Compie 70 anni il 20 marzo l’attore che Maria Pia Fusco definì “divo timido e seducente” descrivendolo la sera in cui il Festival di Berlino premiava con l’Orso d’oro il suo “Smoke” diretto da Wayne Wang. Tanto William Hurt appare composto e del tutto “British” nei modi trattenuti e nella recitazione sommessa e duttile, tanto non lo è mai stato l’uomo William: un’infanzia segnata dal divorzio dei genitori, un’adolescenza toccata dalla prematura morte della madre, una vita matrimoniale turbolenta (cinque convivenze che gli hanno regalato tre figli), una vita professionale turbata da abusi fisici, uso di droga e successivamente da una dolorosa artrite cervicale.

Tutto questo però non gli ha impedito una carriera folgorante, baciata dal successo fin dalla prima interpretazione, “Stati di allucinazione” del 1980. In lui il regista Ken Russell colse l’espressione stupita e profonda dei grandi occhi azzurri, il fuoco trattenuto dello spingersi sempre all’estremo, la dicotomia tra una recitazione così naturale da apparire invisibile e un’incoercibile dolore interiore. Non a caso il protagonista della storia (scritta e poi sconfessata da Paddy Chayefsky) segue le ricerche scientifiche, poi travolte da un delirio onirico, di Eddie Jesuyp che prova su se stesso la vasca di deprivazione sensoriale (usata anche dagli astronauti) e le droghe naturali degli sciamani. Subito candidato al Golden Globe come miglior attore emergente, William Hurt deve l’immediata conferma un anno dopo a un altro regista inglese, Peter Yates che in “Uno scomodo testimone” lo trasforma nel guardiano notturno Darryl Deever, trascinato in un losco intrigo internazionale per amore dell’anchorwoman Sigourney Weaver.

Nello stesso 1981 il giovane attore fa l’incontro della vita (professionale) e si ritrova, in una sola notte, eletto a sex symbol per il pubblico mondiale e star di Hollywood. E’ infatti Lawrence Kasdan a volerlo come protagonista del noir “Brivido caldo” dal racconto di James C. Cain. Hurt è il giovane avvocato Ned Racine che cerca l’occasione della vita più nei letti di facoltose amanti che nelle aule di tribunale. Perde la testa per la bella Matty (Kathleen Turner), moglie di un ricco affarista da cui vorrebbe divorziare senza perderne la fortuna economica.

Amanti maledetti, i due progettano il delitto perfetto. Sul set attore e regista sviluppano un’intesa artistica che è anche autentica amicizia tanto che faranno “coppia fissa” altre quattro volte, da “Il grande freddo” dell’83 a “figli di un dio minore” (1986), da “Turista per caso” (1988) a “T’amerò fino ad ammazzarti” (1990). Intanto però la carriera del nuovo divo ha preso anche altre strade: ha rinnovato il suo successo nel thriller con “Gorky Park” di Michael Apted (193), è stata coronata dall’Oscar come miglior attore per “Il bacio della donna ragno” di Hector Babenco (1985) dal claustrofobico romanzo di Manuel Puig. Negli anni ’90 William Hurt coglie i frutti di una carriera sempre molto attenta nelle scelte e spesso costruita sulla sensibilità di autori dall’indole europea. E’ il caso di Woody Allen in “Alice” (1990) e Wim Wenders (“Fino alla fine del mondo” del ’91), ancora di Luis Puenzo (“La peste”) o Chris Menges (“Un padre in prestito”) fino a “Smoke” di Wayne Wang del 1995 in cui incarna lo scrittore Paul Benjamin che racconta le storie del suo amico Auggie, gestore di una tabaccheria, uomo semplice dal cuor d’oro.

Nel 1996 William Hurt viene scelto da Franco Zeffirelli per uno dei suoi più ambiziosi progetti internazionali: è il disperato Signor Rochester di “Jane Eyre” dal romanzo di Charlotte Bronte: anche grazie alla sua prova maiuscola quel testo, spesso visto come tanti melodrammi vittoriani nell’ottica di vuoti ed eleganti ritratti in costume, trova la forza originale della scrittrice e il crudo realismo di un’epoca tra luci e ombre. Ma è anche l’inizio di una nuova fase nella carriera dell’attore, talvolta tentato da incursioni nel più classico cinema autoriale (“Un divano a New York” di Chantal Akerman), talaltra piegato a partecipazioni di maniera (“Lost in Space” di Stephen Hopkins). Finché nel 2001 si ricorda di lui Steven Spielberg per uno dei suoi film più ambiziosi e meno considerati, “A.I. – Intelligenza artificiale”. Seguiranno alcune collaborazioni maiuscole come “History of Violence” di David Cronenberg (2005), “The Good Shepherd” di Robert De Niro (2006), “Into the Wild” di Sean Penn.

Sempre più spesso però si tratta di una scintilla in un mare di interpretazioni ormai di routine in cui talvolta si coglie il guizzo dell’autoironia nel celebre sguardo di Hurt. Qualche esempio che tra l’altro coincide con le sue prove più divertite di questi anni: “The Village” di M. Night Shyamalan, “L’incredibile Hulk” di Louis Letterier, “La contessa” di Julie Delpy, “Robin Hood” di Ridley Scott, “The Host” di Andrew Niccol, “Captain America: Civil War” di Anthony e Joe Russo così come la serie degli “Avengers” e molte delle sue più recenti apparizioni televisive. A breve lo aspettiamo in un altro Marvel cine-fumetto, “Black Widow”(il primo diretto da una donna Kate Shortland) e nel militaresco “Era mio figlio” di Todd Robinson in cui ha diviso il set con Peter Fonda al suo “ultimo hurrah”.

Ma William Hurt ha certamente il talento per tornare protagonista e divo come una volta. L’età trasforma, ma le sue doti migliori si addicono oggi perfettamente alla sua età, una nuova giovinezza che sarà la sua prova del fuoco. 

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