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Massimo Troisi, il suo cuore è ancora ben vivo in tutti noi

Il 4 giugno 1994 se ne andava Massimo Troisi, attore simbolo della comicità partenopea e di Napoli più in generale. Dagli inizi con La Smorfia a “Non ci resta che piangere” fino a “Il postino”, una carriera costellata di successi e ironia

Annunciazione. Napoli. Roberto Benigni. La Smorfia. Pino Daniele. Il Postino. Lello Arena. Sono tante le immagini che balzano alla mente quando si pensa a Massimo Troisi. Tante le emozioni che ci ha dato, i personaggi che ci ha regalato, le risate amare che ci ha fatto fare. E tante le parole che si potrebbero usare per descriverlo. Ognuno a modo suo. Ma tra tanti vocaboli quello che forse più degli altri si fa strada tra la folla dei ricordi è cuore. Sì, cuore.

Come la sincerità e verità del suo essere timido e schivo, quasi solitario, refrattario a qualsiasi forma di protagonismo e presenzialismo a tutti i costi (qualità che è diventata sempre più rara col passare degli anni e che è quasi introvabile nell’era della comunicazione 2.0 e del dover essere visibili e condivisibili).

Cuore, come il sentimento e la passione che metteva in tutto quello che faceva; quel cuore che lo spingeva a impegnarsi solo nei progetti in cui veramente credeva, che lo portava ad essere così selettivo nei lavori che faceva, che gli fece dire di no all’ospitata al Festival di Sanremo del 1981, mezz’ora prima del suo intervento sul palco (troppe le censure impostegli, troppi i vincoli alla sua comicità e i veti indicati sul copione).

Cuore, come quell’organo prezioso e vitale che lo ha tradito, lo ha abbandonato e lo ha portato via. Troppo presto. A soli quarantun’anni.

Sono passati ventiquattro anni dalla morte di Massimo Troisi, da quel 4 giugno del 1994 in cui increduli ricevemmo la notizia della scomparsa dell’attore napoletano, passato serenamente dal sonno all’eterno riposo, poche ore dopo che aveva portato a termine il suo testamento artistico, Il Postino.

Una morte che lui stesso sapeva essere vicina, che in qualche modo aleggiava sopra di lui da diverso tempo, una minaccia di cui tutti sapevano ma che nessuno poteva accettare nemmeno come pensiero. Tutta colpa del cuore, di quell’organo malato che lo aveva fatto penare sin da piccolo, da quando forti febbri reumatiche lo costringevano a starsene chiuso nella casa di San Giorgio a Cremano, da quando scoprì di soffrire di una degenerazione della valvola mitrale complicata da scompenso cardiaco.

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