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Benessere animale, la sfida per le aziende: così i big cambiano rotta

Benessere animale, la sfida per le aziende: così i big cambiano rotta

Le immagini della telecamera nascosta, piazzata dall’unità investigativa della Lav, sono un pugno nello stomaco: la mucca 4073, dal numero identificativo stampato sull’etichetta che portava all’orecchio, è ferita, sofferente, incapace di stare in piedi sulle proprie zampe. Attorno

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a lei altri animali, morti. La sua agonia è lenta, il suo destino è ormai segnato. Non si può fare nulla per salvarla e gli attivisti della Lav lo sanno bene. Possono solo regalarle qualche carezza, piccoli momenti di attenzione che l’animale mai ha avuto nel corso della sua esistenza, probabilmente trascorsa interamente immobilizzata nel chiuso di una stalla . Quello che l’associazione chiede è che questo allevamento della provincia di Cremona, già oggetto di denunce, e tanti altri in cui gli animali non sono allevati con umanità, vengano chiusi. Diverse associazioni animaliste hanno svolto investigazioni in incognito per mostrare quella che, al di là delle immagini da reclame pubblicitaria, è spesso la realtà degli allevamenti da cui provengono le materie prime — carne, uova, latte o derivati — di prodotti che spesso fanno parte delle cosiddette eccellenze del made in Italy enogastronomico. Una realtà che difficilmente traspare e che per questo si tende a non considerare.

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Un settore in trasformazione

Per alcuni gruppi dell’arcipelago ambientalista e animalista la soluzione è una soltanto: il passaggio ad un’alimentazione di tipo vegetariano o meglio ancora vegano. C’è poi un fronte che, pur condividendo in linea di principio l’idea di una transizione verso il veg, che avrà necessariamente tempi lunghi, si batte per fare crescere da subito il benessere animale, un concetto recepito anche in sede Ue e che fa parte delle linee guida del Green Deal europeo varato dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen, che punta alla creazione di un’economia sostenibile su tutti i fronti, dalla tutela del territorio alla riduzione delle fonti inquinanti. E su quello della politica agroalimentare la strategia «Farm to fork» — letteralmente dalla fattoria alla forchetta, sostanzialmente dal produttore al consumatore —, indica nell’animal welfare uno dei punti qualificanti. Una sfida lanciata ai produttori per quella che, parafrasando il noto slogan, potrebbe suonare come un’altra agricoltura possibile. Compiendo un passo alla volta. Partendo per esempio dall’eliminazione degli allevamenti in gabbia (e in generale del confinamento totale degli animali negli ambienti chiusi), pratica che di recente è stata anche oggetto di più di una valutazione dell’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, che ha redatto una serie di raccomandazioni propedeutiche ad interventi legislativi su scala comunitaria che indicano chiaramente la strada di una revisione dei metodi di allevamento sin qui seguiti. Un gruppo di oltre cento associazioni, tra cui 17 italiane, riunite nel movimento «End the cage age», ha intanto raccolto circa un milione e mezzo di firme a margine di una Iniziativa dei cittadini europei per sollecitare le istituzioni Ue ad intervenire.

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Per approfondire:

Politiche a confronto

Ma, politica a parte, il mondo dell’agroalimentare è pronto alla sfida? Messo in ombra dalle vicende del coronavirus, nelle settimane scorse è stato diffuso l’annuale Benchmark globale sul benessere animale Bbfaw, che ha il supporto delle associazioni animaliste Compassion in world farming (Ciwf) e World Animal Protection. Lo studio, che dal 2012 analizza le politiche di 150 tra le principali compagnie mondiali del settore (produttori, rivenditori ma anche importanti catene di ristoranti), compara 37 diversi parametri, che vanno dalla governance (per esempio la nomina di manager e relativi team addetti in modo specifico alle politiche di benessere animale) alle scelte di mercato (approvvigionamenti da filiere sostenibili, come uova provenienti da allevamenti bio o all’aperto o prodotti di origine animale che non derivino da allevamenti in gabbie o altre forme di confinamento forzato) e alla comunicazione sui progetti avviati. Ce ne sono anche 8 italiane e tra queste è Barilla quella che emerge posizionandosi nel terzo gradino su una scala di sei, quello che individua le aziende che hanno già avviato un approccio all’animal welfare anche se hanno di fronte ulteriori possibili incrementi. Altre cinque — Camst, Coop Italia, Cremonini, Ferrero, Gruppo Veronesi — si posizionano al quarto livello, quello delle aziende a cui sono riconosciuti progressi e miglioramenti; mentre le altre due, Autogrill e Conad Consorzio Nazionale, sono al sesto gradino, quello per cui non sono stati individuati progressi di rilievo. Nei primi due gradini si trovano invece rispettivamente le sei aziende che hanno superato tutti gli step di miglioramento nelle politiche di benessere animale e hanno conquistato la leadership (Coop Group Switzerland, Cranswick, Marks&Spencer, Migros, Waitrose, Noble Food); e le 16 per cui le strategie di animal welfare possono essere considerate parte integrante della strategia di business.

Il peso dei consumatori

Il benchmark mette in evidenza tra l’altro che per il 79% delle aziende la scelta di impegnarsi su questo tema sia l’interesse dei consumatori per il benessere degli animali. Si tratta dunque anche di un investimento, considerando la sempre maggiore propensione degli acquirenti a fare scelte mirate e motivate. Motivazione che di conseguenza acquisisce valore anche per i produttori, se non altro dal punto di vista del marketing. La conferma, del resto, arriva dall’80% del campione che negli ultimi 8 anni è salito di almeno un livello nella classifica, a dimostrazione di come la questione venga presa in considerazione. Ben 112 delle 150 aziende monitorate ha pubblicato obiettivi di miglioramento del benessere animale; nel 2012, alla prima edizione del benchmark, erano solo 15. «Il benessere animale diventa sempre più un driver competitivo per le aziende alimentari — sottolinea Luigi Ganazzoli, responsabile acquisti del Gruppo Barilla (leggi qui l’intervista) — e rappresenta un fattore importante per assumere una posizione di leadership. Lavoriamo da anni con i migliori partner per sviluppare filiere sempre più sostenibili a beneficio dell’ambiente e delle persone e il miglioramento del benessere animale è uno dei nostri obiettivi primari».

Etichetta trasparente

Resta però aperto il tema della trasparenza nei confronti dei cittadini, per andare insomma oltre al messaggio pubblicitario proposto motu proprio dalle aziende. Ciwf Italia e Legambiente stanno portando avanti una campagna per l’etichettatura dei prodotti di origine animale che permetta ai consumatori di individuare chiaramente e in modo inequivocabile la provenienza di carni o prodotti di origine animale. Una tracciatura che vada al di là del packaging, che spesso propone immagini distanti dalla realtà (mucche e polli sono sempre sorridenti e quasi sempre in un campo o in un pascolo) o informazioni generiche sull’attenzione al benessere ma non supportate da criteri di valutazione oggettivi. Una lettera è stata inviata nei giorni scorsi al ministro delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova, con la richiesta di un’iniziativa in tal senso, e una proposta di legge, prima firma dell’on. Rosella Muroni di Leu, è stata già presentata alla Camera.

7 agosto 2020 (modifica il 7 agosto 2020 | 17:41)

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Fonte Corriere.it

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