Sei donne e un uomo: sono i vincitori del premio ambientalista Goldman Environmental Prize 2018. Ciascuno di loro agisce in una diversa regione del mondo. Vediamo cosa fanno e quali risultati hanno ottenuto con le loro iniziative

I Goldman Environmental Prize sono premi dedicati ogni anno a militanti ecologisti che si sono distinti nella loro attività in favore dell’ambiente. Istituiti nel 1989 da due coniugi filantropi, Richard e Rhoda Goldman, oggi – dopo la scomparsa dei due – i premi vengono assegnati da una fondazione privata e sono considerati, per il loro prestigio, i “Nobel dell’ecologia”.
Ogni anno ne vengono assegnati 6, uno per ciascuna regione del mondo secondo il criterio scelto dai fondatori: Europa, Nord America, Centro/Sud America, Asia, Africa e Nazioni Insulari (quest’anno, le Filippine). Ma i premiati di quest’anno sono 7 perché in un continente (Africa) sono state premiate due donne che hanno cogestito la stessa iniziativa.

Vediamo chi sono i vincitori 2018 e perché hanno meritato il premio.

Europa (Francia): Claire Nouvian (nella foto in alto). Da sempre attiva nel campo della difesa degli oceani e della vita marina, Nouvian prima ha condotto con successo una campagna contro la pratica distruttiva della pesca con reti a strascido di profondità, poi è riuscita a far cambiare pratica di pesca (e di vendita del pesce) al gigante dei supermarket francesi Intermarché, infine è riuscita a far cambiare politica alla Francia stessa, che ha sostenuto il bando della pesca a strascico di profondità, vincendo questa battaglia nella Unione Europea.

Africa (Sud Africa): Makoma Lekalakala e Liz McDaid. Dirigono due ong ecologiste, rispettivamente Earthlife Africa SafceiNel 2014 l’organizzazione Earthlife scopre un accordo segreto tra il governo sudafricano e la Russia per la costruzione di una decina di centrali nucleari (un affare da circa 80 miliardi di dollari). Le due attiviste lanciano insieme una campagna di informazione e sit-in in tutto il Paese e sottopongono l’accordo all’Alta Corte di Città del Capo che, nel 2017, stabilisce l’incostituzionalità dell’accordo segreto e la fa annullare. 

Asia (Vietnam): Khanh Nguy Thi. Questa scienziata e ambientalista vietnamita ha avuto un ruolo fondamentale nello spingere il suo governo a incrementare le fonti di energia rinnovabile riducendo nello stesso tempo la dipendenza da un combustibile fossile altamente inquinante, il più diffuso nel suo Paese: il carbone.

Centro/Sud America (Colombia): Francia Marquez. Questa giovane attivista che vive sulle montagne del Sud-Est della Colombia è riuscita, organizzando una mobilitazione già considerata “epica”, a far chiudere varie miniere d’oro illegali che oltre a devastare l’ambiente montano della sua regione costringevano i minatori a lavorare in condizioni disumane. Francia Marquez ha fatto tutto con sole 80 donne: prima una marcia di 350 chilometri con loro fino alla capitale Bogotà, poi 22 giorni di manifestazione ininterrotta nelle strade della capitale, sempre coinvolgendo l’opinione pubblica delle montagne e della capitale. Hanno vinto: il governo ha chiuso le miniere illegali.

Nord America (Usa): LeeAnn Walters. Questa infermiera disoccupata ha scoperto il forte inquinamento dell’acqua potabile nella cittadina di Flint, nel Michigan, cusata dall’atteggiamento irresponsabile del comune: per risparmiare si attingeva l’acqua dal fiume che attraversa la città senza tenere conto degli scarichi industriali che per decenni il fiume aveva ricevuto. Risultato: centinaia di casi di intossicazione da piombo. Il presidente Obama aveva dichiarato lo stato di emergenza, e oggi l’acqua inquinata non viene più usata. Si ignora se ci siano stati provvedimenti e quali, da parte dell’amministrazione Trump, nei confronti dei colpevoli.

Stati Insulari (Filippine): Manny Calonzo. Unico uomo premiato nel 2018, Calonzo è l’attivista che ha guidato la campagna contro l’uso di vernici al piombo, altamente inquinanti e dannose per le persone. Il governo filippino ha accolto la richiesta e le ha messe al bando. In seguito a ciò, nel 2017 risultava in regola con i requisiti ambientali l’85% della produzione di vernici: un netto miglioramento rispetto alla situazione precedente.

 

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