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Ancora Biennale, day 2 all’Arsenale

Liu Wei, Microworld, 2018 opera esposta alla 58ª Biennale di Arti Visive di Venezia May You Live in Interesting Times | Photo: Eleonora Zamparutti per © 2019 ARTE.it

Venezia – Seconda tappa nel nostro viaggio a Venezia per la 58° Biennale di Arti Visive, curata da Ralph Rugoff e dal titolo May You Live in Interesting Times. L’esplorazione questa volta ha come protagonisti gli spazi dell’Arsenale. La lunga, infinita coda di visitatori in questi giorni di preview riservate alla stampa e agli invitati, farebbe desistere chiunque non fosse spinto da una forte motivazione. Centinaia, migliaia di persone, ovunque pervadono gli enormi spazi di quello che un tempo fu il motore navale e militare della Repubblica Serenissima. 

E a un primo sguardo l’Arsenale ‘parte piano’ per rivelare poi negli spazi più lontani e nei padiglioni più inconsueti una interessante varietà di idee, emozioni, progetti che offrono una panoramica tutto sommato soddisfacente dell’arte che pulsa sul pianeta.

C’è la ricerca meticolosa intorno al perfetto equilibrio tra forme moderniste e all’opposto, indagine sulle infinite possibilità delle forme scultoree contro moderniste: sono i due estremi di una tensione elettrica tra tentativo di riforma e necessità di immediata controriforma.  Poi ci sono i volumi pieni che si intersecano a costruzioni lineari spingendo l’osservatore a “girarci intorno” per avere un’esperienza cinestetica. C’è il rumore assordante per attirare l’attenzione dei passanti un po’ come al mercato: ed effettivamente la ricostruzione delle bancarelle di un mercato campeggia in un angolo poco più avanti.
Abbiamo percorso le corderie dell’Arsenale e vi raccontiamo cosa c’è da vedere.
 
Arsenale
Artista: Liu Wei, (1972). Vive e lavora in Cina.
Titolo opera: Microworld, 2018
 
Da un’enorme finestra, come fosse la lente di un microscopio, si ammira un’installazione di grandi dimensioni. Forme moderniste, sfere fuori misura realizzate in alluminio lucido ricordano gli elementi di cui è composto l’atomo: protoni, neutroni e altre entità. Le invertite proporzioni rispetto all’osservatore, immobile davanti al lavoro, invitano a riflettere sull’ordine delle cose al di là di quello che normalmente si vede.
 
Arsenale
Artista: Carol Bove, (1971). Vive e lavora in Svizzera.
Titolo opera: Nike III, 2019
 
E’ una scultura “collage” trompe l’oeil. Qui le linee del modernismo sono messe ko. Sembra che l’acciaio industriale di cui è fatta la scultura, sciogliendosi abbia dato forma a curve, ammaccature, torsioni, grinze che normalmente appartengono agli oggetti obsoleti. Il colore giallo crea l’illusione che la materia sia morbida e gommosa. Occorre girare intorno all’opera per osservarla da tutte le angolazioni.


Carol Bove, Nike III, 2019 | Photo © ARTE.it

Arsenale
Artista: Augustas Serapinas, (1990). Vive e lavora in Lituania.
Titolo opera: Chair for the Invigilator (brown), 2019
 
L’invito è quello di osservare il mondo, compreso quello dell’arte, da un altro (o alto?) punto di vista. La seduta rialzata, ricorda quella tipica dei bagnini e degli arbitri. Un esempio di creatività pragmatica.


Augustas Serapinas, Chair for the Invigilator (brown), 2019 | Photo © ARTE.it

Arsenale
Artiste: Christine e Margaret Wertheim, (1958) Australia. Vivono e lavorano a Los Angeles.
Titolo opera: Crochet Coral Reef


Christine e Margaret Wertheim, Crochet Coral Reef  | Photo © ARTE.it
 
Le due sorelle realizzano una straordinaria scultura all’uncinetto, utilizzando filati di vario tipo, cavi e nastri. Un lavoro certosino che riproduce la barriera corallina dalle superfici iperboliche. Ore e ore ci sono volute per confezionare l’opera così come secoli e secoli ci vogliono per dare forma alle spettacolari creature coralline dei mari tropicali. Eppure l’intervento dell’uomo riesce a distruggere i magnifici paradisi sommersi.
 
Arsenale
Artista: Michael Armitage, (1984). Vive e lavora in Kenya.
Titolo opera: Pathos and the twilight of the idle, 2019
 
Sembra quasi una pala d’altare il grande dipinto a olio di corteccia di albero di Lubugo. Ma i temi religiosi qui cedono il passo alla storia. Michael Armitage ritrae con la vivacità del fotogiornalismo il caos di alcuni eventi che si sono svolti durante le elezioni in Kenya del 2017.  Coglie gli attimi di agitazione politica tra il carnevalesco e il circense, sottolineando la forte carica di violenza sottesa.


Michael Armitage, Pathos and the Twilight of the idle, Particolare | Photo © ARTE.it

Arsenale
Artista: Alex Da Corte, (1980). Vive e lavora neglI Stati Uniti a Philadelphia.
Titolo opera: Rubber, Pencil, Devil, 2019

Un viaggio in sé è lo spazio che Alex Da Corte ha costruito alla Biennale. Un cubo dai colori sgargianti, arancione alle pareti e con un pavimento che disegna i tratti di un campo di calcio, è lo spazio immaginario in cui è proiettata la roulette video di Rubber, Pencil, Devil. Clip coloratissime e ultrapop che ricordano certe copertine di Toilet Paper, che mischiano simboli, allusioni, giochi e canzoncine in un ipnotico tourbillion così assurdo da sembrare significativo. Da vedere.
 
Padiglione Irlanda – The Shrinking Universe
Artista: Eva Rothschild
Curatore: Mary Cremin
Sede: Arsenale
Voto di ARTE.it: 6
 
Eva Rothschild dimostra la sua grande conoscenza della tradizione modernista pur mantenendo un linguaggio scultoreo assolutamente distintivo. Forme prese dal contesto urbano si intersecano con forme geometriche e classiche. Un intervento monumentale e colorato che unisce forme del passato e figure astratte realizzate in materiali diversi: un’installazione cinestetica che invita gli osservatori a immergersi in un ricostruzione tra reale e astratto.

Padiglione Arabia Saudita – After Illusion
Artista: Zahrah Al Ghamdi
Curatore: Eiman Elgibreen
Commissario: Misk Art Insitute
Sede: Arsenale
Voto di ARTE.it: 7

Torna dopo 8 anni l’Arabia Saudita alla Biennale di Venezia. E l’esposizione dell’artista Zahrah Al Ghamdi dà forma alle parole di un antico poema arabo scritto da Zuhayr bin Abi Sulma (520 – 609). Tema il ritorno a casa, dove l’artista offre un tentativo di meditare sul valore dell’incertezza, aprendo nuove porte alla consapevolezza di sé e trasformazione.
Una bella atmosfera pervade il padiglione dove canyon immaginari vengono popolati di altrettante immaginarie forme, forse conchiglie che da terra risalgono le morbide pareti, forse solo tramite tattile e tangibile alla ricerca di uno spazio – la casa – reale e metaforico al tempo stesso.

Padiglione Ghana – Ghana Freedom
Artisti: Felicia Abban, John Akomfrah, El Anatsui, Lynette Yiadom Boakye Ibrahim
Curatore: Nana Oforiatta Ayim
Commissario: Ghana Ministry of Tourism, Arts and Culture
Sede: Arsenale
Voto di ARTE.it: 9

E’ la prima volta del Ghana alla Biennale di Venezia e lo spazio espositivo della nazione africana fortemente voluto dal compianto Okwui Enwezor e curato dalla regista Nana Oforiatta Ayim è certamente una dei più interessanti luoghi da visitare in questa edizione. Storia e politica, colonialismo e diaspora sono le quattro colonne portanti del Padiglione del Ghana. Uno spazio progettato da David Adjaye che riesce a tenere uniti artisti diversi e lontani tra loro e ad offrire uno sguardo interessante e inconsueto della società ghanese con i video del regista John Akomfrah, le sculture di El Anatsui, le installazioni di Ibrahim Mahama, l’arte pittorica di Lynette Yiadom-Boakye, le video installazioni di Selasi Awusi Sosu e gli scatti fotografici e gli autoritratti della prima fotografa professionista del paese Felicia Abban. Bellissimo.


El Anatsui, Earth Shedding its Skin, 2019 | Photo © ARTE.it

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