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Van Gogh e il Giappone – La nostra recensione

L’Arlesienne di Van Gogh durante le riprese del film Van Gogh e il Giappone ® Exhibition on screen (David Bickerstaff). Courtesy Nexo Digital

Iris e giardini, alberi di ciliegio, donne dagli abiti variopinti, barche sull’acqua, geishe impreziosite da dettagli minuziosi e, su tutto, la straordinaria potenza del colore.
La delicata poesia dell’universo giapponese, con le sue stampe, i dipinti, gli ukiyo-e, ha segnato profondamente i linguaggi dell’arte, i soggetti, i colori di Vincent Van Gogh e, con lui, quelli di molti artisti occidentali da Monet a Degas, da Gauguin a Monet fino a Renoir.
Il legame intenso tra l’arte giapponese
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e il pittore di Zundert, iniziato nel 1887, si svela nel film documentario Van Gogh e il Giappone che arriva nelle sale il 16, 17 e 18 settembre per La Grande Arte al Cinema, un progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital.

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“Amo i dipinti giapponesi” scriveva l’artista in una delle sue lettere. Ed è grazie alla corrispondenza di Van Gogh con il fratello Theo e alle testimonianze dei suoi contemporanei, che questo docufilm diretto da David Bickerstaff rivela la poco conosciuta folgorazione esercitata da stampe, dipinti e ukiyo-e sul lavoro del pittore che invidiava ai giapponesi la capacità di creare figure con pochi tratti, e l’estrema limpidezza di ogni elemento in opere “semplici come un respiro”.

Pur non avendo mai messo piede in Giappone, Vincent ha raggiunto il paese del Sol Levante attraverso il suo immaginario, cogliendo impressioni e suggestioni, talvolta idealizzandole, per farle proprie con un approccio pittorico originale. Ne nascono dipinti vivaci e tinte uniche – come il giallo abbagliante nella Giapponeseria: Oiran del 1887 – o opere come Donna al Cafè le Tambourin, dove il soggetto ritratto è un’italiana, ma lo sfondo ha già elementi più orientali che alludono all’incontro tra Van Gogh e il Giappone.

Il dialogo tra il pittore e l’arte d’Oriente avviene anche grazie a libri come Madame Chrysanthème del novellista francese Pierre Loti e poi grazie all’incontro con gli ukiyo-e, venduti in Francia a buon prezzo.

Il film conduce nell’anima del japonisme, ma anche nell’arte di Tomoko Kawao e dell’artista performativo Tatsumi Orimoto che aiutano a comprendere appieno lo spirito e le caratteristiche dell’arte del Sol Levante.

Quando il Giappone si apre all’Occidente, invadendo Parigi di oggetti decorativi e stampe colorate impresse con matrici di legno chiamate ‘ukiyo-e’, Van Gogh resta incantato da tutti gli elementi di questa straordinaria cultura visiva e dal modo in cui potevano essere adattati alla ricerca di un nuovo modo di vedere.
Questi lavori diventano fonte d’ispirazione per la sua pittura.
Partendo dalla mostra dedicata ai rapporti tra l’artista e il Giappone, svoltasi al Museo Van Gogh di Amsterdam nel 2018, la narrazione cinematografica tocca la vita, l’arte di Vincent, i linguaggi dell’artista che inizia a copiare i soggetti giapponesi tratti da libri e stampe in voga in Francia a fine Ottocento.

Anche quando si trasferisce da Parigi ad Arles il pittore riproduce alcuni soggetti tipicamente giapponesi, aggiungendo il suo stile fatto da gesti veloci e pennellate forti, a contrastare quello più calmo e piatto della grafica orientale.

Il suo viscerale interesse per l’arte del Sol Levante emerge ad esempio dal fondale decorativo alle spalle di père Tanguy, al centro dell’omonimo Ritratto, foderato di diversi ukiyo-e raffiguranti attori, cortigiane e, ovviamente, la montagna sacra del Fujiyama.
Un legame che trapela anche dagli alberi di pesco in fiore, dalla rapprsentazione del Campo di Iris nei pressi di Arles, dal ritratto malinconico de La berceuse per esplodere nell’energia straripante dell’ Arlesienne.

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