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Cronaca

Cosa potevamo fare e non abbiamo fatto per Noa?

Si è lasciata morire a 17 anni. Aveva subito violenze appena entrata nel mondo dell’adolescenza. Dopo quei fatti è entrata in una voragine di depressione e anoressia. La sua vita è diventata una “non vita”, come lei stessa ha scritto su: «respiro, ma non ho mai vissuto». Noa aveva chiesto al suo paese di accordarle l’eutanasia. L’Olanda ha rifiutato e la ragazza ha smesso di bere e mangiare. È morta domenica sera. Ma cosa si poteva fare che non è stato fatto? Come doveva essere curata la fragilità di Noa Pothoven? L’abbiamo chiesto allo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro di Milano che da trent’anni collaborano in attività di ricerca-formazione e consultazione-psicoterapia.

Cosa non sappiamo vedere del dolore dei ragazzi?
Il caso olandese è complicato. E chi fa il nostro mestiere si interroga su molte cose. Anche se senza conoscere i fatti da vicino è tutto più complesso.

Perchè si arriva a pensare alla morte come soluzione?
L’adolescenza è un’età cosi fluida dove l’identità deve ancora essere costruita e questo ci porta a fare diverse riflessioni, ma a prescindere da tutto il dolore dei ragazzi deve sempre essere ascoltato. Una ragazza con tanto futuro davanti che decide che il suo futuro non è possibile è una storia terribile che però deve essere affrontata e condivisa, senza che venga strumentalizzata. L’Olanda è sempre stato un paese molto avanti rispetto all’ascolto dei ragazzi, eppure Noa ha detto che non c’erano centri adatti per curare il suo dolore.

Ma si può curare questo dolore?
Innanzitutto bisogna sempre affrontare la possibilità di morire quando curiamo i ragazzi. Loro devono capire che per morire c’è tempo e che adesso invece c’è bisogno di pensare a soluzioni creative per affrontare il dolore. Dobbiamo cercare di capire cosa rappresenta quel dolore, trasformarlo in parole: un conto è ascoltare il desiderio di morte, un conto è accettarlo come soluzione. Dobbiamo ascoltarlo sempre il dolore, accoglierlo e fare in modo che non diventi mai azione.

Come?
Riorganizzando la speranza. Bisogna lavorare a lungo sulle esperienze traumatiche. E ogni caso, e questo è bene sottolinearlo, è diverso dall’altro. Non esiste una soluzione unica per tutti. Ogni storia, è una sola storia.

Di cosa hanno bisogno i ragazzi?
Di sostegno ovviamente, di spazi di consultazione. E sì, anche di un affiancamento farmacologico quando serve.

Si può guarire?
Dobbiamo essere onesti? La verità è che il pensiero suicidale non passa mai per tutta la vita perché è una possibilità dell’umano. Quando qualcuno arriva a pensare alla morte volontaria, questo pensiero lo accompagna per tutta la vita. Seguo ragazzi da anni e a volte capita di parlare su come vanno i pensieri sulla morte. Ma nel frattempo la vita deve andare avanti. Si deve imparare a convivere con queste fragilità. Il ruolo fondamentale di chi ci supporta nel percorso di cura come gli psicoterapeuti è quello di mostrare l’latra alternativa possibile. Ovviamente soprattutto nei ragazzi l’alternativa al dolore deve essere sostenuta dagli adulti. Si può prendere il dolore e trasformarlo in azione sociale, come “ho subito violenza e voglio aprire un centro antiviolenza”, o può essere una presa in carico intima, un percorso solo interno. Ma ripeto questi sono solo esempi. Non esiste una soluzione unica che può andar bene per tutti. Non esiste nessuna formula. Bisogna costruire per tutti percorsi personalizzati.

Noa è morta con i genitori al suo fianco, consapevoli di quello che stava accedendo
Non possiamo giudicare in nessun modo i genitori senza conoscerli. Senza conoscere la loro storia. L’unica cosa certa su questa storia che possiamo dire a distanza è che il dolore che attraversava Noa e tutta la sua famiglia aveva bisogno di supporto. E la famiglia in certi casi non basta, non può essere il supporto se nell’adolescente l’aspetto mortifero è così rilevante. L’Italia è un luogo dove ci sono molti centri per chiedere aiuto sia a livello pubblico che privato.

Fonte

 

 

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