Prima Pagina>Cronaca>Bambini maltrattati: è la famiglia l’unità bisognosa di aiuto
Cronaca

Bambini maltrattati: è la famiglia l’unità bisognosa di aiuto

Luigi Cancrini negli anni Settanta ha fondato una fra le più importanti scuole di psicoterapia d’Italia: il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, del quale è tuttora presidente. Della messa sotto accusa dell’intero sistema di protezione dell’infanzia, dopo l’indagine aperta sui servizi sociali della Val d’Enza, si dice «sconcertato». «Le famiglie maltrattanti esistono purtroppo. Essere genitori non significa essere buoni genitori. Ed essere buoni genitori significa impegnarsi, avendo un equilibrio. Il problema è quanto per difendere la famiglia tradizionale si inventano dei mostri, come il mostro delle assistenti sociali che rubano i bambini. O le comunità di accoglienza, altro mostro, dove chissà perché la gente diventerebbe ricca con le rette, ma è una follia, basta andarci», ha detto in un video. Lo abbiamo intervistato per il numero di VITA di settembre, dedicato ai minori fuori famiglia.

Cosa significa aiutare un bambino maltrattato?
Noi come terapeuti famigliari abbiamo chiaro il fatto che quelle che devono essere attivate sono le risorse della famiglia, perché la psicoterapia è attivazione di risorse. Noi siamo chiamati ad attivare le risorse curative dentro la famiglia e quando non è possibile bisogna accompagnare i genitori ad accettare l’idea che non potranno vedere il bambino per un certo tempo. È una priorità per gli operatori quella di formarsi in un modo che permetta loro di aiutare le famiglie, riportando gli istituti di cui tanto si parla in questi giorni alle loro finalità. Abbiamo visto migliaia di bambini in condizioni di maltrattamento e abuso e trovo molto positivo che in tutti questi anni non abbiamo mai avuto problemi importanti né con la giustizia né con le famiglie. Il segreto credo stia nell’equilibrio delle posizioni, che dipende dalla formazione e della mentalità dello psicoterapeuta. Noi ci occupiamo di terapia delle famiglie e io credo che tutte le volte che si parla di maltrattamento e abuso il primo concetto da tener presente è che la famiglia è l’unità sofferte e bisognosa di aiuto. Tutti, non solo il bambino. Quindi il grande segreto è riuscire a mettere sotto la propria lente di osservazione il nucleo famigliare, nel quale possono esserci carenze gravi, ma bisogna cercare anche le risorse.

È una questione di approccio e di metodologia. Questi compiti sono difficili, ma ho saputo da poco che un bambino a lungo seguito, con un’esperienza dolorosissima, ha trovato finalmente una famiglia, alla vigilia dell’adolescenza e dopo sette anni in casa famiglia dove ha trovato ciò che nessuno gli aveva dato. Ne sono stato felice, capisco che tutto il lavoro fatto con lui in questi anni è stato utile. La famiglia che ha avuto il coraggio di prenderlo con sé ne trarrà solo cose buone. Dobbiamo imparare a raccontare anche queste cose, con la speranza che qualcuno se ne accorga.

Cosa la colpisce di più di quanto abbiamo letto sulla vicenda della Val d’Enza?
A me sembra che quello che forse a Bibbiano non è stato visto con sufficiente attenzione è la complessità dell’intero nucleo famigliare, perché se si ascolta solo il bambino e non si raccoglie anche il dolere degli adulti a volte si arriva – in buona fede – a prendere posizioni che vorrebbero aiutare ma non ci si rende conto del fatto che i genitori non hanno solo colpe ma anche fragilità. La famiglia d’origine non deve essere un mito e a volte è vero, fa disastri veri e propri, e allontanare un bambino è giusto e doveroso. Ma nella gran parte casi essa ha una fragilità forte, per cui va aiutata insieme ai bambini. Bisogna ascoltarla la famiglia, avere un orecchio terapeutico per la mamma che non ce la fa e magari agisce un maltrattamento ma bisogna darle il tempo di rigettare quel comportamento e valutare se è possibile cambiare. L’approccio deve tener conto della complessità dell’essere umano, nella gran parte dei casi stiamo parlando di adulti fragili e in difficoltà, non di mostri. Poi certo, c’è chi non ce la fa a cambiare e allora bisogna avere il coraggio anche di valutare l’adottabilità. Tutte queste cose sono un cammino doloroso e difficile, sono situazioni che presentano sempre diversi angoli di prospettiva, bisogna ascoltare tutti e cercare di sbagliare il meno possibile.

Ecco, appunto, come sbagliare il meno possibile? E ancora: abbiamo letto di professionisti che influenzano i racconti dei bambini, modificano i disegni… come è possibile? Eppure ci sono linee guida per il dialogo con un minore che si sospetta essere stato abusato.
​Dirò una cosa quasi scontata: le Linee guida servono poco a una persona formata, a un buon terapeuta. Quello che serve è un adulto maturo, equilibrato, con formazione di buon livello. A un buon terapeuta si insegna prima di tutto ad ascoltare, mai introdurre propri pensieri perché la terapia è aiutare a dire quel che uno ha dentro, non indirizzare, se si indirizza vuol dire che la formazione è molto debole. L’ascolto del bambino esige capacità terapeutica, questo è il punto decisivo. Ma gli psicoterapeuti, in media in Italia sono pochi, il grande problema è che nelle università queste cose non si insegnano ancora, servirebbe una profonda revisione dei curricola e un cambio della guardia. In Lazio, da gennaio 2020 partiranno nove centri di aiuto alla famiglia, affidati a psicoterapeuti, uno per ogni Asl, per ascoltare i bambini e le famiglie in situazioni di maltrattamenti e abusi, ci lavoreranno solo persone formate come psicoterapeuti che avranno il compito specifico di ascoltare famiglie. Qualcosa di questo genere c’è già in Veneto, da alcuni anni e anche la Toscana si sta muovendo. E ancor meno terapeuti ci sono nelle strutture: la tutela dei bambini è imperniata sugli assistenti sociali, gli psicologi e gli educatori, mentre ci sono poche persone in grado di dare percorsi terapeutici.

Photo by Providence Doucet on Unsplash

Fonte

 

 

https://blogcq24.net/

Il Network dei Blogger indipendenti seguici su Telegram

Rispondi