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Isole Tremiti, il sindaco vieta stoviglie e contenitori in plastica

Provvedimento necessario dopo i dati della ricerca dell’Istituto di Scienze marine del Cnr di Genova, dall’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, che ha lanciato l’allarme sulla presenza di microplastiche nelle acque cristalline

Niente stoviglie e contenitori in plastica alle Isole Tremiti. Il sindaco Antonio Fentini ha firmato l’ordinanza con la quale dal primo maggio vieta le stoviglie in plastica come piatti, bicchieri, posate e contenitori vari. I commercianti e i clienti che non la rispetteranno riceveranno una sanzione dai 50 ai 500 euro.

L’ordinanza non prevede però il divieto delle bottiglie in plastica, sulle quali il primo cittadino ha spiegato a Repubblica  “è ancora complesso da orchestrare, ma magari ci arriveremo”.

L’ordinanza riveste particolare importanza dopo i dati disastrosi emersi dalla ricerca effettuata dall’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova (Ismar), dall’Università Politecnica delle Marche (Univpm) e da Greenpeace Italia, secondo la quale nelle acque delle Diomedee si registrano livelli di microplastiche come quelli dell’oceano Pacifico.

Il 23 aprile scorso, infatti, sono stati resi noti i risultati di una ricerca secondo la quale “nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti”, frutto dei campionamenti nelle nostre acque realizzati durante il tour Meno Plastica più Mediterraneo della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior, che la scorsa estate ha visitato le coste del Mediterraneo.

Preoccupante è il fatto che concentrazioni cosi elevate di microplastiche siano evidenti anche nel Mediterraneo, un bacino semi-chiuso fortemente antropizzato, con un limitato riciclo d’acqua che ne consente l’accumulo.

Da dove arrivano le microplastiche. Quelle primarie derivano principalmente da prodotti per l’igiene personale come cosmetici, creme, dentifrici o materie prime come pellet o polveri utilizzate per la produzione di materiali plastici. Le secondarie derivano invece dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che le microplastiche secondarie contengano additivi chimici come gli ftalati. La campagna ha permesso di analizzare campioni di acqua di mare prelevata in 19 stazioni lungo la costa italiana, da Genova ad Ancona. I prelievi sono stati effettuati sia in zone sottoposte a un forte impatto antropico – foci di fiumi e porti – sia in aree marine protette.

I risultati indicano che l’inquinamento da plastica non conosce confini e che i frammenti si accumulano anche in aree protette o in zone teoricamente lontane da sorgenti di inquinamento – ha dichiarato Francesca Garaventa, responsabile Ismar-Cnr dei campionamenti – infatti, nella stazione di Portici a Napoli, zona a forte impatto antropico, si trovano valori di microplastiche pari a 3,56 frammenti per metro cubo ma valori non molto inferiori – 2,2 – si trovano anche alle Isole Tremiti”.

I dati raccolti confermano che i nostri mari stanno letteralmente soffocando sotto una montagna di plastica e microplastica, per lo più derivante dall’uso e dalla dispersione di articoli monouso – ha commentato Serena Maso di Greenpeace – per invertire questo drammatico trend bisogna intervenire alla fonte, ovvero la produzione. Il riciclo non è la soluzione e sono le aziende responsabili che devono farsi carico del problema, partendo dall’eliminazione della plastica usa e getta”.

 

 

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