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Home Ambiente ed Energia

Per Brindisi un futuro senza combustibili fossili

by Redazione
25 Novembre 2019
in Ambiente ed Energia
Reading Time: 4 mins read
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Il reportage della giornalista Marina Forti sulla centrale Federico II di Cerano

La centrale Enel Federico II di Cerano, una decina di chilometri a sud di Brindisi, sembra un gigante di lamiera tra gli olivi e i campi di meloni. La sua ciminiera, alta duecento metri, è visibile fino una ventina di chilometri di distanza. È il più grande impianto termoelettrico oggi operativo in Italia, 2,420 MW di capacità, e uno degli ultimi che funziona a carbone. È anche una eterna fonte di polemiche: entrato in funzione tra il 1991 e il ’94, da allora ha modificato il paesaggio, cosparso la campagna di polvere nera, inquinato l’aria, danneggiato la salute degli abitanti e suscitato un forte movimento di cittadini contro il carbone.

Oggi la centrale di Brindisi Sud torna a dividere la città, ma ormai la domanda è cosa succederà dopo il carbone. Infatti entro il 2025 l’Italia abbandonerà questo combustibile, come stabilito dalla Strategia energetica nazionale del 2017.
Che ne sarà dell’impianto sulla costa pugliese? Nel maggio 2019 Enel ha chiesto di riconvertirlo a gas, ma la proposta apre molte questioni: come riconvertire un’economia che sul carbone si era strutturata? E come fare i conti con il danno ambientale e sanitario accumulato in tanti anni?
Molti a Brindisi sperano che la fine del vecchio ciclo sia l’occasione per progettare un nuovo futuro tra industria, turismo e agricoltura. Il WWF ha avviato una consultazione con i “portatori di interesse” della città, dalle associazioni imprenditoriali ai sindacati, gli agricoltori e gli operatori turistici, e spera di suscitare un “laboratorio di idee” per rilanciare un territorio segnato in modo pesante dalla sua storia industriale. 

Un impianto ingombrante

Da quasi trent’anni qui il carbone è una presenza costante. Dai moli del porto, dove arriva, viene trasferito a Cerano con un nastro trasportatore incassato nel terreno lungo 12 chilometri: un solco di cemento profondo 30 metri che ha interrotto la falda freatica, lasciando a secco i terreni una volta fertilissimi tra il nastro e il mare.
Il nastro è stato coperto solo nel 2015; per venticinque anni ogni colpo di vento ha fatto volare polvere nera che si è depositata sui campi, tanto che dal 2006 ordinanze municipali vietano la coltivazione a uso alimentare nei terreni che costeggiano il nastro. Anche i carbonili presso l’impianto sono stati coperti solo nell’estate del 2015.
Anni di polveri e di esalazioni tossiche pesano sulla salute dei brindisini. Numerosi studi nei due decenni scorsi hanno osservato eccessi di mortalità per alcuni tumori maligni e malattie respiratorie e cardiovascolari (per “eccesso” si intende il numero di casi in più riscontrati in una certa popolazione rispetto alla media regionale per le stesse malattie).
Oggi l’attività industriale nel territorio di Brindisi è crollata, e così anche quella delle centrali termoelettriche. L’impianto Enel di Cerano lavora a circa un terzo della sua capacità. Inoltre l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che l’avrebbe portato fino al 2030 è in corso di revisione: alla fine del 2018 il ministero dell’ambiente ha riaperto tutte le procedure relative a impianti a carbone per includervi i nuovi limiti alle emissioni e la chiusura entro il 2025. 

L’addio al carbone è cominciato

“Prima dell’uscita dal carbone pianificata dal governo, è cominciata la de-carbonizzazione nei fatti”, fa notare il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, incontrato nel suo ufficio lo scorso ottobre. Ciò si deve in gran parte allo sviluppo delle fonti rinnovabili. La Puglia ha prodotto nel 2018 poco più di 8mila GWh tra eolico e fotovoltaico su circa 40 mila GWh prodotti in tutta Italia, secondo l’annuario statistico Terna. “Chiudere il ciclo del carbone è indifferibile per la città di Brindisi” insiste il sindaco.
Ma dopo? L’Enel chiede di installare a Cerano due unità a turbogas a ciclo aperto, capaci di generare 1120 MW di energia, e passare in un secondo tempo a un ciclo combinato da 1680 MW (un’eventuale autorizzazione si riferirebbe all’intero il progetto). Al luglio 2019 si sono chiusi i termini per le osservazioni sul progetto di riconversione, che Enel chiede di esentare dalle procedure di Valutazione di impatto ambientale (Via); in un documento le associazioni ambientaliste brindisine chiedono invece una vera valutazione di impatto ambientale.
Il progetto dell’Enel in effetti ha suscitato molte perplessità. La parola “riconversione” non  ingannari: le vecchie unità a carbone saranno spente e per bruciare gas serviranno altre unità nuove di zecca. Come costruire un nuovo impianto.
Per gli attivisti che hanno combattuto il carbone, il progetto Enel ha un gusto amaro. “Vent’anni fa aveva senso bruciare gas invece che carbone, per darsi il tempo di passare alle rinnovabili: avremmo evitato anni di emissioni nocive e malattie. Ma oggi, perché prevedere altri vent’anni di gas?”, si chiede Giovanni Ricupero, referente del WWF a Brindisi.
Il sindaco Rossi invece non è contrario alla riconversione a gas per Brindisi Sud, anche se riconosce che non basterebbe a garantire né l’occupazione, né uno sviluppo futuro per la città. Il nuovo impianto a gas in effetti occuperebbe poche decine di persone. Eppure Brindisi ha i requisiti per restare un importante centro industriale, osserva un dirigente della Camera del Lavoro; ha un’importante presenza di industria aerospaziale, potrebbe puntare su un’industria leggera e tecnologicamente avanzata. Ma per questo servono piani industriali a lungo termine e investimenti pubblici. Insomma, un progetto per il futuro: lo invocano i sindacati, lo chiedono i dirigenti di Confindustria.

Il “laboratorio di idee”

Nella sua consultazione il WWF ha tracciato cinque ipotesi, non alternative tra loro: industria, energie rinnovabili, agricoltura, turismo, trasporti. “Abbiamo voluto proporre un questionario aperto per far emergere dal basso le alternative possibili”, spiega Massimiliano Varriale: “Puntare sull’industria leggera. Magari creare un polo di eccellenza delle energie rinnovabili”. Oppure, suggerisce Matteo Leonardi, trasformare l’impianto di Cerano in un centro di produzione di sistemi di accumulo di energia per il sistema elettrico e la mobilità.
Il mercato internazionale delle batterie è dominato dai paesi asiatici, spiega: “L’Europa è in ritardo e vuole promuovere la produzione. Perché non produrre questi sistemi di accumulo a Brindisi? Sarebbe una bellissima immagine della transizione energetica, da uno dei siti più inquinanti in Europa a una delle filiere produttive centrali nella strategia di decarbonizzazione”.

“La transizione giusta è quella che minimizza l’impatto sociale e sul lavoro e insieme rilancia lo sviluppo”, dice Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia del WWF Italia: “Anche ammettendo che un impianto a gas possa coprire un breve periodo di transizione, abbiamo bisogno di scelte strategiche, di investire sul futuro, cioè energie rinnovabili ed efficienza energetica”, conclude: “Temo che scegliere il gas oggi voglia dire perdere l’opportunità di accompagnare l’uscita dal carbone con un progetto a lungo termine”.

Tags: brindisicombustibili fossili
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