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Cronaca

Calano gli arrivi ma non le partenze e i morti. E cresce il flusso dai Balcani

Sono almeno 1.151 le persone, uomini, donne e bambini, morte in mare in un anno: lo scrivono Medici senza frontiere e Sos Mediterranée. E un anno è proprio il periodo passato dall’annuncio del governo italiano di chiudere i propri porti alle navi umanitarie. Per le due organizzazioni, che ricordano anche che oltre 10.000 persone sono state riportate forzatamente in Libia ed esposte ad ulteriori ed inutili sofferenze

Federico Fossi, uno dei portavoce di Unhcr Italia, «Le ong erano arrivate a soccorrere il 40 per cento di persone in mare, avevano cioè un ruolo fondamentale. Oggi che dalla Libia si continua a partire, non ci sono più. Le persone fuggono da un paese che non è più quello di qualche anno fa, le persone sono bloccate nei centri di detenzione, nelle zone in cui imperversano i combattimenti, come la parte sud di Tripoli», aggiunge Fossi, «Altre persone riescono a volte a fuggire dai centri di detenzione ma poi sono abbandonate a loro stesse, senza la possibilità di tornare indietro. Altri sono bloccati tra i combattimenti: mai come adesso la traversata in mare rappresenta l’unica via di uscita. Quindi le persone partono ancora ma rischiando ancora di più. Per noi è fondamentale che vengano fatti tutti gli sforzi possibili per soccorrere le persone in mare e per evitare che vengono riportate indietro , perché già qualche mese fa abbiamo chiaramente detto che la Libia non è un porto sicuro». In queste ultime settimane l’Unhcr ha operato diverse evacuazioni dai centri di detenzione libici. «Queste operazioni fanno parte del percorso di vie legali e sicure per far ottenere protezione ai rifugiati in Europa», aggiunge, «Operiamo in collaborazione con le autorità italiani e libiche, dal dicembre 2017 ci sono state 6 evacuazioni: le persone sono arrivate direttamente in Italia da Tripoli o passando per il nostro centro di transito in Niger, per un totale di quasi 1000 persone solo nel 2019”. In tutto, negli ultimi due anni sono 3.856 le persone evacuate dal paese. Mentre sono 1.223 i richiedenti asilo e rifugiati rilasciati dai centri di detenzione libici. «È importante che queste operazioni continuino, non solo verso l’Italia ma anche verso altri paesi europei. È un appello che rivolgiamo agli Stati», conclude il portavoce Unhcr. «Le vie legali sono importanti per le persone in pericolo, ma sappiamo bene che fintanto che la possibilità di mettersi in salvo in maniera sicura non sarà possibile le persone continueranno a cercare quella sicurezza, purtroppo come avvenuto in tutti questi anni, prendendo il mare, in una situazione sempre peggiore perché non c’è nessuno a soccorrerli. L’attraversamento è diventato pericolossissimo. La rotta del Mediterraneo è quella che ormai miete più vittime».

La rotta invisibile e Trieste
Intanto però nel 2018, e nel corso del 2019, sono aumentati gli arrivi di migranti e richiedenti asilo a Trieste, dalla rotta via terra dei Balcani. Un flusso che continua, invisibile e meno raccontato, con una media di presenze mensili che si attesta intorno ai 1000/1200. E che sta creando una situazione non certo emergenziale, ma di rilevante pressione sul locale sistema di accoglienza, dovuta al sottodimensionamento per ciò che riguarda la prima accoglienza. A fotografare la situazione è il report sull’accoglienza a Trieste, presentato da Ics e Caritas italiana.

A mancare, spiega il rapporto, sono posti immediatamente disponibili seppure per brevi periodi. «Abbiamo sempre più persone di quanti sono i posti disponibili in accoglienza. Ciò è dovuto al forte aumento di arrivi verificati nel corso del 2018, confermati nei primi mesi del 2019» – sottolinea Gianfranco Schiavone, presidente di Ics, «Se un aumento c’è, però, non siamo in una situazione emergenziale. Per questo motivo non vogliamo aumentare i posti ‘ordinari’ dell’accoglienza, anche perché non si riuscirebbe a garantire l’inclusione sociale degli accolti. C’è invece bisogno di un’attenzione maggiore per garantire la prima accoglienza e i trasferimenti verso altre città meno esposte agli arrivi». I migranti che arrivano dalla rotta balcanica, e che provengono soprattutto da Afghanistan, Pakistan e Iraq, sono giovani: una popolazione, composta per un terzo da nuclei familiari: «È un’enorme ricchezza sociale», continua Schiavone, «specie per un Paese che invecchia rapidamente e nel quale la forbice tra popolazione attiva e non attiva sta diventando drammatica».

Fonte

 

 

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