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Entro la fine del secolo le barriere coralline potrebbero scomparire

Coprono il 71% della superficie del nostro pianeta e costituiscono il 95% dello spazio disponibile alla vita.
Gli oceani sono un sistema di supporto vitale per la Terra e un bene comune globale che ci fornisce beni e servizi gratuiti, dal cibo all’ossigeno. Svolgono un ruolo vitale nella regolazione del clima globale, mediano la temperatura e regolano il meteo, determinando precipitazioni, siccità e inondazioni.
A causa dei cambiamenti climatici, però,

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il capitale blu sempre più a rischio e in uno scenario di riscaldamento globale di 2° C si potrebbero avere gravi conseguenze quali eventi meteorologici estremi, cambiamenti delle correnti oceaniche, innalzamento del livello del mare e aumento delle temperature, fusione dei ghiacci marini e delle calotte polari, che aggraverebbero gli impatti negativi della pesca eccessiva e illegale, dell’inquinamento e il degrado degli habitat marini. 
Gli oceani, infatti, sono il più grande deposito al mondo di carbonio: immagazzinano 50 volte più CO2 dell’atmosfera e assorbono fino al 30% delle emissioni globali di CO2 prodotta dall’attività umana. Negli ultimi 200 anni gli oceani hanno assorbito il 90% del calore extra intrappolato dalla crescente concentrazione di gas serra e proprio per il continuo aumento di emissioni di CO2, in 30 anni lo strato superficiale dell’oceano (0-300m) si è riscaldato in modo notevole. Avere uno strato superficiale più caldo significa più “stratificazione” nell’oceano e quindi un minor scambio d’acqua tra gli strati superiori più caldi e quelli bassi, più freddi, della colonna d’acqua, condizione che colpisce direttamente lo scambio di nutrienti e le immense reti alimentari che questi supportano, con impatti negativi anche sulle attività di pesca. 
Il 2017 è stato l’anno con le temperature degli oceani più alte e il maggiore aumento del livello del mare mai registrati. Mentre il pianeta si scalda, infatti, i livelli del mare si alzano a causa della  fusione dei ghiacciai e delle calotte polari. Negli ultimi 140 anni il livello del mare si è innalzato di 25 cm e di 3 mm all’anno dagli anni ’90. Nel Pacifico occidentale, i livelli sono aumentati tre volte più velocemente della media globale e le conseguenze per le persone che vivono lì sono reali. 
Con l’aumentare delle emissioni globali di carbonio cambia anche la chimica dell’oceano, che diventa più acido. Si prevede che entro la fine del secolo l’acidità oceanica aumenterà ad un ritmo 10 volte più veloce di qualsiasi altro evento di acidificazione degli oceani negli ultimi 55 milioni di anni. Una pessima notizia per molti organismi marini come coralli, bivalvi e plancton, che si basano sulla stabilità delle condizioni chimiche per costruire i loro gusci a base di calcio e altre strutture. Prove del passato mostrano come eventi di acidificazione molto più lenti abbiano causato estinzioni di massa: il tasso di acidificazione senza precedenti di oggi potrebbe portare a cambiamenti immensi. Le zone più colpite dal processo di acidificazione sono quelle costiere, dove milioni di pescatori vivono grazie alle risorse ittiche. 
Entro la fine del secolo, è probabile che il 99% delle barriere coralline subisca uno sbiancamento così grave da provocare la morte dei coralli. Perdere tutte le barriere coralline sarebbe una tragedia, poiché ospitano il 25% di tutta la vita marina, e ¼ dei pescatori artigianali del mondo dipendono da loro. Gli scienziati stimano, poi, che per ogni grado Celsius di riscaldamento, il potenziale di cattura globale delle risorse ittiche diminuirà di oltre 3 milioni di tonnellate. Gli otto paesi in via di sviluppo situati alle latitudini più basse e che subiscono un riscaldamento più veloce della media globale (ad esempio il Nord Africa), subiranno riduzione delle catture annuali fino al 50%. Molti pescatori su piccola scala non potranno più raggiungere gli stock ittici che si sposteranno verso il largo a cause del riscaldamento delle aree costiere. Alcune delle specie più importanti per la sicurezza alimentare, come acciughe e sardine, sono particolarmente dipendenti dal clima.
Mentre la popolazione globale sembra destinata a raggiungere quasi i 10 miliardi entro il 2050 e avrà bisogno di più risorse che mai, è improbabile che si potrà continuare a fare affidamento sulle risorse ittiche come in passato sia dal punto di vista nutrizionale ed economicamente, ma anche culturale, sociale e ricreativo.

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