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Home Arte

Didi Gnocchi: l’Ermitage un museo da ascoltare nel suo dialogo aperto col mondo da oltre due secoli

by Redazione
20 Ottobre 2019
in Arte
Reading Time: 6 mins read
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Galleria dei Canova, Palazzo d’Inverno, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage. Courtesy Nexo Digital

In principio fu il giornalismo. E i dieci anni come inviata in Russia, in un paese in piena transizione. Ma anche le inchieste sui gruppi neonazisti nella Germania degli anni Ottanta, prima della caduta del muro, e la passione per l’architettura anche grazie all’incontro con Vico Magistretti, l’amore per la storia, la fiducia nella cultura e nel potere della bellezza.
Didi Gnocchi – che firma il soggetto e la sceneggiatura con Giovanni Piscaglia – racconta tutti i retroscena del docufilm Ermitage. Il Potere dell’Arte, l’ultima produzione originale firmata 3D Produzioni e Nexo Digital – nelle sale italiane il 21, 22 e 23 ottobre nell’ambito del progetto La Grande Arte al Cinema.

Come nasce l’idea di un docufilm sull’Ermitage, nel quale l’arte dialoga con la città di San Pietroburgo, ma soprattutto con la sua storia?
«Durante il periodo trascorso in Russia come inviata ho conosciuto molto bene le persone, il momento di grande difficoltà che il paese stava vivendo. In quel periodo lavoravo anche a un libro per Einaudi che raccontava la storia di uno dei fondatori del partito comunista italiano morto nelle purghe staliniane. Questo mi aveva già costretta a studiare molto bene la storia russa. Certo, gli anni come inviata erano molto concentrati su Mosca, mentre San Pietroburgo rimaneva fuori da questo racconto del paese».

E poi cos’è successo? Com’è avvenuto il suo incontro con San Pietroburgo?
«Quando, con il regista Michele Mally e con lo sceneggiatore Giovanni Piscaglia, siamo andati a San Pietroburgo e all’Ermitage, ci siamo accorti che in questa città era custodita la vera anima russa, sempre alla ricerca di stimoli, a giudicare anche dalla storia di San Pietroburgo, dalla sua nascita dovuta alla volontà caparbia di Pietro il Grande di agganciare l’intero paese, che stava rimanendo indietro, a un’Europa che invece correva veloce. Questo disegno di collegare, attraverso l’arte e la cultura, la storia della Russia a un’Europa che corre, trovò compimento con Caterina la Grande che ebbe il privilegio di avere alla sua corte i più grandi intellettuali dell’epoca come Diderot e Voltaire».

Ermitage. Il Potere dell’Arte è un film completo e complesso. C’è l’arte, l’architettura e c’è la storia. Com’è riuscita a mettere insieme i tanti elementi che caratterizzano questo scrigno, non un semplice museo, ma un’esperienza culturale a 360 gradi?
«Abbiamo costruito questa storia con gli aiuti preziosi di Ermitage Italia, in particolare di Maurizio Cecconi (segretario generale della Fondazione Ermitage Italia e amministratore delegato di Villaggio Globale international ndr) che ci ha aiutato a cogliere la visione globale del museo».

Qual è stata la principale difficoltà incontrata durante realizzazione del film?
«Indubbiamente la cosa più delicata (che abbiamo anche dovuto affrontare durante la realizzazione de Il museo del Prado. La corte delle meraviglie) è stata riuscire ad ascoltare il museo. Perché non è sempre facile trovare un equilibrio tra come noi vediamo il museo e la visione che il museo ha di se stesso. Lo sforzo è stato quello di comprendere come il museo si vede e si propone, superando la nostra visione personale. Non si può raccontare un museo da “colonizzatore”».

Qual è, secondo lei, la principale differenza tra l’Ermitage e gli altri musei?
«A differenza degli altri musei, come il Prado o il Louvre, l’Ermitage non nasce dalle conquiste da parte degli imperi, ma dalla precisa volontà di costruire una collezione d’arte. Caterina la Grande mandava i suoi ad acquistare le opere. L’Ermitage nasce con una consapevolezza maggiore, dal rispetto per l’arte e dal riconoscimento del suo potere politico».

Del documentario affascina il dialogo costante tra il museo e San Pietroburgo, con il suo fermento storico. Lo sguardo dello spettatore oscilla tra i capolavori del museo e la città, della quale è anche raccontato visivamente lo sviluppo urbano e architettonico. Da cosa nasce l’esigenza di questa “uscita” fuori dal museo e qual è il fil rouge che connette l’Ermitage alla sua città?
«La città nasce nel 1703, l’Ermitage nel 1762. Non esiste un altro luogo in cui il museo e la città nascono insieme. E per giunta con lo stesso obiettivo. San Pietroburgo è una città di ponti e l’Ermitage è il ponte con l’Europa, che resiste su tutto, che costruisce dialoghi che restano aperti anche nei momenti più difficili, quando spesso la politica li chiude. Ancora oggi l’Ermitage continua a essere un ponte di dialogo attraverso la sua arte, le mostre, le sue opere in prestito in tutto il mondo».

Qual è stato il momento del film che più l’ha emozionata?
«Quando siamo andati a casa dell’Achmatova, perché la storia della poetessa russa racchiude un po’ la storia della Russia sovietica e delle persecuzioni durante gli anni dello Stalinismo. Lei è stata una sopravvissuta all’interno di una famiglia completamente decimata».

Per vent’anni si è occupata di reportage e inchieste sul neonazismo in Austria e Germania, e sulla fine del comunismo. Da cosa nasce questo suo interesse per i temi legati ai regimi totalitari?
«Uno dei primi documentari di cui mi sono occupata in Germania, prima della caduta del muro, era dedicato ai gruppi neonazisti in Germania e in Austria, collegati alla storia del Nazismo e al revisionismo storico. Per le Grandi Opere della casa editrice UTET ho curato i documentari sulla storia della Shoah. La storia dei totalitarismi mi ha sempre molto interessato. Il Nazismo e il Comunismo sono due totalitarismi che hanno fatto troppi morti, ma rappresentano due storie molto diverse».

Pensa che la storia possa ancora ricoprire, al cinema, ma non solo, un ruolo di primo piano, suscitando anche l’interesse delle nuove generazioni?
«Se noi ci rendessimo conto che tutto quello che accade è già accaduto e se riuscissimo ad avere più consapevolezza del nostro passato, ci renderemmo conto di quanti errori si sarebbero potuti evitare nel passato recente e di quanti ne potremmo evitare oggi. Studiare la storia significa riconoscere pericoli e segnali. Oggi le radici dei totalitarismi andrebbero studiate a scuola attraverso i libri di Joseph Roth, in particolare La tela di ragno e Il Profeta muto. Siamo molto inconsapevoli. Mentre negli anni Sessanta la contestazione giovanile aveva come obiettivo la ricchezza, il privilegio, oggi la grande massa ha come obiettivo a cultura delle élite. Troppe volte dimentichiamo che la cultura non è un privilegio, ma una fatica. Ci si rende conto di questa difficoltà quando si costruiscono documentari come questo, che necessitano di un lungo studio, di una lettura approfondita di libri e testi»

La voce di un intenso Toni Servillo ritorna anche in questo documentario. Perché anche questa volta (dopo Hitler contro Picasso e gli altri) la scelta è caduta sull’attore campano?
«Quando abbiamo scelto la linea dei nostri documentari abbiamo deciso di escludere la fiction e di avere comunque attori bravi, colti e molto credibili. Anche le scelte che abbiamo fatto, con Jeremy Irons per il docufilm sul Prado, con Helen Mirren per quello su Anna Frank, erano orientate in tal senso».

È questo desiderio di differenziarsi, di lavorare in totale autonomia, che l’ha spinta a fondare 3D Produzioni?
«La scommessa era quella di creare un gruppo di lavoro coerente, lavorando sulla cultura. La 3D Produzioni non è sicuramente una società di business ma è cresciuta molto: da tre persone è arrivata a 30. Mi sembra un bell’esempio di piccola economia culturale. Penso che il lavoro debba un po’ ricalcare le passioni della nostra vita. Lavoro spesso sette giorni su sette, e voglio farlo sui temi che mi interessano».

Lei ha creato la prima web tv italiana dedicata all’arte, alla cultura e al design. Nel suo primo documentario, Betty Bee, sopravvivere d’arte, riprendendo una frase di Achille Bonito Oliva, dice che oggi, forse, solo l’artista, dotato di antenne più sensibili, è l’unico “inviato speciale” nella realtà, in grado di emettere segnali interessanti. Oggi, l’artista e l’arte hanno ancora questo potere?
«Non saprei dire se oggi gli artisti abbiano ancora la stessa forza. Quando ho scritto quel documentario avrei sottoscritto questa frase al cento per cento. Venivamo da decenni in cui gli artisti, a partire da Andy Warhol, avevano fornito delle chiavi di accesso a quello che avveniva nella realtà, in modo più efficace di quanto qualsiasi sociologo o giornalista potesse fare»

E l’arte “di ieri” esercita ancora un qualche potere sul pubblico di oggi?
«Sì. Perché contiene la bellezza, l’emozione e il brivido che ti mettono in una condizione di fragilità, di vulnerabilità e quindi di apertura, rendendoti maggiormente disponibile all’evoluzione di te stesso».

Qualche anticipazione sui prossimi progetti?
«Abbiamo appena chiuso Anne Frank. Vite parallele che sarà nelle sale l’11-12 e 13 novembre. Per quanto riguarda i documentari d’arte, stiamo lavorando su Modigliani, ma non posso anticiparle altro».

Leggi anche:

• I capolavori dell’Ermitage
• La grande storia dell’Ermitage e San Pietroburgo: un dialogo lungo oltre 250 anni

Fonte

Tags: arte
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