Poiché il calcio si presta agli slogan, la semplificazione più scontata del derby con cui il Milan ha interrotto la quadriennale astinenza di vittorie sull’Inter è che Ibrahimovic, dopo avere battuto il coronavirus, abbia appunto battuto anche l’Inter proprio perché non lo spaventa niente e nessuno. Il corollario è stato simbolico: per colpa delle restrizioni legate al coronavirus non ha poi potuto firmare autografi, né prestarsi al rito dei selfie. Una trentina di tifosi aspettavano fuori dai cancelli di San Siro il van col loro idolo a bordo e lui non ha potuto abbassare il finestrino: si è limitato a una benedizione accennata dietro il vetro, oscurato sì ma non abbastanza per impedire il riconoscimento del noto profilo e i conseguenti cori di esultanza. La scena – la star che benedice la folla – era a suo modo hollywoodiana.
Del resto Ibra, da quando è tornato dalle due stagioni a Los Angeles, non disdegna i riferimenti californiani. Dopo essersi paragonato in quanto campione di straordinaria longevità al personaggio di Francis Scott Fitzgerald, Benjamin Button che nasce vecchio e muore giovane, dopo la doppietta nel derby ha argomentato come l’attuale successo sia figlio proprio dell’esperienza americana: chiusa la parentesi per lui interlocutoria al Manchester United, era andato ai Los Angeles Galaxy per sentirsi “vivo e per ripartire da zero” e dalla Hollywood del calcio è dunque poi ripartito verso l’Europa, complice un discorso chiarificatore col suo agente Mino Raiola, uomo di innegabile pragmatismo, nonché moltiplicatore di ingaggi: “Mino mi disse che sarebbe stato troppo facile chiudere la carriera in America e che avrei dovuto rimettermi in gioco in Europa. Bene, risposi io: dov’è che hanno più bisogno di me?”.
Era dicembre 2019 e oggi la risposta appare più retorica della domanda, visto l’esito del ritorno del campione al Milan, dove la sua sola presenza ha garantito da subito effetti taumaturgici. L’ineffabile Zlatan, fresco trentanovenne, li ha elencati con sintesi impeccabile. Il primo è stato la trasformazione della tremebonda squadra, per lo più formata da giovani illanguiditi dall’autocommiserazione per le sconfitte o comunque per le mancate vittorie, in un gruppo che conferma quotidianamente l’equazione sportiva classica: nulla s’improvvisa e la fatica paga: “Come ti alleni giochi la partita. Non accetto quando uno si rilassa in allenamento. Io ho ancora fame di vittorie, non è una questione di età. Mi sento più completo di quand’ero giovane. La partita ti presenta momenti e situazioni che si ripetono e che io conosco. Però è decisivo l’allenamento. Se non ti alleni al 200 per cento, non puoi giocare al 200 per cento”. E’ la teoria in base alla quale l’atleta supera i propri limiti solo se spinge la soglia sempre un po’ più in là a cominciare dall’allenamento: se un fenomeno come Bolt poteva correre i 100 metri sempre sotto i 10 secondi in scioltezza, era perché riproduceva in gara le prestazioni provate in pista senza avversari.
Il secondo effetto dell’arrivo di Ibra a Milanello è stato la capacità di trascinare i compagni e di indurli a non accontentarsi: lo scudetto non è impossibile: “Giochiamo di collettivo: uno per tutti e tutti per uno. Ma non è mica finita qui e la squadra deve capirlo. Lo scudetto? Chi crede in una possibilità può fare tutto”. Il terzo effetto è stato il lancio di Leao: “E’ un grandissimo talento: dipende tutto da lui. Solo lui può sapere che cosa vuole fare e sta facendo grandi cose in campo”. Il quarto e ultimo effetto, infine, è che il Milan non può più nascondere a se stesso di avere bisogno in campo del suo tutore trentanovenne. Perché giochi fino a 40 anni e oltre servirà un nuovo contratto fino al 2022. Mino Raiola, uomo di innegabile pragmatismo, nonché moltiplicatore d’ingaggi e procuratore anche di Donnarumma e Ibrahimovic, è già entrato in scena.
Fonte www.repubblica.it











