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Home Salute

Smart sì, ma a volte inquieti. Il lavoro a casa ci trasforma

by Redazione
14 Luglio 2020
in Salute
Reading Time: 3 mins read
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Come sempre, attentissimi a quello che si desidera. Pre-pandemia lavorare da casa a molti pareva un sogno. Ora lo smart working è una pratica consolidata con alcune aziende (Twitter, Facebook&co) che, contente di risparmiare sull’affitto di enormi uffici, dichiarano di volerla adottare per sempre. E l’entusiasmo iniziale sta calando. Anche perché in molti casi si tratta più che altro di home working, che è qualcosa di diverso: lavoro da casa ma con le stesse logiche, tutt’altro che smart e flessibili, del vecchio modello impiegatizio. Senza contare l’impatto su interi quartieri svuotati, con ripercussioni sul mercato immobiliare e sul commercio.

Secondo il «New York Times», lo smart working è stato sopravvalutato: aumenta sì la produttività, ma creatività e nuovi stimoli si perdono, passando ore da soli in salotto. E in certi casi gli effetti collaterali sulla salute non sono roba da poco. Senso di isolamento, «burnout», paranoia e fatica digitale sono tra i disturbi. Una ricerca della Cornell University aveva rilevato già in tempi non sospetti che i lavoratori da remoto hanno più probabilità di sentirsi personalmente e professionalmente isolati rispetto ai colleghi in ufficio. L’isolamento sociale è stato associato ad aumenti significativi sia nel rischio di mortalità sia di infarto o ictus.

Ulteriori studi hanno collegato l’isolamento sociale a depressione e problemi del sonno. Da non trascurare nemmeno una forma di esaurimento: saltando i confini tra tempo privato e produttivo, la sensazione è di lavorare in ogni momento della giornata. Succede anche di sentirsi un po’ in colpa e obbligati a fare di più per dimostrare di essere produttivi. Per non parlare delle donne, che già normalmente si fanno carico del 75% del «care giving» non pagato: per loro il telelavoro è stato più che altro una doppia o anche tripla occupazione, con i bambini a casa da scuola. Tanto che il «New York Times» spiega che nella «Covid-19 Economy» puoi avere un figlio o un lavoro, non entrambi.

«Si è verificato un incremento dei problemi di salute mentale durante la quarantena», ci spiega Giuseppe Carrà, docente di Psichiatria all’Università Milano Bicocca e direttore del dipartimento di Salute mentale e dipendenze all’Asst Nord Milano. «Disturbi con sintomi ansiosi e depressivi hanno riguardato anche i lavoratori in smart working e le categorie diagnostiche abituali vengono un po’ meno: passare 50 ore a settimana chiusi a casa a lavorare non si può considerare un evento ordinario. Ci siamo trovati immersi in un flusso indistinto di informazioni mediate dalla tecnologia, in cui la carenza di stimoli sensoriali e relazionali, quelli che il contesto tradizionale di lavoro garantiva, ha alterato anche il funzionamento cognitivo. Così, se il telelavoro è stato celebrato nella prima fase della pandemia, in tanti si sono trovati a esprimere disagio e quasi sofferenza al riguardo».

C’è, tuttavia, c’è una profonda differenza generazionale. «Per gli ultra 50enni – aggiunge – è stata più dura, anche per una minore flessibilità cognitiva, il cui calo è fisiologico. Nei più giovani, invece, la socialità era già molto orientata sul digitale e quindi la mancanza fisica nel contesto lavorativo è stata avvertita di meno. Elemento critico dello smart working è l’assenza di confini: in termini spaziali, per cui salta la distinzione tra privato e pubblico, e anche temporali, con l’orario di lavoro che diventa un flusso continuo. Chiusi in questo bozzolo, si vive in attesa di un qualsiasi stimolo esterno, una mail o una notifica di whatsapp. E l’aspettativa sulle performance è paradossalmente superiore».

C’è poi il fattore paranoia: in tempi normali, quando si aveva la sensazione che qualcosa non fosse ok, ci si poteva confrontare faccia a faccia con un collega, ma in mancanza dei soliti feedback informali l’ambiguità delle informazioni finisce per far maturare preoccupazioni per problemi che non esistono. Secondo Roderick Kramer, professore alla Stanford University, il fattore scatenante della paranoia può essere legato a eventi imprevisti come una fusione o un licenziamento. Per colmare il vuoto di incertezza – spiega al «Financial Times» – le persone tendono a diventare «ipervigilanti».

A questi disagi psicologici si aggiungono quelli fisici, dovuti al fatto che ci si è spostati da una postazione professionale al tavolo della cucina, con un’illuminazione scadente, posture sbagliate e abuso di auricolari. Insomma, il telelavoro è bocciato? Assolutamente no.

Ci sono anche degli effetti positivi e un bilancio più completo si potrà tirare solo in situazione di ritrovata (si spera) normalità. Ma più di uno studio già evidenzia che, stando a casa, si tende, per esempio, a mangiare meglio e a fare più esercizio fisico. Inoltre si perde meno tempo nel traffico, abolendo quel quotidiano tragitto casa-ufficio che può essere anche stressante.

Così, probabilmente, il futuro del lavoro sarà ibrido: non solo lavoro da casa, ma più flessibilità e soprattutto il superamento di una cultura ormai fossilizzata che misura le prestazioni solo in base al tempo lavorato. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fonte www.lastampa.it

Tags: Tuttosalute
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