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Cronaca

Cosa ha da dire Pignatone sullo stato della giustizia in Italia

giuseppe pignatone intervista giustizia

FOTO: Alessandro Serrano’ / AGF 

Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma (AGF) 

Vicino al “passo d’addio”, a poche settimane dall’andare in pensione (9 maggio, giorno del suo 70esimo compleanno), il Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone “riflette” sullo stato della giustizia in Italia in un colloquio-ritratto sulle colonne del Sole 24 Ore dal titolo “Squadra unita, non eroi solitari per battere mafie e corruzione”, a cura di Raffaella Calandra. E in questo addio, l’unica certezza, per il momento, “è il ritorno a Palermo, dopo aver superato una tentazione romana”.

Già, Palermo. Con tutte le sue “contraddizioni, “la violenza stragista”, ma anche il maggior successo dello Stato nella repressione alle mafie, ricorda l’articolista. “Un successo – puntualizza Pignatone – nel rispetto delle regole, come non sempre è avvenuto. Ne va dato atto alla magistratura siciliana, che tante colpe, ma anche tanti meriti ha avuto” perché “rispettare le regole può significare imputati assolti anche quando nei giudici c’è la certezza morale della colpevolezza”.

Parole cruciali, sottolinea la giornalista, in tempi di rischio di populismo giudiziario e attacchi per sentenze non in linea con un “presunto indistinto sentimento popolare”, secondo il monito del capo dello Stato. “I magistrati non devono cercare consenso”, precisa il magistrato, che subito dopo aggiunge: “Forse c’è stanchezza, ma il fatto che la magistratura non sia più protagonista assoluta, come negli anni delle stragi e di Tangentopoli, è positivo, perché non ci sono più quelle forme estreme di patologia”.

Eppure, nei suoi sette anni romani “tutto è stato amplificato”, ma al di là dei luoghi e dei fatti contingenti, “i magistrati, che non sono una categoria compatta, devono cercare di spiegare quel che fanno e perché lo fanno. Non per autodifesa, ma perché in democrazia il controllo da parte dell’opinione pubblica è fondamentale”.

Perché, spiega, “l’attività giudiziaria, anche senza volerlo, incide sulla politica e su interessi economici, visto che molti punti di crisi vengono riversati sul tavolo delle toghe”. Tuttavia, precisa: “Sulle forme di corruzione c’è l’imbarazzo della scelta. Come spesso succede dove c’è la sede del potere politico” dove “da un lato c’è il classico do ut des, con il sistematico non rispetto delle regole; dall’altro una corruzione organizzata, o addirittura mafiosa. I processi indicano fenomeni significativi e, al di là degli esiti, offrono dati di conoscenza della realtà”.

Ai confini di questa realtà, il magistrato ci tiene però a precisare, tuttavia, che “Roma non è Palermo: non abbiamo mai detto che è dominata dalle mafie; è stato un equivoco creato da alcuni, non tutti in buona fede. Ci sono presenze di mafie tradizionali, che si occupano di narcotraffico, riciclaggio e di attività imprenditoriali lecite. Poi ci sono associazioni diverse da quelle meridionali che, come ha confermato la Cassazione, vanno qualificate mafiose. E altri gruppi dediti ad attività criminali” precisa. Sulle inchieste in corso non parla, per rigore, ma anche perché “dietro ogni parola, qualcuno metterebbe un nome, per favorirlo o più possibilmente per danneggiarlo”, che poi è lo sport nazionale prediletto.

Quindi un accenno al radicamento del crimine e di certe organizzazioni specie al nord, il recente riciclaggio di soldi sporchi da banche europee, che gli fanno dire che “la sanzione reputazionale funziona poco, persino nei confronti dei condannati, per mafia e per corruzione”. Soluzioni? “È vero che il sistema dei sequestri va migliorato, ma attenzione a non perdere uno strumento prezioso. Abbiamo intercettato a Roma quasi le stesse parole ascoltate 15 anni fa a Palermo: cosa peggiore della confisca dei beni non ce n’è”.

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