. In questa ottica, la borsa, per legge, è un bene avente un valore autonomo ed indipendente da quello della merce che è destinata a contenere”. Partendo da questo assunto, per il Consiglio di Stato “l’utilizzo e la circolazione delle borse in questione – in quanto beni autonomamente commerciabili – non possono essere sottratte alla logica del mercato. Per tale ragione, non sembra consentito escludere la facoltà del loro acquisto all’esterno dell’esercizio commerciale nel quale saranno poi utilizzate, in quanto, per l’appunto, considerate di per sé un prodotto autonomamente acquistabile, avente un valore indipendente da quello delle merci che sono destinate a contenere. In questa prospettiva, è dunque coerente con lo strumento scelto dal legislatore la possibilità per i consumatori di utilizzare sacchetti dagli stessi reperiti al di fuori degli esercizi commerciali nei quali sono destinati ad essere utilizzati”.

Lunga vita alla carta. Il pagamento della bioshopper  vuole incentivare anche l’uso di materiali alternativi e meno inquinanti, prima di tutto la carta. Da questo deriva, prosegue il Consiglio di Stato, che “deve certamente ammettersi la possibilità di utilizzare – in luogo delle borse ultraleggere messe a disposizioni, a pagamento, nell’esercizio commerciale – contenitori alternativi alle buste in plastica, comunque idonei a contenere alimenti quale frutta e verdura, autonomamente reperiti dal consumatore; non potendosi inoltre escludere, alla luce della normativa vigente, che per talune tipologie di prodotto uno specifico contenitore non sia neppure necessario”.

Gli obblighi dell’esercente. In ogni caso, negozi e supermercati devono garantire il rispetto della normativa sull’igiene e la sicurezza alimentare. Ciascun esercizio commerciale sarà dunque tenuto “alla verifica dell’idoneità e della conformità a legge dei sacchetti utilizzati dal consumatore, siano essi messi a disposizione dell’esercizio commerciale stesso, siano essi introdotti nei locali autonomamente dal consumatore – spiega il Consiglio di Stato – in quanto soggetto che deve garantire l’integrità dei prodotti ceduti dallo stesso, può vietare l’utilizzo di contenitori autonomamente reperiti dal consumatore solo se non conformi alla normativa di volta in volta applicabile per ciascuna tipologia di merce, o comunque in concreto non idonei a venire in contatto con gli alimenti”.

Bioshopper, sensibilità all’ambiente, riciclo e la petizione di Greenpeace. Il Consiglio di Stato, nel parere del 29 marzo, prende atto che “la necessaria onerosità della borsa risponde alla finalità di sensibilizzare il consumatore relativamente all’utilizzo della borsa in materiale plastico, in quanto prodotto inquinante, inducendolo a farne un uso oculato e parsimonioso, potendo oltretutto la stessa essere riutilizzata in ambito domestico per le finalità più varie”.

Proprio in questi giorni Greenpeace ha lanciato sul suo sito una petizione per chiedere ai grandi gruppi dell'alimentare e dei detersivi di smettere di usare imballaggi di plastica monouso, che in gran parte non vengono riciclati e finiscono per inquinare l'ambiente.

"Riciclare non basta più - si legge nella petizione - questa è una crisi urgente e grave che molte grandi aziende hanno contribuito a creare, riempiendo con i loro prodotti e imballaggi in plastica usa-e-getta le nostre case, le nostre vite. E di conseguenza, i nostri mari". "Per anni ci è stato detto che riciclare è la soluzione - prosegue il documento - la verità è che oltre il 90% della plastica non è mai stata riciclata! Produciamo sempre più plastica e il riciclo da solo non basta. Riciclare è un gesto importante, ma la responsabilità di questo disastro non può essere scaricata sui cittadini: se il mare è pieno di plastica la colpa è soprattutto di chi per profitto continua a produrla, venderla e utilizzarla, anche se non necessaria".