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Casteldaccia, una tragedia nazionale. “Sette milioni di italiani vivono in aree a rischio”

La procura di Termini Imerese apre un’inchiesta sulla villa in cui nove persone hanno perso la vita: “non si poteva costruire vicino al fiume”. Ma la sicurezza abitativa è rara nel Belpaese, sempre più cementificato e vittima delle calamità naturali

“E’ una tragedia immane”, ha detto Giovanni Di Giacinto, sindaco di Casteldaccia, il comune palermitano in cui nove persone, tutte della stessa famiglia, sono morte annegate in una villetta investita dalla piena del fiume Milicia. “Il Milicia è un piccolo fiume con una portata molto limitata d’acqua – ha aggiunto il sindaco – non ha mai rappresentato un pericolo e quella di ieri a Casteldaccia non è stata una giornata molto piovosa”.

Il capo della Procura di Termini Imerese, Ambrogio Cartosio, ha tuttavia aperto un’inchiesta sulla tragedia: “E’ stato un evento improvviso – ha detto appena giunto a Casteldaccia – una massa d’acqua è piombata sul villino, dobbiamo accertane la causa. L’origine della massa d’acqua potrebbe essere il fiume Milicia, ma dobbiamo vedere anche l’origine del villino, perchè c’è un vincolo che non consente di costruire vicino al fiume”. La casa dove sono morte 9 persone è a meno di 300 metri dal corso del fiume Milicia quasi sotto ai piloni dell’autostrada e vicino vi sono baracche di legno e lamiera e qualche prefabbricato. Un centinaio di metri più avanti c’è la casa di riposo Martina. A questo piccolo agglomerato edilizio si accede da una stradella, che permette solo il passaggio di un’automobile, che parte dalla strada statale 113 dopo Casteldaccia e prima di Altavilla Milicia. Il fiume segna il confine tra i due comuni. A destra del Milicia si apre un pianoro dove vi sono agrumeti e anche qualche abitazione: anche queste sono state rovinate dalla piena. Questo appezzamento di terreno termina dove si erge una falesia: sotto la montagnola si trovava la villetta che è stata devastata dall’acqua.

 

Italia nella top 10 dei paesi più colpiti al mondo da calamità naturali

“Sono oltre 7 milioni le persone che in Italia risiedono in territori a rischio idrogeologico per alluvioni (6 milioni) o frane (1 milione) che interessano ben il 91% dei comuni italiani”. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti, che esprimere cordoglio per le vittime della tragedia di Casteldaccia, sulla base dei dati Ispra. In Sicilia dove per l’ultima ondata di maltempo la situazione è gravissima si trovano aree a rischio nel 92,3% dei comuni, ma la percentuale sale al 100% per regioni come Valle D’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata e Calabria. Non è quindi un caso se l’Italia si colloca tra i dieci paesi più colpiti al mondo per alluvioni, siccità, tempeste, ondate di calore e terremoti che hanno provocato perdite per 48,8 miliardi di euro negli ultimi 20 anni secondo una analisi della Coldiretti su dati UNISDR, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di disastri naturali. A questa situazione non è certo estraneo il fatto che l’ultima generazione è stata responsabile della perdita in Italia di oltre un quarto della terra coltivata (-28% in 25 anni) per colpa della cementificazione e dell’abbandono provocati da un modello di sviluppo sbagliato, che ha ridotto la superficie agricola utilizzabile in Italia ad appena 12,8 milioni di ettari. La disponibilità di terra coltivata significa produzione agricola di qualità ma anche sicurezza ambientale per i cittadini nei confronti del degrado e del rischio idrogeologico. Su un territorio meno ricco e più fragile, per l’abbandono forzato dell’attività agricola in molte aree interne, si abbattono  i cambiamenti climatici che si manifestano con una più elevata frequenza di eventi estremi, con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense e il rapido passaggio dal sole al maltempo che, con l’eccezionalità degli eventi atmosferici, è ormai diventata la norma. 

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