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Cronaca

Disuguaglianze, quando l’impresa sociale può fare la differenza

Che ruolo ha l’impresa sociale nel rispondere hai bisogni del nostro tempo? L’edizione numero XVII del workshop sull’impresa sociale “Identità e valore: oltre l’impatto” prova a rispondere a questa domanda.

«L’identità», dice Marco Musella, presidente di Iris Network e professore di Scienze Politiche All’università di Napoli Federico II, «è il primo valore dell’impresa sociale, e il suo stesso esistere è il primo impatto che essa produce nel tessuto sociale. Ecco perché questo workshop vuole provare a declinare i modi e le forme nelle quali tentare di costruire percorsi di rappresentazione dell’impresa sociale oltre l’impatto».

«Come Iris Network», continua, «vogliamo mantenere aperta una riflessione non dogmatica sull’impresa sociale e sulla società».

In una fase storica in cui si stanno profondamente ridefinendo le sfide sociali, la lotta alle disuguaglianze – sociali ed economiche – rappresenta una sfida per quelle organizzazioni che perseguono obiettivi di interesse generale per le comunità territoriali e per particolari gruppi sociali che vivono situazioni di esclusione e vulnerabilità.

L’impresa sociale sta vivendo una delle fasi più delicate e insieme interessanti della sua esistenza. Da un lato si trova ad affrontare sfide sempre più complesse, sia in termini di scenari globali (aumento della disoccupazione, della povertà, delle disuguaglianze e della crisi ambientale) che di emersione di nuovi bisogni e di nuovi orizzonti di opportunità; dall’altro si candida ad essere un attore sempre più rilevante di servizi per la comunità.

«L’impresa sociale», dice Elisa Chiaf, consigliere di Fits, fondazione per l’innovazione del terzo settore, e direttore generale della cooperativa di Bessimo Onlus, «deve essere riconosciuta sia come identità di servizio che identità d’impresa. Di servizio, per la tipologia di offerta e proposte che l’impresa sa apportare, per l’innovazione che propone e supporta, perché la dinamica del servizio (anche quando iper-normato) passa da coloro che lo erogano, che sono parte dell’impresa. Di impresa, perché la cultura organizzativa deve differenziare l’offerta, deve portare proposte diverse per il committente o il beneficiario. E perché la cultura organizzativa deve essere riconoscibile dall’interno e dall’esterno».

Ma come si misura il benefico che apporta l’impresa sociale? «Dobbiamo leggerlo su tre dimensioni», spiega Sara Depredi, ricercatrice Euricse, «Una dimensione “micro”, ovvero quando si genera benessere per la singola persona, e questa è ancora la dimensione che esplicita meglio il valore sociale dell’impresa nei territori; una dimensione “meso” che si riferisce al tipo di processi che vengono attivati per generare valore sociale e una dimensione “macro” che va ad indicare il grado di benessere che quelle azioni hanno apportato a tutta la comunità».

Una costante reste: «Il valore sociale», spiega Depredi, «cresce quando si interiorizza, quando viene condiviso e quando si mette in relazione con la comunità e si rinnova il patto con quest’ultima». In un contesto sociale come quello attuale, profondamento marcato da disuguaglianze, il ruolo dell’impresa sociale ha ancora maggiore importanza.

«Il terzo settore, l’impresa sociale, sono un tentativo di risposta a una disuguaglianza», spiega infatti Chiara Volpato, professore ordinario di psicologia sociale all’Università degli studi di Milano Bicocca. «Le disuguaglianze sono in grande aumento, soprattutto nei paesi occidentali. Sono in aumento da circa 40anni e siamo arrivati al punto che l’1% della popolazione mondiale possiede di più del restante 99% della popolazione mondiale. I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri».

E questo fattore non può essere sottovalutato: «La disuguaglianza ha conseguenza sociali e psicologiche, maggiore disuguaglianza significa maggiori problemi su tutti quegli indici che indicano la qualità della vita di una popolazione». Per eliminare la disuguaglianza bisogna percepirla, capire. «C’è bisogno», spiega Volpato, «di diminuirla. E il primo motore di compressione è l’istruzione».

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