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Giovanni Troilo: il mio viaggio con Frida nel Messico pre-colombiano

Bernard Silberstein, Diego Rivera osserva Frida Kahlo mentre dipinge un autoritratto, 1940 circa, Cincinnati Art Museum, Gift of the Artist, 1986.570, © Edward B. Silberstein. Courtesy Nexo Digital

Non solo l’artista, l’icona, la femminista in grado di emozionare il pubblico con opere che trasformano il dolore in una forma di catartica bellezza. Ma anche la donna affascinata dalle radici profonde del Messico, come della società matriarcale di Tehuantepec, che traduce miti e riti precolombiani nella parte essenziale e pulsante della propria arte.
Giovanni Troilo, regista del docufilm Frida. Viva la Vida, prodotto da Ballandi Arts e Nexo Digital, in collaborazione con Sky Arte, nelle sale il 25, 26 e 27 novembre, racconta la sua Frida, il personaggio potente che emerge dal suo ultimo lavoro.

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Da Le ninfee di Monet a Frida Kahlo. Una bella sfida quella di parlare di un’artista amatissima e della quale tutto è stato già detto. C’è una Frida inedita che questo docufilm svela?

«Con questo docufilm abbiamo cercato di offrire al pubblico un accesso abbastanza inedito a Frida, anche attraverso la bella relazione istituita con Hilda Trujillo, direttrice del Museo Frida Kahlo, che, abitando la casa della pittrice da vent’anni, ci ha fornito un punto di vista molto intimo del personaggio, introducendoci ai suoi oggetti, ai luoghi, ai racconti.
Abbiamo puntato molto sull’arte di Frida e sul rapporto strettissimo con la tradizione popolare, a partire dall’abbigliamento. Abbiamo voluto raccontare il legame con il pre-colombiano, con le radici profonde del Messico, ragionando su come Frida abbia reso queste radici parte essenziale e pulsante della propria arte.
Un altro aspetto che tenevamo ad approfondire è il suo rapporto con la società matriarcale di Tehuantepec. Quello che facciamo, insomma, è un viaggio profondo nel Messico raccontato da Frida Kahlo».

Qual è l’espediente narrativo che avete utilizzato per raccontare questo viaggio?

«Sicuramente il diario di Frida, in particolare un racconto delle ultime pagine, che isola l’origine delle due Frida ed in cui è contenuto il ricordo di un’ infanzia solitaria. In questa testimonianza la pittrice ricorda di avere avuto avere un’amica immaginaria che raggiungeva attraverso un vetro, scivolando fin nel sottosuolo e con la quale finalmente si sentiva felice.
Con questo espediente narrativo raccontiamo il rapporto simbiotico che c’è tra la Frida sempre più costretta nel proprio corpo martoriato e l’altra Frida che invece si libera nell’arte e che trova nel dolore il fondamento della sua immensa produzione artistica».

Un punto di forza del film è il materiale inedito scoperto dopo 50 anni dalla morte dell’artista. Qual è l’oggetto che più l’ha colpita tra quelli rinvenuti all’interno del bagno?

«Mi hanno impressionato moltissimo i suoi busti, queste “macchine medievali”, apparenti strumenti di tortura, che erano in realtà necessari, se non a guarire, a contenere quel corpo».

In base a quale criterio è avvenuta la scelta delle opere da inserire nel film?

«Avevamo un ampio spettro dal quale attingere, ma abbiamo voluto operare una selezione che rendesse forte e omogeneo il racconto, caratterizzato tra l’altro da più piani narrativi. Ogni quadro è un racconto. Quando parliamo del rapporto con il precolombiano e con le divinità precolombiane raccontiamo molto del dualismo presente in molti suoi lavori».

Un’opera di Frida alla quale è particolarmente affezionato?

«Sicuramente Le due Frida, che potrebbe essere un po’ il secondo titolo del film».

E invece avete scelto come titolo Viva la Vida…

«Sì, sono le ultime parole scritte da Frida, un inno alla vita lasciato, poco prima di morire, su una sua opera, e che rappresenta pienamente quel credo dualistico tra il perenne tormento e la capacità di risorgere e vivere tante vite, che non la abbandonerà nemmeno in punto di morte».

Che cos’è, secondo lei, che ancora oggi determina una sorta di venerazione di questa artista da parte del pubblico, e che la rende un’icona attuale?

«Una donna come lei, riuscita a dominare il dolore durante una vita intera, è davvero legittimata a diventare icona, a portare questo messaggio di forza e speranza. Prima di lavorare a questo film conoscevo Frida solo attraverso qualche lettura. Invece grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di stare a contatto con Hilda Trujillo, con Graciela Iturbide o con la stessa Cristina Kahlo, opportunità che mi ha consentito di avere accesso all’intimità di Frida, alla sua incredibile forza».

Com’è stato l’incontro con Cristina Kahlo?

«Tutti gli incontri con i personaggi che hanno contribuito alla realizzazione del film sono stati straordinari. Sono persone semplici, con le quali abbiamo speso più del tempo concordato. Di Cristina mi ha sorpreso molto il fatto che ci abbia parlato di quanto poco conoscesse Frida, di averla scoperta solo di recente».

Frida si può considerare una femminista?

«A un certo punto nel docufilm rivolgiamo questa domanda alla fotografa messicana Graciela Iturbide. Lei inaspettatamente ci risponde di no, ritenendo che Frida, durante tutta la sua vita, sia stata sempre in qualche modo soggetta a Diego. Io non la penso così. Credo che in realtà l’artista abbia gettato i semi che hanno trovato compimento nelle lotte femministe. Ha scelto di costruire non un’icona classica, ma del tutto anticonvenzionale, un’idea di donna completamente diversa, pur sapendo che questo non sarebbe stato accettato facilmente».

Quello di Viva la vida è un viaggio, oltre che nell’anima dell’artista, nei luoghi e tra le culture alle quali Frida si è ispirata. Dove siete stati?

«Abbiamo trascorso molto tempo a Città del Messico, in particolare a Casa Azul. Poi abbiamo scelto quei luoghi, sempre in Messico, che potessero raccontarci il precolombiano, come il sito di Teotihuacan. Facendo tappa a Tehuantepec abbiamo invece voluto raccontare il legame strettissimo con la sua civiltà matriarcale, che si cela anche dietro l’icona Frida Kahlo. E poi non potevamo non toccare quella parte del Messico che corrisponde all’immaginario di tutti: il deserto, la galleria scavata dai minatori che poteva tradurre in immagini l’idea del racconto delle Due Frida. Abbiamo viaggiato in auto, percorrendo migliaia di chilometri. È stato un viaggio immersivo in primissima persona e speriamo che parte di questa immersività venga restituita al pubblico attraverso il cinema».

Il compito di condurre lo spettatore alla scoperta dell’anima di Frida è affidato ad Asia Argento. Perché, secondo lei, questa attrice è la persona giusta?

«Asia è una donna fortissima, una lottatrice come Frida ed esprime una grandissima vitalità. Ma soprattutto è una fan di Frida Kahlo. Quindi il suo personaggio, come si percepisce tanto anche nel voice over, sposava completamente il progetto».

La Frida che emerge dal film è una donna legata alle proprie radici, ma anche un’artista che sa guardare oltre le culture, i miti, i riti dei quali anche la sua arte è impregnata. Quella di “guardare oltre” è anche una prerogativa del PhEst – Festa internazionale della fotografia – di Monopoli, di cui lei è stato anche direttore artistico, e nel quale i partecipanti si sono dovuti confrontare con le culture e le religioni del Mediterraneo. Frida, in questo senso, ha lanciato un grande messaggio. Perché, soprattutto oggi, è così importante educare a saper guardare oltre?

«Quella del guardare oltre credo sia un istinto innato, una prerogativa presente in tutti noi, che spesso le convenzioni tendono a comprimere. Credo vada semplicemente liberato, stimolato e sicuramente gli artisti, in questo momento, costituiscono un veicolo straordinario per raccontare storie che a volte hanno poca eco».

Progetti futuri? 

«Sempre con Sky Arte stiamo lavorando a un film dedicato a Roma, un progetto dove ampio spazio sarà dedicato all’arte. Abbiamo poi in cantiere un lungometraggio di finzione, quasi tarantiniano, da girare in Belgio. E infine stiamo ultimando il montaggio di un documentario girato a Napoli, incentrato sul rapporto uomo-vulcano».

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