Prima Pagina>Arte>La morte di Leonardo da Ménageot a RAVO: intervista all’urban artist di ritorno da Amboise
Arte

La morte di Leonardo da Ménageot a RAVO: intervista all’urban artist di ritorno da Amboise

Ha più di 500 anni, ma non li dimostra: mai come nelle celebrazioni di quest’anno, curatori e artisti portano l’attenzione sull’attualità di Leonardo da Vinci, capace con le sue profetiche intuizioni di stupire le menti più aperte del Rinascimento e, oggi, anche le nostre.
Nulla di strano, dunque, se l’arte del genio vinciano incontra il linguaggio contemporaneo per eccellenza, quello dell’urban art. Al Castello Reale di Amboise nella Valle della Loira, dove Leonardo visse gli ultimi, fecondi anni della sua vita e dove si trova ancora la sua tomba, l’artista varesino Andrea Mattoni, noto in tutta Europa come RAVO, ha terminato da poco la sua versione a bomboletta della Morte di Leonardo da Vinci, un quadro di François-Guillaume Ménageot che ha alimentato il mito del maestro toscano in Francia.
 
Abbiamo raggiunto RAVO a Roma, dove sta lavorando su un muro del Policlinico Gemelli. E guarda caso il soggetto della nuova opera è la Madonna Litta di Leonardo: “un quadro difficilissimo, anche se non troppo conosciuto”, spiega Andrea, “conservato da tempo al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo e che in occasione dei 500 anni dalla morte del suo autore ci piace riportare in Italia”.
Ma facciamo un passo indietro e torniamo oltralpe, per raccontare uno dei progetti di punta dell’Anno di Leonardo nella Valle della Loira.
 
Come nasce il progetto di RAVO ad Amboise?
“Da un’idea di Bob Jeudi, il presidente dell’associazione Le M.U.R. di Parigi, che da più di 10 anni si occupa di un muro effimero presso la fermata della metropolitana Oberkampf da cui sono passati un po’ tutti gli urban artist del mondo. La nostra amicizia e collaborazione è nata a marzo dell’anno scorso quando all’Oberkampf riproposi la Jeune Orpheline au cimetière di Eugène Delacroix.
Già l’anno scorso Bob contattò il direttore del Castello di Amboise e gli propose un mio lavoro. Visto che porto avanti la tradizione della copia in chiave contemporanea, mi chiesero di concentrarmi sul dipinto La Morte di Leonardo da Vinci di François-Guillaume Ménageot, che è stato appena restaurato dalla Biblioteca di Francia ed esposto al castello. Un quadro del Settecento che precede quello più famoso di Ingres sullo stesso soggetto: al centro c’è una fortunata fake news diffusa da Giorgio Vasari, che romanzò l’episodio con la presenza del re di Francia sul letto di morte di Leonardo. Attorno a loro è costruita tutta la composizione”.
 
Qual è la tua versione della Morte di Leonardo?
“Ho scelto cinque dettagli del quadro e li ho riproposti su grandi tele di 3,5×2,5 metri: il volto di Leonardo, Leonardo e il re, i due bambini, il medico e l’infermiera e i tre personaggi sulla destra, che non sono stati ben identificati e che di solito vengono descritti come ‘i tre italiani’.
Durante la mia residenza ad Amboise, li ho dipinti sotto il porticato del castello, proprio vicino alla tomba di Leonardo: è stata un’emozione molto forte. Ho passato 12 giorni al castello a dipingere, tra le troupe televisive di tutto il mondo arrivate ad Amboise per il cinquecentenario. Una volta finite, le tele sono state sistemate nella torre principale, l’unica senza scale perché destinata all’ingresso dei cavalli e delle carrozze dei reali”.
 
Come hai già fatto con Caravaggio, Van Eyck o Velàsquez, anche qui attualizzi un capolavoro del passato con la pittura a bomboletta. Qual è il valore di questa operazione?
“Il mio progetto di recupero del classico nel contemporaneo è nato nel 2016. Vengo dal mondo dei graffiti, ho iniziato nel ’95, poi ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera abbandonando parzialmente le bombolette. Infine ho rimesso assieme questi due mondi in un progetto che si nutre del mio viscerale amore per l’arte classica e di una tecnica imparata sulla strada.
L’obiettivo è portare avanti una pratica antichissima, quella della copia, diffusa nell’antica Grecia come nelle botteghe del Rinascimento: un mezzo formidabile che permetteva anche la diffusione delle opere d’arte, creando scuole e correnti attive in territori lontani tra loro.
La mia idea era riattualizzare questa pratica legandola alla didattica. Sui muri creo una gigantografia dell’opera o, se non è possibile, ingrandisco dei particolari, come è successo per il Trionfo di Bacco di Velàsquez in Spagna.
Un altro aspetto fondamentale è la relazione con il territorio. Per esempio a Varallo Sesia ho lavorato su Tanzio da Varallo e Gaudenzio Ferrari, a Gaeta con Scipione Pulzone detto ‘il Gaetano’, in Sardegna con il Maestro di Ozieri. Per andare avanti con Caravaggio in Lombardia e in Sicilia, Georges de La Tour, Simon Vouet, Valentin de Boulogne, Eugène Delacroix in Francia, Velàsquez in Spagna, Rubens, Van Eyck e Bruegel il Vecchio in Belgio, Pierfrancesco Mola in Ticino…
La relazione con il territorio ha un momento cruciale nelle lezioni sul campo, grazie alle quali instauro un rapporto diretto con gli spettatori”.
 
È accaduto anche nella Valle della Loira?
Il 50% del mio lavoro è didattica. Ad Amboise ho fatto tantissime lezioni a scolaresche francesi dell’asilo, delle elementari, delle medie e a molti studenti italiani in gita scolastica: lì i flussi turistici sono davvero massicci.
Immaginiamo una ragazzina delle elementari: davanti al quadro originale potrebbe essere un po’ annoiata, ma un lavoro fatto con le bombolette risveglia la sua curiosità. Con un espediente semplice riusciamo intercettare un pubblico diverso, affascinato dal mezzo.
Di solito quando porto i bambini davanti ai muri immaginano di vedere dei graffiti, invece gli faccio una lezione di storia dell’arte. La cosa meravigliosa è che non si tolgono più dalla testa quello che hanno visto”.
 
L’interazione con gli spettatori ti ha regalato momenti che ricorderai con piacere?
“In una delle lezioni tutti i bambini di una classe mi hanno regalato un disegno con la loro interpretazione del quadro di Ménageot. Li ho riportati in Italia e li custodisco gelosamente.
In un altro gruppo ho incontrato una ragazza ipovedente. Le ho preso la mano, ho iniziato a farle sentire il quadro e i segni delle bombolette, rilievi e variazioni tattili di cui spesso nemmeno non ci rendiamo conto. Le ho fatto toccare il viso di Leonardo, la barba… È stata una delle esperienze più emozionanti fatte ad Amboise. Ho capito che in futuro mi piacerebbe andare oltre le attività svolte finora, coinvolgendo anche persone diversamente abili”.
 
Ci racconti a grandi linee il tuo metodo di lavoro? I pittori del passato custodivano gelosamente le ricette per la produzione dei colori, dei fondi… Tu ne reinterpreti le opere con vernici spray industriali… Quali sono i tuoi segreti mestiere?
“È fondamentale capire come il quadro è stato realizzato a partire dal fondo, dalla preparazione della tela: come hanno osservato Tintoretto e Caravaggio, è dal fondo che emergono luce e profondità. Perciò cerco di usare colori che siano il più possibile simili al fondo della tela originale. Questo mi dà un vantaggio enorme nell’imitazione delle velature soprattutto per quanto riguarda gli incarnati, i drappeggi, i volumi. Poi non utilizzo mai il nero, ma il marrone ebano oppure un rosso scurissimo, il rojo noche, perché il nero blocca lo sguardo e non gli permette di entrare nello spazio del quadro.
Per riprodurre le proporzioni utilizzo la squadrettatura. Stampo su un foglio il dipinto originale e lo divido in quadrati di un centimetro, poi con il mio assistente Joel – lui con la bolla, io con la matita – riportiamo la griglia sul muro in proporzione. Quadratino per quadratino, come a battaglia navale, compongo l’ossatura del dipinto disegnando la traccia a bomboletta, per poi procedere con la colorazione, sempre a spray.
Cerco di utilizzare i colori migliori e applico sempre un finale trasparente che serve a proteggere dai raggi UV: il sole è il principale nemico dei colori, soprattutto dei rossi. Anche se mi occupo di arte urbana non voglio che il mio lavoro sia effimero. Mi dicono che la street art deve essere effimera… Ma io faccio arte pubblica e voglio che il mio lavoro rimanga al suo posto per almeno 40 anni”.
 
C’è una parte del lavoro che resta nascosta agli occhi del pubblico? Quanto conta la fase di preparazione?
“Il lavoro in studio è importantissimo, preparo moltissimi bozzetti con i pastelli Caran d’Ache, che sono molto simili alle tinte delle mie bombolette Montana 94. Se ho timore di un determinato viso, lo disegno a casa per appropriarmi delle forme, dei volumi e dei colori attraverso i pastelli.
I bozzetti, gli schizzi e gli appunti li conservo per esporli nelle mostre in galleria. Come Christo, considero la parte progettuale molto importante. E poi la narrazione è una delle cose che più affascinano il pubblico. Quando lo spettatore si trova davanti il muro finito, è sempre curioso di sapere come ho fatto a realizzarlo. Spero non accada mai ma, se uno dei ‘miei’ muri dovesse essere demolito, appunti, bozzetti e fotografie resterebbero a documentare quello che ho fatto. Io li riunisco in lavori che chiamo ‘From the Sketch to the Wall’: comprendono una foto a tiratura limitata dell’opera finita, uno dei bozzetti di preparazione o addirittura il foglio con la squadrettatura che ho utilizzato sul campo, tutto sporco di vernice e con le mie impronte digitali”.
 
Come scegli i tuoi soggetti?
“Non sono uno storico dell’arte, quindi mi faccio aiutare. Per esempio da Paolo Cova, mio amico d’infanzia e storico dell’arte alla Rocchetta Mattei di Bologna, oltre che autore di documentari per Sky e la Rai; oppure da Cyrille Gouyette, il direttore del Dipartimento Educazione del Louvre, con cui collaboro e sono in contatto quasi quotidiano. Mi danno suggerimenti sugli artisti legati a uno specifico territorio e a volte scopro pittori che non conoscevo, la loro storia, il luogo dove sto andando.
Scegliere un soggetto è una grande responsabilità. Io sono un traduttore, traduco l’arte del passato in chiave contemporanea. Quando sono davanti una parete nuda da dipingere, so che alla fine non sarò io a viverla. Penso alle persone che abitano quel luogo e cerco un nesso con il territorio.
Credo che questo sia un aspetto fondamentale per qualsiasi opera di arte pubblica. L’arte pubblica non è nata né con la street art né con il muralismo. Ha una storia molto più antica, che possiamo rintracciare nel Sacro Monte di Varallo come nella Fontana di Trevi. Io cerco di essere il più possibile rispettoso di ciò che ho intorno, anche quando lavoro sulla facciata cieca di un caseggiato popolare. La scelta nel dialogo con gli storici dell’arte e le attività didattiche sono fondamentali per dare un senso a ciò che faccio.
Quando dal Castello di Amboise mi hanno proposto La morte di Leonardo, ho analizzato l’opera e ho prima di tutto verificato che fosse fattibile. Ci sono anche dipinti impossibili per le bombolette: se mi avessero chiesto l’Ultima Cena avrei dovuto declinare l’invito. Invece il progetto mi ha interessato subito, perché gli ingredienti c’erano tutti: la possibilità di istituire un ponte con le istituzioni museali, il rapporto con il territorio, il lavoro sul campo, le lezioni, l’opera originale a 20 metri. Tra l’altro non conoscevo Ménageot, è stata una bella scoperta”.
 
Quali sono state le sfide e le novità del lavoro di Amboise rispetto alle tue esperienze passate?
“La sfida per me nuova e interessante è stata la riduzione delle dimensioni. Se devo riprodurre un quadro di 2 metri per 3 su un palazzo di cinque piani, è paradossalmente più semplice perché lo spray è un mezzo molto diverso dal pennello: non potrò mai avere una linea di un millimetro, il minimo è un centimetro e mezzo.
Ogni sperimentazione naturalmente avviene sotto gli occhi del pubblico: questo significa mettersi continuamente in gioco, senza un briciolo di intimità. D’altronde il confronto diretto è proprio quello che cerco”.
 
Ti capita di sentirti in imbarazzo davanti a grandi capolavori da riprodurre?
“In imbarazzo? Sono terrorizzato! Cerco di mettere a frutto le mie capacità nel modo migliore possibile, ma ogni volta che mi confronto con epoche differenti, pittori con stili diversi, mi chiedo sempre: sarò all’altezza?
Impossibile non essere spaventati quando ci si confronta con un grandissimo genio come Velàsquez, per esempio. Ma forse il terrore più grande me l’ha dato il quadro Le tricheur a l’as de carreau di Georges de La Tour: un caravaggesco anomalo, luminosissimo, pazzesco nei dettagli. Se analizzi un dipinto di Caravaggio riesci a distinguere le pennellate, qui no. Sono riuscito ad andare avanti solo perché preso da una sorta di trance agonistica. L’ho realizzato all’Università di Nanterre a Parigi ed è stato il primo lavoro in collaborazione con il Louvre.”.
 
L’opera che hai realizzato al castello di Amboise è un omaggio a Leonardo e ora stai lavorando sulla Madonna Litta. Che rapporto hai con il genio di Vinci?
“Nel mio immaginario Leonardo è una presenza molto forte già da quando ero bambino. Vengo da una famiglia di artisti e Leonardo mi è sempre stato proposto come uno dei più grandi di sempre. Ricordo le macchine ricostruite al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, che ho visto da piccolissimo, e poi le visite ai musei in Francia e in Italia. Dopo l’adolescenza ho approfondito non solo l’arte di Leonardo, ma anche i suoi studi scientifici, sviluppando rispetto e ammirazione verso quello che considero un grande pioniere sotto molti punti di vista.
Ma se mi chiedi chi sono i miei pittori preferiti non ho dubbi: Guido Reni e Diego Velàsquez”.
 
Sei conosciuto soprattutto per i tuoi lavori di arte pubblica, ma le tele di Amboise sono chiuse tra le mura del castello. È un limite?
“È un’ibridazione. Oltre che sui muri pubblici, lavoro anche per le gallerie d’arte. Nelle mie gallerie di riferimento in Svizzera e a Parigi espongo i progetti delle opere realizzate in strada e le tele che dipingo in studio, sempre a spray. Poi ci sono le collaborazioni con i musei: per esempio al Museo di Arte Contemporanea di Bordeaux ho esposto delle realizzazioni effimere e per il Museo di Belle Arti di Bruxelles ho dipinto delle pareti accostando opere diverse dei maestri fiamminghi.
Le ibridazioni come quella di Amboise sono un caso raro, nato dalla collaborazione con un’istituzione privata, ma vanno nella stessa direzione del lavoro sulla strada. Le centinaia di turisti che ogni dieci minuti entrano nel castello sono un’altra opportunità per far conoscere l’arte, un altro ponte con le istituzioni museali. Mi interessa portare la grande storia dell’arte anche a persone che non hanno avuto la fortuna di studiare. Ad Amboise i due estremi del ponte sono molto vicini: a pochi metri dalle mie gigantografie si può osservare il dipinto originale di Ménageot”.
 
Su che cosa ti piacerebbe lavorare in futuro? Hai un sogno nel cassetto?
“Il mio sogno nel cassetto è il Davide e Golia di Guido Reni, non il più famoso con la testa tagliata ma quello che è al Museo Thyssen di Madrid, con Davide che sta per tagliare la testa del gigante. Dietro un drappeggio rosso, c’è un paesaggio emiliano con il cielo in tempesta, come nei temporali estivi in cui vedi il sole oltre le nuvole. Un dipinto meraviglioso, molto psicologico, pieno di tensione. Golia ha un’armatura seicentesca bellissima: come molti pittori antichi, Reni ha adattato le vesti dei personaggi alla moda della sua epoca.
Quando realizzerò il Davide e Goliavoglio che sia alto almeno sei piani. Non vedo l’ora di farlo, che sia a Madrid, a Roma o a Bologna”.
 
Leggi anche:
• Viva Leonardo! La Francia celebra il maestro toscano
• Presto al cinema “Io, Leonardo”: Luca Argentero nei panni del genio vinciano
• Verso il 2019 nel segno di Leonardo
Fonte

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *