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Bye bye cara privacy. Mastercard vende a Google i dati sensibili di 2 milioni di utenti Usa.

Con la scusa di migliorare il servizio offerto e “studiare le tendenze in voga”, si travalica quel sottile limite che nella società del web è ormai sempre più indefinito, tra sfera pubblica e privata. La privacy diventa un bene di scambio.

La privacy si dissolve come foschia dopo una tempesta e diventa sempre più rarefatta e intangibile.

Si chiama “Store Sales Measurement”, il maxi accordo stipulato già nel 2017 tra Google e Mastercard e svelato in questi giorni dalla multinazionale Bloomemberg. Secondo tale accordo Mastercard avrebbe venduto a Google i dati delle transazioni di almeno 2 milioni di utenti statunitensi, i quali a loro insaputa sarebbero stati letteralmente seguiti passo passo dal web agli acquisti veri e propri. Con l’intento di studiare l’efficacia delle tecniche pubblicitarie, grazie all’accesso a milioni di dati degli utenti e ai movimenti delle loro carte di credito, “Padre Google” sarebbe in grado di monitorare anche offline il tracciato delle vendite. Il tutto a totale insaputa dei diretti interessati. Qui si è già ben oltre la privacy, si sfiora lo stalking.

Stando alle dichiarazioni di Bloomemberg, Google avrebbe versato a Mastercard diversi milioni di dollari pur di accaparrarsi l’accesso a tali informazioni sensibili, proponendo addirittura nell’accordo iniziale la spartizione dei relativi proventi pubblicitari. Sono ovvi i vantaggi derivati da questo accordo succulento: una maggiore capacità di capire il comportamento degli utenti anche offline (un vantaggio soprattutto nei confronti di Amazon, sempre più motore di ricerca) e di riorientare gli annunci pubblicitari, rendendoli più efficaci.

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“Le persone non si aspettano che le cose comprate nei negozi fisici siano collegate a quelle comprate online, non c’è abbastanza informazione rivolta ai consumatori rispetto a cosa stiano facendo e che diritti abbiano”, afferma Christine Bannan, dell’Electronic Privacy Information Center (EPIC) .

I portavoce di Google e Mastercard si sono tenuti stretti nel commentare quanto accaduto, sottolineando che l’elaborazione dei dati si basa su una crittografia che non consente di vedere alcun dato personale. Un portavoce di Google si è limitato a dichiarare che “è stata sviluppata una nuova crittografia in doppio cieco, che impedisce sia a Google sia ai nostri partner di visualizzare le informazioni personali identificabili degli utenti. Non abbiamo accesso a nessuna informazione personale dalle carte di credito e di debito dei nostri partner, nè condividiamo alcuna informazione personale con i nostri partner”. In pratica, si sa che un utente ha cliccato sull’inserzione di un paio di scarpe e le ha poi comprate in negozio. Si tratterebbe “solamente” dello studio delle tendenze nella tutela dei dati personali e delle transazioni individuali.”

Il meccanismo ideato dai due colossi funziona così: Google associa i movimenti online dei propri utenti (con particolare riguardo alle inserzioni sulle quali hanno cliccato) ai i loro acquisti nei punti vendita (rilevati tramite le carte di credito). Il tracciamento avrebbe dunque inizio sul web e proseguirebbe anche senza una connessione. E senza che i clienti ne sappiano nulla.

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Gli utenti Google – continua il portavoce – possono scegliere in ogni momento” di essere tracciati oppure no. L’opzione è presente sella sezione ‘Attività Web e App’ del proprio account. Se un utente non vuole essere “seguito”, può bloccare il tracciamento nella sezione “Attività Web e App”. Il servizio è infatti capace di leggere i movimenti degli utenti solo quando sono “loggati” nel proprio account.

Bloomemberg racconta che “l’alleanza ha dato a Google un vantaggio senza precedenti per misurare la spesa al dettaglio.”

La questione sollevata riguarda ovviamente la tutela della privacy e il diritto ad informarsi ed essere informati. Giocando sull’equivoco dell’assenza di informazione da parte dei consumatori, i grandi colossi possono scambiarsi e commerciare dati sensibili che apparterrebbero prima di tutto agli utenti. Con la scusa di migliorare il servizio offerto e “studiare le tendenze in voga” si travalica quel sottile limite che nella società del web è ormai sempre più indefinito, tra sfera pubblica e privata.

 

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