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Cronaca

La galleria sotto a Stonehenge che divide gli inglesi più della Brexit

galleria stonehenge brexit

Nel mezzo della tempesta Brexit si sta giocando un’altra partita, più silenziosa, che riguarda un pezzo fondamentale del patrimonio storico-architettonico e dell’identità britannica: Stonehenge.

Il monumento dalle origini misteriose più amato in casa e più famoso al mondo, dietro forse solo al Big Ben, è ostaggio di una battaglia tra detrattori e sostenitori di un progetto per costruire una galleria che sulla carta dovrebbe ridurre il traffico circostante causato dalla famigerata A303.

Un piano in ballo dagli anni ’80 sul quale esperti sono chiamati a pronunciarsi entro sei mesi. 

Stonehenge nel caos di ingorghi autostradali

A detta di giornalisti ed esperti, Stonehenge ha perso parte del suo splendore e del suo pathos. È finito nel mezzo di una battaglia tutta britannica, un’annosa contesa che riguarda un piano urbanistico agonizzante, con relative accuse di incompetenza del governo, due fazioni profondamente divise e una preoccupazione di fondo per la circolazione e il turismo.

Un dramma definito da alcuni media britannici “assurdo e del tutto inutile di questi tempi”, che non è altro che una battaglia lunga e amara per sotterrare o meno l’autostrada che gira intorno a Stonehenge dentro ad un tunnel.

Stonehenge (Afp)

La strada in questione, la A303, viene celebrata per i meravigliosi scorci che offre sui monoliti di Stonehenge. È una delle strade principali del Paese che collega l’urbanizzato sud-ovest dell’Inghilterra al selvaggio West Country, famosa anche per i suoi ingorghi, che si verificano nel punto in cui l’autostrada si restringe in una unica corsia, proprio nei pressi di Stonehenge.

Quello che dovrebbe essere un tratto percorso in 10 minuti attraverso il sito patrimonio dell’umanità Unesco di circa 2630 ettari si trasforma in un incubo di un’ora, una vera tortura per i vacanzieri diretti nel Devon e nella Cornovaglia, un peso per l’economia del sud-ovest dell’Inghilterra e una rovina per i residenti locali.

La porzione di A303 all’altezza di Stonehenge è stata proiettata per un traffico massimo di 14 mila veicoli al giorno, ma oggi in media a transitare sono 25 mila. “La A303 è un problema da 25 anni ormai e si sta dilagando come un cancro in tutta la rete stradale regionale”, ha spiegato David Bullock, responsabile del progetto di revisione del tratto autostradale in questione.

Ma risolvere il problema degli ingorghi è assai complesso. Deviare l’autostrada risulta molto difficile: a nord dell’attuale percorso ha sede una delle più importanti aree di addestramento del ministero della Difesa mentre a sud c’è una zona di campagna incontaminata. Allargare la A303 è semplicemente impensabile: il sito di Stonehenge è un paesaggio preistorico prezioso e tutelato. È dagli anni ’80 che i governi che si sono succeduti hanno provato e fallito nel tentativo di risolvere il rompicapo della A303.

Un numero vertiginoso di istituzioni e associazioni sono state coinvolte nella vicenda, in rappresentanza di ogni gruppo possibile di interesse e di opinione, dai costruttori di strada alle organizzazioni per la conservazione del patrimonio, dai dipartimenti di governi ai consigli della campagna per la tutela della Lower Till Valley, dal Gruppo di azione per il traffico a Stonehenge alla British Hord Society.  

Come è il progetto del tunnel

Nei primi anni 90’ Stonehenge era un vero casino: i turisti vi accedevano attraversando un passaggio pedonale sporco sotto la A344, la strada più vicina al monumento mentre il centro visitatori e il parcheggio erano mal tenuti. Le celebrazioni annuali per il solstizio si trasformavano in un tafferugli tra visitatori e forze dell’ordine.

Nel 1993 per primo il dipartimento dei Trasporti annunciò un piano per migliorare la A303 e per il nuovo energico capo dell’English Heritage – istituzione per la tutela dei beni storici – Jocelyn Stevens, preferito della Tatcher – sembrava fosse risolvibile in un baleno. Ma così non è stato. Ci sono voluti due decenni per chiudere la A344, ricoprire la zona di erba e aprire un nuovo centro per i visitatori. Il problema della A303 è invece rimasto irrisolto, se possibile ancora più complesso nel corso del tempo. 

Stonehenge (Afp)
 

La prima proposta – di un tunnel tagliato e ricoperto – venne respinta da una consultazione pubblica tenuta nel 1993. L’anno successivo l’English Heritage e il National Trust, proprietari di ettari di terreno attorno a Stonehenge, annunciarono che preferivano l’opzione di un tunnel sotterraneo di circa 4 km che non avrebbe disturbato il sito archeologico, ma nel 1998 il governo dichiarò la proposta dispendiosa ed economicamente insostenibile.

Nel 2002 arrivò un secondo piano per la costruzione di un tunnel di soli 2 km, sostenuto da English Heritage, ma troppo corto secondo il National Trust, presentato come una minaccia “urgente, seria e imminente” al paesaggio. Alla fine, nel 2007, venne archiviato per i suoi costi troppo elevati, ma intanto per lo studio e lo sviluppo del progetto erano già stati spesi 23 milioni di euro.

La proposta attualmente in piedi, che prevede di allargare e sotterrare la strada in un tunnel di 3,2 km, a circa 600 metri sotto i monoliti di Stonehenge, risale al 2014, anche se l’idea era già emersa negli anni ’90.  Ancora una volta la difficoltà principale risiede nei costi: il governo ha stabilito un budget di circa 1,9 miliardo di euro, non sufficiente per costruire una galleria abbastanza lunga per evitare il sito patrimonio dell’umanità, col rischio di deturpare un paesaggio unico al mondo che custodisce tracce di un insediamento del Mesolitico.

Dopo una consultazione pubblica nel 2017, un tunnel di 2,8 km è stato definito “l’opzione preferita”. Nel frattempo la Società autostradale, la Highways England, ha commissionato dozzine di studi per valutare lo stato delle falde freatiche, l’inquinamento, le rotte di volo dei pipistrelli, la popolazione della farfalla sempre più rara Euphydryas aurinia, per un costo di almeno 46 milioni di euro. Parte dei residenti si sono lamentati per i disturbi causati dai lavori preliminari, denunciando di non essere stati interpellati durante le consultazioni di esperti, pur vivendo e lavorando su quelle terre.

La valutazione dell’annoso progetto è ormai entrata nella fase finale: nei prossimi mesi un gruppo di ispettori si riunirà nella contea sud-orientale del Wiltshire e avranno sei mesi di tempo per esaminare tutti gli argomenti a favore e contrari al piano. Entro tre mesi dovranno presentare le loro raccomandazioni al segretario dei Trasporti, Chris Grayling, che a sua volta avrà tre mesi di tempo per accettarle o meno. L’eventuale costruzione del tunnel potrebbe cominciare nel 2021. Oggi più che mai la battaglia per il tunnel di Stonehenge è entrata nel vivo e le due fazioni sono sempre più agguerrite.

galleria stonehenge brexit

Afp

Stonehenge

La galleria che divide gli inglesi

Il braccio di ferro sul tunnel sotto Stonehenge viene presentato da alcuni osservatori come un confronto tra le forze della modernità da una parte e i difensori della tradizione dall’altra. Per i media tale interpretazione è una vera pazzia: in ballo c’è semplicemente la valutazione di un importante progetto infrastrutturale su un sito patrimonio mondiale dell’umanità e una soluzione a lungo termine al problema del traffico.

E c’è chi sottolinea anche l’assurdità di una nazione che spende tre decenni per decidere o meno di costruire un tunnel sotto Stonehenge, da sempre calamita per chi vuole realizzare affari lucrativi.

Voci a favore del tunnel 

English Heritage, l’ente nazionale che tutela il sito di Stonehenge, ha più volte ribadito che non intervenire non è un’opzione da prendere in considerazione, argomentando che la A303 sarà sempre più trafficata man mano che nuove case verranno costruite nel sud-ovest. Quindi l’esistenza di un tunnel migliorerà comunque l’esperienza del visitatore che non sarà più infastidito dalla vista delle macchine che girano intorno ai monoliti, dal rumore, dalla polvere e dall’inquinamento. 

Gli esperti di English Heritage assicurano poi che tutti i piani sono stati scrupolosamente tracciati per evitare il minimo danno al sito preistorico e che i lavori da realizzare non avranno un impatto forte sulla zona grazie alla stretta collaborazione con la Società autostradale. L’archeologa Heather Sebire si dice convinta che con il tunnel il paesaggio attorno al sito di Stonehenge possa essere maggiormente capito e apprezzate dai visitatori, avendo eliminato la trafficata e pericolosa A303 che gli gira intorno. 

Gli esperti di English Heritage avrebbero certamente preferito un tunnel più lungo ma ben sapendo la mancata disponibilità del governo a sostenere i costi di una galleria più estesa hanno deciso di appoggiare il piano sul tavolo. “Se avessimo fatto pressioni per un tunnel più lungo, l’intero progetto non si realizzerebbe mai. Dobbiamo mettere sul piatto della bilancia il positivo e il negativo. Nel quadro attuale il buono – la viabilità di un tunnel della lunghezza stabilita – supera il negativo” sottolinea Kate Mavor. “Tutti sanno che il piano per il tunnel non è perfetto, ma al momento è il migliore che abbiamo”, conclude Sebire, facendo riferimento a dubbi persistenti sulle sue conseguenze a lungo termine.

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Afp

Stonehenge

Voci contrarie al tunnel 

I più strenui oppositori si sono riuniti nella eclettica Stonehenge Alliance, una coalizione di Ong, ambientalisti, archeologi, storici, contadini e druidi che considerano “ridicola” l’idea di rimuovere Stonehenge dalla vista dei viaggiatori che transitano nell’area e deplorano che il paesaggio venga modificato per sempre. “Siamo di fronte a un compromesso poco attraente e tutto britannico: un pezzetto di tunnel ma non abbastanza lungo per proteggere davvero l’archeologia del sito patrimonio dell’umanità”, ha sentenziato il professore Mike Parker Pearson, archeologo esperto di preistoria, docente a Cambridge e Southampton, autore di uno degli ultimi studi più autorevoli sul sito.

A chi denuncia i rischi di deturpamento del paesaggio Parker Pearson ricorda che effettivamente la zona di Stonehenge è già stata colpita da incursioni antiche, tra cui i campi della prima guerra mondiale, la casa di un vecchio custode e appunto la A344. “Tuttavia tutte queste cose sono state disfatte. Questa è così enorme che non potrà esserlo. Influenzerà il paesaggio per sempre”, sottolinea Pearson. Si tratterebbe dell’intervento più invasivo sul sito, con ripercussioni su 5 mila anni, mentre l’infrastruttura che verrà realizzata non avrà una durata di vita superiore al secolo.

Per un’altra archeologa, Kate Fielden, capofila della Stonehenge Alliance, sarebbe meglio non toccare nulla. “Non vedo perché dovremmo rovinare un sito patrimonio mondiale per arrivare nella città di Exeter 10 minuti prima” argomenta l’archeologa, in lotta da 30 anni contro questi progetti.

Inoltre, sempre secondo la Stonehenge Alliance, il progetto viola una serie di leggi, direttive e convenzioni, inclusa la Convenzione mondiale sul patrimonio e la Convenzione di Berna sulla conservazione della natura europea. Negli ultimi anni i suoi attivisti hanno rilanciato la propria battaglia politica anti-tunnel, scrivendo ai ministri ancora prima che il nuovo piano venisse annunciato da David Cameron a dicembre 2014.

Ad esprimere un parere negativo è stato il Consiglio internazionale dei monumenti e siti, che collabora con l’Unesco, che ad aprile 2018 ha denunciato “danni irreversibili” nel caso in cui il piano del tunnel venisse attuato. E per lo stesso fondo Onu il progetto sul tavolo avrebbe “un impatto negativo sull’integrità dell’area e il suo eccezionale valore universale”.

Alzata di scudi anche da singoli cittadini che hanno scritto lettere di protesta pubblicate sul quotidiano ‘Telegraph’, lamentandosi del fatto che “gli automobilisti non solo non vedranno più Stonehenge ma anche gli allevamenti di maiali che pascolano nei pressi del sito, una pubblicità gratuita all’agricoltura britannica”. A scrivere al ‘Telegraph’ è stato il druida Merlin, cofondatore dell’Ordine druida astronumerico, deplorando il fatto che uno dei più famosi paesaggi dell’Inghilterra non sarà più visibile da chi transita nella regione. 

Quelle pietre misteriose dalla storia travagliata

Il sito di Stonehenge, che significa pietra sospesa, è ancora avvolto dal segreto e non passa un solo giorno senza che qualcosa venga scritto sui famosi monoliti, tutt’ora oggetto di studi e scoperte. Nessuno sa ancora con certezza chi abbia costruito questa vasta disposizione di massi nella terre del Wiltshire, nel sud dell’Inghilterra, 5 mila anni fa. Sono circolate migliaia di teorie, da quelle accademiche a quelle più fantasiose. Nel corso dei secoli la sua costruzione è stata attribuita di volta in volta a giganti, fenici, maghi, micenei, romani, sassoni, danesi, druidi e alieni. 

Tra il Settecento e l’Ottocento studiosi hanno confermato che Stonehenge fosse stato costruito da druidi, una setta considerata spaventosa di preti celti, citata dai testi romani. Una teoria così assodata che ha ispirato la nascita di una religione moderna ed attuale: dal 1905 i druidi hanno cominciato ad organizzare cerimonie commemorative nel mezzo dei monoliti, una tradizione osservata ancora oggi.

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Stonehenge

Attualmente la teoria dominante sul ruolo di Stonehenge è quella proposta dall’archeologo Parker Pearson, che ha scavato nell’area per molti anni a partire dal 2003. In principio sarebbe stato il primo luogo dove venerare i morti, fondato dalla vicina comunità stabilita a Durrington Walls, che ha collocato le pietre gallesi di basalto blu, in un gesto simbolico di “unificazione politica” delle disparate popolazioni britanniche dopo un periodo di “Brexit neolitico”. Successivamente l’area ha conosciuto un periodo di recessione di sei secoli fino all’introduzione dell’agricoltura nella regione, quando i rapporti del Paese con il continente europeo erano interrotti.

Per secoli il monumento è stato una destinazione turistica. Già nell’Ottocento veniva proposto un tour classico di visita a Stonehenge e alla cattedrale di Salisbury, ad una quindicina di chilometri a sud. In epoca vittoriana era la meta di gite fuori porta della domenica, di visite di scolaresche ma anche location per concerti e partite di cricket. La passione per la geologia, disciplina nuova, faceva affluire visitatori curiosi e appassionati in cerca di schegge di pietra per arricchire la propria collezione. È allora che Stonehenge è diventata molto popolare, in parte anche grazie al boom della ferrovia, cominciando ad essere in pericolo per la troppa frequentazione. Nello stesso periodo si è fatta strada l’idea della necessità di preservare il sito per le generazioni future. 

Dopo decenni di ostruzionismo dei proprietari terrieri, che rifiutavano il principio di patrimonio nazionale che avrebbe minacciato i loro diritti sulla proprietà, nel 1882 venne approvato e firmato l’Atto per la protezione dei monumenti antichi. Stonehenge divenne il primo dei 26 monumenti inglesi e gallesi classificati e tutelati dall’Act. A quell’epoca il terreno sul quale sorge Stonehenge era di proprietà di Sir Edmund Antrobus, che costruì una recinzione attorno al sito e fece pagare l’ingresso ai visitatori, ma non riusci a venderlo alla nazione ad un prezzo inflazionato.  

Durante la prima Guerra mondiale l’area fu utilizzata dall’esercito come zona di esercitazioni, con accampamenti e hangar allestiti nei pressi dei monoliti. Alla morte di Sir Edmund e del suo erede nel 1915, un uomo del posto, un certo Cecil Chubb, che assisteva ad una vendita all’asta – secondo la leggenda per comprarsi una sala da pranzo con sedie – acquistò il sito per 6600 sterline.Tre anni dopo ha fatto donazione di Stonehenge allo Stato. 

Temendo che l’area intorno al sito venisse costruita, negli anni ’20 il National Trust ha comprato tutti i terreni grazie ad una sottoscrizione pubblica. Tra i più strenui difensori dell’Inghilterra rurale entrò di scena un gruppo di donne, di attiviste, che si facevano chiamare il Gang Ferguson.  Nel loro primo incontro, nel 1932, lanciarono lo slogan: “England is Stonehenge and not Whitehall”, “l’Inghilterra è Stonehenge, non Whitehall”, un’accusa diretta alla capitale tentacolare, alle macchinazioni dei politici e alla burocrazia mastodontica, contrapposte alla vera anima della nazione custodita nel sito antico e magico di Stonehenge.

Eppure Stonehenge è diventato così inflazionato, destinazione del turismo di massa, che molti storici e archeologi lanciarono un monito per evitare che cadesse…in rovina.

“Caffè e chewing gum, parcheggi per le macchine, escursioni organizzate, un senso di trito e ritrito generato da cartoline, calendari e guide turistiche a buon mercato hanno causato più danni a Stonehenge rispetto al saccheggio di alcune sue pietre. Gli uomini lo hanno costruito, gli uomini lo hanno distrutto”, scriveva nel 1951 Jacquetta Hawkes nel suo libro ‘A Land’ – un classico sulla preistoria britannica – quando i visitatori erano circa 200 mila.  

Nel 2015 il governo conservatore trasformò l’istituzione di tutela del patrimonio English Heritage in un ente di beneficenza indipendente, che doveva autofinanziarsi. La sua capacità a farlo dipende proprio da Stonehenge, che contribuisce al 21% delle sue entrate, grazie a 1,5 milione di visitatori l’anno, che pagano un biglietto di circa 20 euro.

Stonehenge, fonte di ispirazione artistica e brand lucrativo

Stonehenge, l’equivalente per la Gran Bretagna delle piramidi egizie e del Partenone greco, è oggetto di una vera e proprio devozione. Anche se nel Paese esistono più di 1300 siti con pietre disposte circolarmente, il sito di Stonehenge oscura tutti gli altri. È considerato dai più eminenti archeologi il primo tentativo di architettura: la disposizione circolare delle pietre ha ispirato John Wood, che nel ‘800 ha realizzato il Circus a Bath, e poi gli ideatori di Oxford Circus e Piccadilly Circus nel cuore di Londra.

Inoltre Stonehenge è l’unico monumento neolitico presente nel Paese ad avere utilizzato pietre di origine non locale: solo i massi più grandi sono del Wiltshire mentre quelle più piccole di basalto blu provenivano dalle colline di Preseli del Galles, distanti 200 km. 

Infatti i massi di Stonehenge sono tra le opere più copiate e fonte di ispirazione per artisti di ogni disciplina, diventando davvero inflazionate. A fare business sulla sua fama è, tra gli altri, il sito ‘Clonehenge’ che vende una infinità di prodotti che replicano la forma dei monoliti, dalle lampade di lava ai pan di zenzero. Anche l’artista Jeremy Deller ha fatto fortuna con la sua collezione di magliette decorate con bocche sdentate di megaliti corredate con la scritta “Denti inglesi”, una metafora della trasformazione di Stonehenge, simbolo del cambiamento dell’identità nazionale britannica. “In un’epoca in cui tutto è sempre più incerto, la gente guarda alle pietre come se fossero delle verità. La gente vuole che le pietre parlino” osserva Deller. 

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Stonehenge

Al caffè del sito archeologico è in vendita l’acqua che porta il nome di Stonehenge, in una bottiglia decorata con la sagoma delle rovine oltre a torte di successo a forma di pietre. Senza parlare di t-shirt, magnete, gioielli e palla di neve. La sua visita non ha più nulla a che vedere con una comunione solitaria con eterne verità ma è una esperienza di consumismo tipica delle nostre società occidentali.

Simbolo dell’identità nazionale in un paese al bivio

In patria Stonehenge viene considerato come uno specchio delle passioni e delle ossessioni degli inglesi. Per citarne solo alcune, negli anni ’60 l’astronomo Gerald S Hawkins argomentava che Stonehenge fosse una macchina calcolatrice astronomica in grado di predire le eclissi, una teoria ammaliante rimasta in piedi per decenni, anche se molti degli allineamenti celesti da lui scoperti erano casuali. Nel 2003 invece il ginecologo Anthony Perks vedeva in Stonehenge un simbolo di fertilità, facendo un paragone tra la forma delle sue pietre e quella della vagina, in un articolo dal titolo ‘The Vagina Monoliths’.

“Non passa una settimana senza che venga fuori una nuova storia su Stonehenge, che si tratti di scoperte o di controverse. La sua infinita mutabilità di significati ne fa l’edificio più contemporaneo d’Inghilterra” secondo Deller, artista di fama internazionale. 

Per l’archeologo e docente Parker Pearson, il sito patrimonio dell’umanità è come un’isola, ai margini della quale forme di sviluppo invadente ne minacciano l’esistenza. In questa prospettiva Stonehenge non è più tanto sinonimo e simbolo di solidità, di eternità quanto di confusione e contraddizioni interne. 

Chi possiede Stonehenge, chi avrà voce in capitolo in futuro, chi viene ascoltato e chi ignorato nel prendere queste decisioni sono le domande ricorrenti sull’esistenza del monumento e sul suo destino. Domande che in questo momento più che mai valgono per il futuro del Paese stesso. 

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