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Quale ecologia, quale futuro?

Guattari parte da un analisi dell’intimità tradita delle persone che sempre più sono immerse in un contesto sociale fatto di rapporti “freddi” e deteriorati e invoca la necessità di una ecosofia tra i tre registri ecologici (ambientale, sociale, soggettivo) che possa innescare nuovi processi di “singolarizzazione”. Se questo processo non si innesca presto e bene i pericoli sono: “quelli del razzismo, del fanatismo religioso, degli scismi nazionali che precipitano in chiusure reazionarie, quelli dello sfruttamento del lavoro dei bambini, dell’oppressione delle donne” (p. 22).

Purtroppo, pare che questa ecosofiasia molto lontana dalle pratiche politiche quotidiane e che siamo proprio dentro i pericoli che Guattari ipotizzava scaturirsi da una mancata realizzazione di questa forma di saggezza. Pericoli derivati da unevoluzione del capitalismo che si è” de – localizzato, deterritorializzato – sia estendendosi, ampliando la sua influenza sull’insieme della vita sociale, economica e culturale del pianeta, sia in «intensificandosi», infiltrandosi dentro gli strati soggettivipiù inconsci – e quindi non è più possibile pretendere di opporvisi soltanto dall’esterno, attraverso le pratiche sindacali e politiche tradizionali. È diventato altrettanto imperativo affrontarne gli effetti sul piano dell’ecologia mentale nell’ambito della vita quotidiana individuale, domestica, coniugale, di vicinato, della creatività e dell’etica personale. Anziché un consenso che istupidisca e infantilizzi, in futuro dovremo coltivare il dissenso e la produzione singolare di esistenza” (pp. 38-39).

Occorre dunque, lavorare sul proprio desiderio di soggettività, di unicità, di personalità singola e singolare: “essenziale che si organizzino nuove pratiche micropolitiche e microsociali, nuove solidarietà, una nuova dolcezza unitamente a nuove pratiche estetiche e a nuove pratiche analitiche delle forme dell’inconscio: mi sembra che sia l’unica via possibile affinché le pratiche sociali e politiche si rimettano sui loro piedi, cioè lavorino per l’umanità e non per un semplice riequilibrio permanente dell’universodelle semiotiche capitalistiche” (p. 41).

Riscoprire un desiderio che non sia unicamente quello di consumare, di apparire, di arrampicarsi sugli specchi della società dello spettacolo. Per Guattari: “È utile far convivere la singolarità, l’eccezione, la rarità con un ordine statuale il meno pesantepossibile […] Emergeranno nuove «borse» di valore, nuove deliberazioni collettive che offriranno possibilità alle iniziative più individuali, più singolari, più foriere di dissenso e che si appoggeranno soprattutto a mezzi di concertazione telematici e informatici. La nozione di interesse collettivo dovrebbe venir allargata ad attività che, a breve termine, non «danno profitto» a nessuno, ma che, a lungo termine, sono portatrici di un arricchimento processuale per l’insieme dell’umanità. Ciò che qui è in discussione è l’insieme del futuro della ricerca fondamentale e dell’arte. […] In futuro, il problema non sarà più soltanto quello di una difesa della natura, bensì quello di un’offensiva per risanare il polmone amazzonico, per far rifiorire il Sahara.La creazione di nuove specie viventi, vegetali e animali, si affaccia ineluttabilmente al nostro orizzonte e rende urgente non solo l’adozione di un’etica ecosofica adattata a questa situazione terrificante e insieme affascinate, ma anche una politica focalizzata sul destino dell’umanità. […] Così è tutta una catalisi della ripresa di fiducia dell’umanità in sé stessa che va costruita, passo a passo, e talvolta partendo dai mezzi più esigui” (pp. 41-62).

La nuova ecologia è dunque il tentativo di arginare il grigiore e la passività diffusa, produzione di soggettività gioiosa dove regnano la massificazione e lo spreco.

La natura come alterità

Ha fatto bene Franco La Cecla a metterci in guardia da una certa ecologia superficiale che crede che basti “mostrare la natura” per essere dalla sua parte. Non basta una campagna di “sensibilizzazione” condotta con i potenti mezzi tecnologici per avvicinarci all’alterità dell’ambiente in cui sembriamo muoverci come degli estranei.

Scrive La Cecla che “se c’è qualcosa di nuovo nell’emergere dell’ecologia, sta proprio nella percezione, per la prima volta dopo secoli, dell’autonomia della natura, dell’inalienabilità e fragilità delle ragioni della vita; in quel «qualcosa» non artificiale o artificiabile a costo, appunto, della vita. Abbiamo scoperto – che cosa terribile! – che esiste la «realtà» o meglio l’ombra che dal futuro essa proietta su di noi, quella che ci impedisce di inventare tutto noi, e abbiamo scoperto, guarda un po’, di essere anche noi della stessa pasta di questa «realtà», cioè di non poterci nemmeno noi inventare, artificiare del tutto” (p. 97). Abbiamo scoperto che siamo in continuo debito nei confronti di un ambiente di cui siamo dipendenti e senza il quale non riusciamo a “fabbricarci da soli”. Questa consapevolezza non si trasforma però in pratiche virtuose e rispettose.

Scrive bene Jean Baudrillard: “Oggi viviamo verso quell’insieme di cose fisiche e metafisiche chiamate natura, con cattiva coscienza e nostalgia. Vogliamo restituire, in una sorta di demagogia naturalista, tutto alla natura. Vogliamo riportarla alla suaorigine benché essa non abbia origine e benché essa sia perfettamente indifferente ai nostri concetti di origine e di finalità. Vogliamo restituire alla natura un’innocenza o una autenticità o una qualità fisica di cui essa non si è mai preoccupata” (p. 103). Come portatori di cattiva coscienza vorremmo con un unico gesto rimettere tutto a posto ma questo “nuovo patto” è impossibile: ” è completamente illusorio ipotizzare un rapporto di comunicazione conviviale con la natura, capace di eliminare il male, cioè l’alterità radicale per trovare una specie di convivialità e di consenso ideale. È un’illusione totale voler ridurre la natura in quanto alterità radicale e volerla introdurre in una interlocuzione. E se noi ci ostiniamo in questa volontà consensuale, la natura stessa saprà rispondere attraverso forme di ritorsione. È un’illusione totale volersi riconciliare con la natura. In un modo o nell’altro, essa fa parte del nostro destino, e non ci si riconcilia con il proprio destino, è una cosa senza senso” (p. 114).

Se, dunque, riconciliarsi con la natura è impossibile in quanto alterità totale, dobbiamo stare anche attenti a non far diventare l’ecologia un discorso persuasivo che crea consenso solo durante le campagne elettorali e poi scompare nella prassi del potere reale. Scrive Wolfgang Sachs sull’ambiguità dell’ecologia oggi: “Da un lato esso ha rovesciato alcuni assiomi profondamente radicati nell’era industriale, ha aperto situazioni conflittuali fino a quel momento impensate e prodotto nuove forme di sensibilità. D’altra parte, anche gli attuali poteri puntano sulla mobilità e sulle riforme: l’industria scorge nella coscienza ambientalista una diversificazione della domanda, la politica trova nuovi ambiti di intervento, mentre la scienza traduce l’ansia derivata dalla situazione di crisi in necessità di ricerca e finanziamenti. Il significato del termine ecologia sta lentamente assumendo una nuova connotazione; parole d’ordine che un tempo venivano agitate dalla base in segno di protesta contro un’élite si abbattono sempre più spesso dall’alto sopra le teste dei cittadini. L’ecologia si trova oggi (in parte, naturalmente) nella fasi di passaggio da disciplina dell’opposizione a disciplina della classe dominante” (p. 125)

Oltre i limiti dello sviluppo

Noi umani rischiamo sempre di decidere quando è il momento di occuparci di qualcosa e di dimenticarne un altra. Ci arroghiamo il diritto di sapere quando è il momento giusto per fare o non fare. Così, superati “i limiti dello sviluppo”, abbiamo cominciato a domandarci fino a che punto il sistema reggerà il nostro impatto. Fino a quando resisterà un mondo così violento e assurdo.

Non riusciamo, tuttavia, ad accettare di non essere i soli protagonisti del Pianeta che abitiamo.

Tutto deve passare dal nostro Io, dalla nostra “individualità”. Credo, allora, che un contributo alla nuova ecologia possa passare da pratiche di distacco dall’Io, da percezioni non egoiche, da visioni del mondo non centrate sul mio desiderio. Forse occorrerebbemoltiplicare il gesto liberatorio di Siddhārtha Gautama. Sedersi sotto un grande albero, meditare profondamente, prendere coscienza del proprio respiro. Abbandonare ogni idea di un sé auto-riferito. Trovare un nuovo centro.

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