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Alan Donnithorne e il Leonardo della regina Elisabetta ai raggi X: nuovi indizi

Parola al grande esperto di Leonardo e autore del libro “Leonardo da Vinci: A Closer Look”

Il primo faccia a faccia con i disegni di Leonardo Alan Donnithorne lo ebbe a 18 anni, e precisamente mentre aspettava la coincidenza dell’autobus che, da Brighton, lo avrebbe dovuto portare a Sheffield, dove frequentava l’Università.
Era il gennaio del 1970 e Alan, allora studente di Fisica, decise di ingannare l’attesa a Victoria Station visitando la Queen’s Gallery a Buckingham Palace, per ammirare i tesori della Royal Collection e, in particolare, la ricchissima collezione di 600 disegni di Leonardo databile tra il 1478 e il 1518.
Quel giorno avrebbe impresso una svolta nella vita e nella carriera del futuro responsabile della sezione Paper Conservation del Royal Collection Trust.

A raccontare questo approccio al maestro di Vinci è lo stesso Donnithorne nel suo prezioso lavoro Leonardo da Vinci: A Closer Look, edito alcuni mesi fa da Royal Collection Trust, una rivoluzionaria analisi dei disegni di Leonardo, delle sue tecniche e del suo processo di pensiero creativo, che rivela indizi e dettagli intriganti, invisibili ad occhio nudo, molti dei quali rimasti nascosti per circa 500 anni.

In attesa dell’uscita del film Io, Leonardo, prodotto da Sky e Progetto Immagine, nelle sale cinematografiche italiane dal 26 settembre 2019 – che consentirà al pubblico di esplorare da vicino la mente del genio – abbiamo curiosato tra le pagine dell’interessante volume di Donnithorne per conoscere aspetti inediti relativi ai disegni del maestro.
Sottoposti a una vasta gamma di tecniche di indagine, dal microscopio alle immagini ultraviolette, dalla riflettografia infrarossa alla fluorescenza a raggi X, dalla spettroscopia Raman alla fotocamera digitale a infrarossi – i disegni della Collezione Windsor che furono acquistati intorno al 1670 dal re Carlo II e che oggi appartengono alla Royal Collection rivelano diverse tecniche utilizzate da Leonardo da Vinci, molte delle quali invisibili a occhio nudo.

“L’idea di un libro su Leonardo è rimasta in gestazione per oltre dieci anni – racconta Donnithorne -. A suggerirmi, nel 2006, la realizzazione di uno studio sui disegni del maestro, esaminati al microscopio, fu Martin Clayton, vice curatore della Print Room della Royal Gallery. Ma in quegli anni le risorse erano limitate e l’eccessivo lavoro non mi consentiva di dedicarmi pienamente a questo tipo di studio. L’acquisizione del microscopio digitale binoculare e della camera a infrarossi ci ha permesso di studiare i disegni più a fondo. Nel 2016, in occasione della mostra della Royal Collection ‘Leonardo da Vinci: dieci disegni dalla Royal Collection’, accompagnata da un breve filmato sui materiali utilizzati nei disegni, ebbi modo di provare a dimostrare la varietà di materiali e metodi che sono poi diventati oggetto di questo libro”.

E infatti nel suo lavoro Donnithorne presenta un focus interessante sui disegni del maestro, basato sullo studio dei 600 lavori custoditi al Castello di Windsor. Uno dei disegni più belli che conosciamo di Leonardo è il suo studio di feto nel grembo, realizzato a penna e inchiostro, gesso rosso su gesso nero. Il soggetto principale domina il foglio di carta, ma ci sono schizzi, diagrammi e testi che esplorano lo sviluppo del soggetto, in particolare dell’utero e della placenta. Si tratta di annotazioni apparentemente casuali. Eppure desta meraviglia il modo in cui l’artista ha catturato un’immagine plausibile, anche se leggermente imprecisa dal punto di vista anatomico, di come il feto apparirebbe all’interno dell’utero. In alto si scorge un’iscrizione posta da una mano diversa rispetto a quella dell’artista. La tecnologia ci consente di esaminare la qualità della carta, ottima, caratterizzata da pochissime impurità, come qualche filo di paglia. Il disegno sembra eseguito esclusivamente a penna e inchiostro con un marrone grigiastro e un altro tipo tendente al giallo. I raggi infrarossi hanno svelato deboli linee in gesso nero sottostanti.


Leonardo da Vinci, Feto nel grembo, 1511, Penna, inchiostro e gesso rosso sopra gesso bianco, 30.4 x 22 cm, Dettaglio di RCIN 919102 alla luce riflessa | Dal libro “Leonardo da Vinci. A Closer look” di Alan Donnithorne, Edizioni Royal Collection Trust, Londra, 2019

Donnithorne si sofferma anche sulla rappresentazione del cavallo, motivo ricorrente nell’artista, per approfondire i vari metodi utilizzati da Leonardo. “Diamo un’occhiata a quattro disegni in cui compare il cavallo, realizzati usando materiali differenti: punta metallica, penna e inchiostro, gesso rosso e gesso nero. Il disegno a penna e inchiostro è connesso ad esempio alla Battaglia di Anghiari (1503-1504). Lo schizzo è chiaramente rapido: la penna – uno degli strumenti prediletti dal maestro per i suoi disegni – è stata mossa attraverso la carta in modo fluido, dando come risultato contorni curvilinei. Qui l’artista sembra pensare con la punta delle dita, come se volesse esplorare le forme dei cavalli”.

Negli ultimi anni della sua vita Leonardo scelse di usare tipi di carta ruvida composta da fibre miste. La consistenza doveva essere molto simile a quella di un biscotto di farina di avena, come risulta ad esempio dal Diluvio. 
“Le carte utilizzate da Leonardo contengono lino, ma anche una certa quantità di paglia, lana e qualche capello. Sotto il volto del personaggio mascherato realizzato tra il 1517 e il 1518, apparentemente liscio, si possono distinguere, a luce radente, grumi o fasci di fibre non separate, simili a nodi, visibili come punti scuri una volta illuminati. Si nota inoltre una piccola scheggia in legno”.


Leonardo da Vinci, Figura mascherata, 1517-1158, Penna e inchiostro con lavaggio su gesso nero su carta ruvida marrone chiaro, 27.3 X 18.3 cm, RCIN 912575, Dettaglio visto attraverso la luce trasmessa | Dal libro “Leonardo da Vinci. A Closer look” di Alan Donnithorne, Edizioni Royal Collection Trust, Londra, 2019

Oltre a utilizzare strumenti diversi – dallo stilo alla punta metallica – il maestro faceva ricorso a tecniche diverse, anche mescolate tra loro, come il gesso rosso e nero, l’inchiostro con gesso nero, il carboncino, l’inchiostro applicato con penna e pennello. Un dettaglio del disegno della ruota dentata ci suggerisce che siamo di fronte a un disegno ingegneristico di estrema precisione. Alla luce trasmessa si notano chiaramente le numerose punte di spillo utilizzate.

C’è poi il disegno, uno dei più complessi del maestro, che riproduce il sistema cardiovascolare e i principali organi femminili. Qui il genio ha voluto riempire l’intera superficie del foglio di carta a disposizione. Il gesso nero si alterna a quello rosso, mentre i contorni sono ripassati a penna e inchiostro. Leonardo ha utilizzato aree marroni per mettere in evidenza alcuni dettagli come i tendini, le arterie, le vene principali. La luce trasmessa ha consentito di notare in tre disegni un pigmento contenente piombo rosso.
In “Donna nel paesaggio” sembra invece che l’artista abbia bagnato il gesso per produrre un effetto ombreggiato, rendendo il disegno morbido e quasi onirico. Le linee sono evidenti con la luce radente.

Pare che il maestro non usasse frequentemente il carboncino, sebbene Vasari identifichi un disegno realizzato adoperando questa tecnica. Si tratta dello schizzo di Amerigo Vespucci, che mostra la testa di un uomo di bell’aspetto realizzata proprio in carboncino. L’esame eseguito sui disegni della Collezione Windsor attraverso il microscopio binoculare ad alta potenza ha rivelato la presenza di carboncino in alcuni disegni precedentemente catalogati come lavori in gesso nero.

“Il ricorso ai raggi ultravioletti e infrarossi – continua Donnithorne – ha permesso invece di svelare alcuni dettagli relativi al disegno Le Alpi viste da Milano’. Qui l’utilizzo del gesso bianco è molto sottile, quasi subliminale sui pendii più bassi e molto più marcato nei picchi”.


Leonardo da Vinci, Le Alpi viste da Milano, 1510-1512, Gesso rosso e bianco su carta preparata di colore rosso arancione, 16 X 10.5 cm RCIN 912410 | Dal libro “Leonardo da Vinci. A Closer look” di Alan Donnithorne, Edizioni Royal Collection Trust, Londra, 2019

Ci si potrebbe chiedere se tutti questi disegni siano stati realizzati effettivamente da Leonardo.
“Ci sono passaggi di tratteggio diagonale nella parte in basso a sinistra – spiega Donnithorne nel suo libro – che sono decisamente mancini. Tuttavia sembra non esserci alcun dubbio sul fatto che dietro la fine pennellata bianca ci sia la mano del maestro. Le linee di gesso più luminose sembrano un po’ casuali e probabilmente sono state realizzate da un’altra mano”. Particolari interessanti emergono inoltre dalle mappe, come quella relativa alla Val di Chiana, il territorio della Toscana a sud di Firenze, particolarmente paludoso. Qui Leonardo colora i fiumi con un blu oltremare. Degno di nota è il fatto che qui l’artista fosse perfettamente in grado di scrivere in modo convenzionale da sinistra a destra.
I dettagli mostrano inoltre l’area intorno a Colle Val d’Elsa, famosa per la produzione di carta e luogo natale di Ceccino Cennini.

“Ci sono poi i fogli sui quali il maestro ha in qualche modo lasciato il suo segno, ad esempio l’impronta delle dita. In alcuni casi, mentre l’inchiostro è ancora fresco lo strofina con le dita. Talvolta usa il dito bagnato per cancellare le linee di inchiostro, come nel caso dello studio per la figura di Leda”.
E si potrebbe continuare a lungo. “A clooser look” è una fonte interessantissima di dettagli, curiosità, particolari legati a Leonardo. Lo si potrebbe sfogliare per ore, a caccia di tecniche nascoste, svelate dalla tecnologia.

“Si è trattato di un progetto estremamente gratificate – commenta Donnithorne a proposito del suo studio -. È stato un vero privilegio poter studiare i disegni di Leonardo così approfonditamente. Credo che questo studio possa aggiungere qualcosa alla conoscenza del maestro e dei materiali da lui adoperati. La spettroscopia infrarossa ci ha permesso ad esempio di visualizzare i primi schizzi dell’artista, prima ancora che venissero lavorati con penna e inchiostro, permettendoci di tornare indietro di 500 anni, svelando i primi pensieri del genio. Questo studio ha accresciuto enormemente la mia visione di Leonardo come artigiano creatore di opere d’arte. Spero di aver trasmesso ai lettori almeno parte di questo mio entusiasmo”.

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