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Gli ambientalisti bocciano il decreto “Sblocca cantieri”

Il cosiddetto decreto “Sblocca Cantieri” (decreto legge n. 39/2019) manca il suo obiettivo e rischia di produrre come unico risultato il rendere meno trasparente il settore dei lavori pubblici nell’assegnazione dei lavori e dei subappalti, nella definizione e autorizzazione dei progetti, nella vigilanza sulle infiltrazioni della criminalità organizzata, con il rischio di pesanti ricadute sui costi economici e  ambientali a carico della comunità. Lo sostengono le associazioni Ambientaliste Kyoto Club, Legambiente e WWF che hanno mandato oggi le loro Osservazioni e proposte di Emendamento ai membri delle Commissioni Ambiente e Lavori Pubblici del Senato che entro martedì 7 maggio, con fretta singolare, dovranno votare il provvedimento.

 Le critiche delle tre associazioni si sono concentrano sulle modifiche introdotte dall’articolo 1 del decreto legge n. 32/2019 (AS N. 1248) a numerose disposizioni del Codice degli Appalti e su quanto stabilito nell’art. 4 e all’art. 5 dello stesso decreto relativamente alla re-introduzione dei Commissari straordinari per la realizzazione delle infrastrutture prioritarie e alla Rigenerazione urbana.

Kyoto Club, Legambiente e WWF più in generale denunciano: un allentamento delle regole di trasparenza e vigilanza che devono improntare l’azione della pubblica amministrazione e degli operatori economici nel delicato settore dei lavori pubblici del nostro Paese; una sottovalutazione del rigore necessario nell’espletare le procedure autorizzative che garantiscano la piena informazione e partecipazione dei cittadini e la tutela di quei beni culturali, paesaggistici e ambientali, che costituiscono un patrimonio comune irrinunciabile; un ridimensionamento sistematico e ingiustificato del ruolo e delle funzioni di proposta ed elaborazione svolte dall’Autorità Nazionale Anticorruzione-ANAC. 

La restaurazione del vecchio ordine promossa dal decreto “Sblocca Cantieri”, secondo le tre associazioni, viene completata da: la reintroduzione pro tempore (sono al 2021) dell’appalto integrato che affida pericolsamente ad un solo soggetto la progettazione ed esecuzione dei lavori, aspramente contestato dagli stessi operatori del settore e dall’ANAC, la riesumazione dei Commissari Straordinari per le opera prioritarie, che possono operare anche in assenza di un  parere espresso dalle amministrazioni di tutela dei beni culturali e paesaggistici e compiere valutazioni ambientali in tempi contingentati, le proroghe sulla quota di lavori da mettere a gara per le concessioni autostradali, l’aumento del subappalto, gli allentamenti dei controlli e della soglia dei lavori a trattativa privata, la destrutturazione delle procedure autorizzative in materia di c.d. “infrastrutture strategiche” (eredità della “Legge Obiettivo”), con l’eliminazione del doppio controllo in capo al CIPE.

Soluzioni in gran parte già sperimentate in passato, osservano gli ambientalisti, che non sono state un volano per incrementare i lavori ma solo la scarsa qualità delle opere pubbliche, non hanno prodotto innovazioni di prodotto e di processo, anzi hanno fatto registrare un aumento ingiustificato dei costi e gravi episodi di corruzione e concussione.

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