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Caravaggio e il suo tempo: in mostra a Roma i capolavori della Collezione Roberto Longhi

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610), Ragazzo morso da un ramarro, 1597 circa, Olio su tela, 65.8 x 52.3 cm, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi

Roma – È arrivato da poco, bellissimo, e occupa una sala tutta per sé. Ha volato da Amsterdam – dove si trovava in prestito per una mostra – a Roma, non appena
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la pandemia lo ha consentito, portandosi dietro quei moti dell’anima mirabilmente resi dal suo Maestro in quel gesto scomposto, la spalla prominente in avanti, alla maniera della statuaria classica, la fronte aggrottata, i muscoli facciali tesi, la bocca semiaperta a sprigionare un invisibile urlo di dolore.

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Dal Ragazzo morso da un ramarro – il pezzo forte di questa mostra dedicata dai Musei Capitolini agli artisti della cerchia di Caravaggio provenienti dalla collezione di Roberto Longhi – si dipana un filo attraversato da espressioni, situazioni, moti dell’animo, frutto del gusto e degli studi di Longhi, una delle personalità più affascinanti della storia dell’arte del XX secolo, di cui ricorre quest’anno il cinquantenario della scomparsa. Aveva acquistato l’opera intorno al 1928. Era stato il primo a comprendere la rivoluzione di Caravaggio, nel suo aprire lo sguardo al naturale, all’epoca in cui il Merisi era uno dei pittori “meno conosciuti dell’arte italiana”.


Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, 1597 circa. Olio su tela, 65.8 x 52.3 cm, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi

Tutto cominciò dalla sua tesi di laurea discussa il 28 dicembre 1911 con Pietro Toesca, all’Università di Torino, e incentrata proprio su Caravaggio. Una scelta pionieristica, che dimostra tuttavia come il giovane Longhi abbia saputo da subito riconoscere la portata rivoluzionaria della pittura del Merisi, al punto da considerarlo il primo pittore dell’età moderna.

«Non poteva esserci luogo più idoneo di Roma per questa mostra – spiega la curatrice Maria Cristina Bandiera, direttore scientifico della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi – città che Longhi definiva un “mirabile teatro caravaggesco”».

Il percorso – ospitato fino al 13 settembre 2020 nelle Sale espositive di Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini accoglie una selezione di opere “raccolte” che costituiscono un riflesso dell’interesse e degli studi del carismatico storico dell’arte. Nella sua dimora fiorentina, la Villa Il Tasso, oggi sede della Fondazione che gli è intitolata, raccolse una notevole quantità di opere dei Maestri di tutte le epoche, per lui occasione di ricerca e di studio. Tra queste, il nucleo più rilevante e significativo è quello che comprende le opere di Caravaggio e dei suoi seguaci.


Bartolomeo Passarotti, Le pollarole, 1577-1580 circa, Fondazione Longhi, Olio su tela, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, Firenze

La mostra, intitolata Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhisi snoda tra opere di artisti italiani e pittori venuti a Roma dal Nord Europa che hanno subito fascino della Città Eterna assieme alla rivoluzione pittorica del Merisi. Non sono discepoli, ma “spiriti liberi”, pittori autonomi, appartenenti alla cerchia del Maestro che non ha imposto loro una poetica.

Ad anticipare il percorso, nella prima sala, sono le tavolette di Lorenzo Lotto accanto a Giuditta con la Testa di Oloferne di Battista del Moro e alle Pollarole di Bartolomeo Passarotti che ci introducono al clima artistico del manierismo lombardo e veneto in cui si è formato Caravaggio. Scandiscono la mostra oltre quaranta dipinti degli artisti influenzati, per tutto il secolo XVII, dalla rivoluzione figurativa di Caravaggio, come le tre tele di Carlo Saraceni, l’Allegoria della Vanità di Angelo Caroselli, l’Angelo annunciante di Guglielmo Caccia, e ancora la Maria Maddalena penitente di Domenico Fetti.
Tra i grandi pezzi del primo caravaggismo si inseriscono le cinque tele con gli Apostoli di Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, seguaci napoletani del Caravaggio.


Valentin de Boulogne, Negazione di Pietro, 1615-1617 circa, Olio su tela, 171.5 x 241 cm, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi

L’ambientazione de la Negazione di Pietro, il grande capolavoro di Valentin de Boulogne è un preciso riferimento alla celebre Vocazione di San Matteo di Caravaggio. Non mancano le opere degli artisti fiamminghi e olandesi come Gerrit van Honthorst, Dirck van Baburen e Matthias Stom. Chiudono l’esposizione un sublime Mattia Preti  – definito da Longhi “il terzo dei geni del Seicento”, dopo Caravaggio e Battistello Caracciolo – con i due capolavori Concerto a tre figure e Susanna e i vecchioni e Il Santo certosino in lacrime di Giacinto Brandi, con le lacrime che sembrano uscire dalla tela e raggiungere l’osservatore.

Dopo Roma la mostra raggiungerà la Francia e, a seguire, la Polonia, con uno spirito coerente con il caravaggismo, ideatore di un linguaggio europeo, dai Paesi del Nord alla Sicilia.


Mattia Preti, Susanna e i vecchioni, 1656-1659 circa, Olio su tela, 170 x 120 cm, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi

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