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Home Animali

Serve subito un’inversione di tendenza per salvare il nostro patrimonio naturale

by Redazione
25 Agosto 2019
in Animali
Reading Time: 5 mins read
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La comunità scientifica internazionale che opera nell’ambito dei grandi programmi internazionali di ricerca sul cambiamento globale (Global Environmental Change – GEC, vedasi in particolare Future Earth, il grande programma internazionale di Global Sustainability promosso dall’International Science Council) da decenni avverte il mondo della politica che la situazione relativa alla relazione tra sistemi naturali e sistemi sociali è profondamente deteriorata e necessita di un urgente e necessaria inversione di tendenza. Gli scienziati hanno infatti da tempo avviato numerose ricerche che si stanno producendo nel campo delle scienze del sistema Terra che ci aiutano sempre di più a capire la dimensione del nostro ruolo nei sistemi naturali. 

Lo stesso WWF ha pubblicato nel 2007 un importante rapporto realizzato da un esperto di fama internazionale Daniel Nepstad, senior scientist del Woods Hole Center statunitense, dal titolo “Amazon’s Vicious Cycles. Drought and Fire in the Greenhouse”. 

Agli inizi del 2008 un team di scienziati ben noti, ha pubblicato un primo importantissimo studio sui cosiddetti “Tipping points”, cioè i punti critici del sistema climatico terrestre (vedasi Lenton T.M.,  et al., 2008 – Tipping elements in the Earth’s climate system – Proceedings National Academy of Sciences, 105, 6; 1786 – 1793).

La ricerca illustra alcuni degli elementi critici in diverse aree del nostro pianeta che potrebbero oltrepassare una soglia critica per cui il verificarsi di ulteriori perturbazioni potrebbe qualitativamente alterare lo stato o lo sviluppo dell’intero sistema provocando, a cascata, una ampia scala di impatto sui sistemi umani ed ecologici. Le attività umane hanno infatti la potenzialità di far transitare i sistemi naturali verso altri stati che potrebbero produrre effetti negativi per le società umane stesse. 

Questi fenomeni sono stati descritti come “Tipping point” seguendo la nozione popolare che, in un particolare momento nel tempo, un piccolo cambiamento può provocare conseguenze ampie e di lungo termine, come ricorda il detto “piccole cose possono produrre grandi differenze” (Vedasi il ben noto libro di Malcolm Gladwell, 2000, The Tipping Point: How Little Things Can Make a Big Difference , Little Brown  edito in italiano lo stesso anno con il titolo “ Il punto critico” da Rizzoli).

Lo studio indica 15 aree o fenomeni sui quali le ricerche sin qui svolte indicano la possibilità di un passaggio critico nell’arco di periodi che vanno da uno a 10, 50, 300 o molti più anni. Il fatto che alcuni di questi tipping elements, sottoposti a un continuo cambiamento climatico antropogenico, possano raggiungere il loro punto critico tra pochi anni o entro un secolo, pone problemi seri alle reazioni politiche che si dovrebbero avere per evitare che ciò possa accadere. Le 15 situazioni analizzate riguardano: la formazione del ghiaccio artico estivo, i ghiacciai della Groenlandia, i ghiacciai dell’Antartico occidentale, la circolazione termoalina dell’Atlantico, il cosiddetto El Nino – Southern Oscillation, il monsone estivo indiano, il monsone occidentale Sahara/saheliano, la foresta tropicale amazzonica, la foresta boreale, l’Antarctic Bottom Water, la tundra, il permafrost, gli idrati di metano nel mare, la perdita di ossigeno negli oceani e l’ozono artico. 

C’è una grande mole di prove empiriche che ci dicono che molti ecosistemi, dai laghi locali alle foreste fino alle barriere coralline, presentano dei possibili punti critici rispetto a come sono gestiti dall’intervento umano. Dopo essere rimasti per lungo tempo in una condizione di “equilibrio stabile”, questi ecosistemi possono passare bruscamente a un altro stato. La situazione della grande foresta amazzonica viene appunto considerata uno dei più significativi casi di possibile raggiungimento di un punto critico. Sotto l’assalto combinato della deforestazione, degli incendi e del cambiamento climatico globale l’Amazzonia può bruscamente trasformarsi in savana, e rimanere bloccata in questa nuova condizione, impedendo al sistema Terra e all’umanità di disporre delle sue straordinarie capacità di evapotraspirazione, dovuto all’equilibrio tra foresta e ciclo dell’acqua, e quindi degli effetti che tutto il sistema amazzonico ha sul clima globale. Per mantenere uno stato di equilibrio, un ecosistema ha bisogno di feedback che rinforzino questo stato. Per una foresta pluviale, questo feedback è rappresentato dalla miscela di umidità e piogge che si genera spontaneamente grazie all’ampia presenza di alberi e della straordinaria copertura forestale (la cosiddetta canopia). Ma quando in una foresta pluviale si aprono degli spazi perché vengono abbattuti gli alberi e l’atmosfera si scalda, il sistema gradualmente si secca perdendo la sua resilienza. Alla fine si arriva a un punto in cui il sistema può superare una soglia, i feedback cambiano di segno, e da un’umidità che si forma spontaneamente si passa a una condizione secca che si rinforza sempre di più. All’improvviso, l’aria calda si infiltra nella canopia, e fa evaporare l’umidità che prima era trattenuta dal sistema. Piove meno, visto che dalle radici degli alberi sale meno acqua, il sistema diventa sempre più secco e rimane bloccato in una condizione di savana che, in caso di acuirsi dei fenomeni, può persino condurre a una savana arida. A questo si aggiunge ovviamente l’enorme e incalcolabile danno della perdita della straordinaria ricchezza della vita presente nella foresta amazzonica, una fonte di servizi ecosistemici che la foresta offre gratuitamente e quotidianamente ai delicati equilibri dinamici del nostro pianeta.

L’ambito di ricerche delle scienze del sistema Terra sui Tipping Points sta diventando sempre più ricco e approfondito. 

Ulteriori ricerche (vedasi ad esempio Barnosky A. et al, 2012, Approaching a state shift in Earth’s biosphere, Nature, 486; 52-58) ci indicano che l’ecosistema globale, la nostra meravigliosa biosfera dalla quale dipende la nostra stessa esistenza, può reagire in modi similari avvicinandosi ad una transizione critica a livello planetario come risultato degli effetti pervasivi e di ampie dimensioni esercitate dall’intervento umano.

Si ritiene plausibile il raggiungimento di un punto critico (Tipping Point) su scala planetaria che richiede ovviamente una grandissima attenzione da parte di noi tutti e una raffinata capacità scientifica di registrare i primi segnali di allerta che preludono ad un passaggio di transizione critica su scala globale come sta già avvenendo a scala locale, per essere capaci di individuare i feedback che promuovono questa transizione. Per evitarlo è necessario agire sulle cause alla radice di come gli esseri umani stanno forzando i cambiamenti biologici planetari.

Pertanto è fondamentale agire per ridurre la popolazione mondiale, per ridurre il consumo pro capite delle risorse, per ridurre e poi azzerare l’utilizzo di combustibili fossili, per rafforzare l’efficienza energetica, per incrementare l’efficienza della produzione e distribuzione del cibo e per rafforzare le azioni di gestione e conservazione della biodiversità e dei servizi degli ecosistemi, sia negli ambienti terrestri che marini, cercando di salvaguardare il più possibile le parti della superficie terrestre ancora non dominate dall’intervento umano. Questi obiettivi dovrebbero essere al primo posto delle agende politiche internazionali.

Il lavoro di Barnosky e degli altri 21 studiosi sottolinea come gli studi sulle dinamiche degli ecosistemi a piccola scala dimostrano che percentuali che vanno da almeno il 50% fino al 90% delle aree stesse risultano alterate e che interi ecosistemi stanno sorpassando punti critici che li conducono in stati differenti da quelli originali.

Oggi sappiamo che per sostenere una popolazione di più di 7 miliardi e 600 milioni di abitanti (che si avviano ai 9.7 miliardi nel 2050, secondo la più recente previsione delle Nazioni Unite), ormai il 75% della superficie delle terre emerse è già stato convertito ad agricoltura, pascolo, infrastrutture, aree urbane e profonde modificazioni di tanti ecosistemi fondamentali mentre il 66% delle aree oceaniche è stato modificato significativamente dall’intervento umano come ci ha indicato il noto “Rapporto IPBES”. La progressiva modifica e ininterrotta modifica degli ecosistemi della terra e dei mari che non stiamo arrestando, viene ritenuto dagli studiosi un profondo impatto che è molto vicino a rappresentare il verificarsi di un punto critico su scala planetaria. 

Purtroppo questo, ormai chiaro messaggio, sempre lucido e documentato della comunità scientifica, non sembra essere utilizzato dal mondo politico per far prendere decisioni serie e impegnative nelle sedi negoziali internazionali.

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