
C’è un po’ di maretta negli uffici italiani di Spencer Stuart, colosso della consulenza americana tra i più noti e richiesti cacciatori di teste cui si rivolgono aziende di rango e la stessa politica (di recente ne ha fatto ampio uso il governo Renzi) quando deve scegliere i manager destinati a guidare le partecipate. Succede che tra Carlo Corsi, in Spencer dal 1995, per anni l’uomo più rappresentativo e conosciuto nelle stanze del potere nonché presidente della società, e l’astro nascente Luigi Paro, l’ad da cui dipendono operativamente gli uffici di Milano e Roma, ci siano dei dissapori. Molti manager infatti lamentano le modalità di interlocuzione di quest’ultimo, tanto affabile e complimentoso nei modi quanto rapido poi nell’eclissarsi senza dare seguito ai discorsi intrapresi. Dirigenti contattatati per posizioni chiave, è successo agli ad di primarie aziende, i cui brillanti curriculum però poi restavano nel cassetto senza che nessuno desse loro una spiegazione.
MALUMORI PER L’APPROCCIO DELL’AD
Siccome Spencer Stuart è tra i cacciatori di teste uno dei più reputati sul mercato, la cosa ha creato qualche malumore. E qualcuno si è lamentato con Corsi, manifestando non poche perplessità sulle modalità di approccio dell’intraprendente Paro. Corsi, la cui casa romana è meta di frequentazioni di politici, banchieri e top manager, non avrebbe gradito molto i rilievi. Di qui i dissidi con Paro, che molti hanno letto anche come l’inevitabile scontro tra la vecchia scuola, più felpata e costruita su solide relazioni maturate nel tempo e nell’ombra, e Paro, amministratore delegato della filiale italiana, il quale in una recente intervista a Repubblica aveva dichiarato come fosse fondamentale regalare ai nuovi talenti manageriali, oltre che uno stipendio, un sogno. Che però, se resta un’illusione, a poco serve.
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