di Sandra Caschetto
L’Italia continua a perdere nascite e ad accumulare incertezza sul proprio futuro. I dati più recenti confermano una tendenza ormai strutturale: nel 2025 sono venuti al mondo appena 355 mila bambini, mentre il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, uno dei livelli più bassi mai registrati. Parallelamente cresce il peso della popolazione anziana, che rappresenta ormai oltre un quarto dei residenti.
Ma ridurre la questione della denatalità a una semplice scelta individuale sarebbe un grave errore di lettura. Dietro il crollo delle nascite non c’è una presunta mancanza di desiderio di maternità o paternità. Al contrario, milioni di persone rinunciano ai propri progetti familiari perché non intravedono condizioni economiche e sociali sufficientemente stabili per costruire il futuro.
L’incertezza lavorativa, i salari insufficienti, il costo della vita e la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia rappresentano oggi i principali ostacoli alla natalità. Oltre sei persone su dieci che hanno rinunciato ad avere figli indicano proprio nell’instabilità economica e nella mancanza di prospettive la causa principale della loro scelta.
In questo scenario il lavoro femminile assume un ruolo centrale. Non esiste una strategia credibile contro l’inverno demografico che non passi attraverso la piena valorizzazione dell’occupazione delle donne. Le esperienze europee lo dimostrano chiaramente: dove le donne possono contare su occupazioni stabili, salari adeguati e servizi di welfare efficienti, la natalità resiste meglio. Dove invece prevalgono precarietà, discontinuità lavorativa e carenza di servizi, diminuiscono sia le opportunità professionali sia la possibilità di costruire una famiglia.
La realtà racconta ancora troppe disuguaglianze. Le donne continuano a essere più esposte al lavoro precario, ai contratti part-time involontari e a percorsi professionali frammentati. A ciò si aggiunge un persistente divario salariale che limita l’autonomia economica e rende più difficile programmare scelte di vita a lungo termine.
Le conseguenze sono evidenti. Quando il lavoro è incerto e il reddito insufficiente, avere un figlio diventa una sfida che molte coppie rinviano o abbandonano. È il cosiddetto “fertility gap”: il divario tra il numero di figli che le persone desidererebbero avere e quelli che riescono effettivamente a mettere al mondo.
A pesare è anche una distribuzione ancora fortemente squilibrata delle responsabilità di cura. Troppo spesso le madri si trovano a camminare su un filo sospeso tra lavoro, famiglia e assistenza ai figli. Una condizione che rischia di trasformare la genitorialità in un percorso individuale anziché in una responsabilità condivisa dalla comunità.
I bambini non sono una questione privata. Rappresentano un bene collettivo e il loro benessere riguarda l’intera società. Per questo servono politiche capaci di sostenere concretamente le famiglie: più asili nido, servizi educativi accessibili, tempo pieno scolastico, congedi parentali equamente distribuiti, strumenti di conciliazione tra vita e lavoro e interventi efficaci per ridurre il gender pay gap.
Non bastano bonus temporanei o misure frammentarie. Occorre una strategia strutturale che metta al centro il lavoro di qualità, la parità di genere e un welfare moderno e inclusivo. È questa la vera politica per la natalità.
La sfida demografica non riguarda soltanto il numero delle nascite. Riguarda la sostenibilità del sistema pensionistico, la tenuta del sistema sanitario, il futuro della scuola, la crescita economica e la coesione sociale del Paese.
Investire sulle donne significa investire nel futuro dell’Italia. Significa creare le condizioni affinché ogni persona possa scegliere liberamente di costruire una famiglia senza dover rinunciare alle proprie aspirazioni professionali ed economiche.
La natalità non si rilancia chiedendo alle donne di fare più figli. Si rilancia garantendo loro più diritti, più opportunità, più servizi e più libertà. Senza lavoro di qualità e senza welfare non c’è futuro. Né per le famiglie, né per il Paese.









