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Cronaca

La grande ragnatela delll’azzardo

 

La tela e la preda

La parola «azzardo» deriva dall’arabo al-zahr («dado») ed esemplifica, con l’immagine dello strumento della fortuna, la voglia di arricchirsi senza fare sacrifici.
I primi luoghi pubblici dell’azzardo organizzato nascono nel Medioevo come spazi seminascosti, lontani dalle piazze e dalle chiese, gestiti dai cosiddetti «barattieri». Da sempre, i luoghi di questo particolare gioco sono pensati come ragnatele tessute da potenti «ragni» per intrappolare le loro prede.

Nella storia del gioco d’azzardo, il «cosa», il «come» e il «dove» si gioca rivelano il rapporto tra la politica e l’industria del gioco, tra la cultura e i valori di una società. Per questo Federico II aveva vietato ai giocatori e ai gestori del gioco di testimoniare in un processo e di ricoprire cariche amministrative. Solamente con l’inizio del Rinascimento il gioco d’azzardo è stato riconosciuto come un diritto, per consentire ai governatori dei comuni italiani di applicare le «gabelle», una sorta di tassa sul gioco.

Per circa un secolo i casinò italiani – Sanremo (1905), Campione d’Italia (1917), Saint Vincent (1947) e Venezia (il più antico casinò europeo, costruito nel 1638) – hanno rappresentato un’eccezione al proibizionismo del gioco d’azzardo stabilito dalla legge. Dal 1897 al 1992 il legislatore ha considerato il gioco d’azzardo un pericolo sociale per la legalità, l’ordine, il risparmio e i conti pubblici, impedendo persino di giocare ai residenti dei comuni dei casinò. ùLa letteratura e il cinema hanno narrato la liturgia di quei templi del gioco, fatta di riti, modi di vestire, ambienti silenziosi e poco illuminati, profumi e musiche che avevano come obiettivo quello di portare i giocatori a scommettere denaro. Scegliere di giocare imponeva una preparazione: organizzare il viaggio, cambiare denaro fresco, prenotare l’albergo e così via. I casinò, infatti, erano luoghi lontani, di frontiera, sorti in deroga alle proibizioni di legge per non far uscire dal Paese i capitali destinati al gioco.

Legislazioni “bucate” in nome dell’idolo del denaro

Tuttavia, da quando il legislatore, nel 2003, ha liberalizzato l’azzardo, tutto è cambiato: l’Italia si è trasformata in uno dei più grandi casinò a cielo aperto del mondo. L’effetto di questa scelta ha portato a un’escalation della dipendenza: la dimensione comunitaria che caratterizzava anche il gioco d’azzardo ha lasciato posto alla solitudine del giocatore, che davanti alla macchina inserisce direttamente denaro fresco e vive un «tempo ipnotico», incapace di percepire quanto spende.

In pochi anni la ragnatela della cultura dell’azzardo si è diffusa persino nei più piccoli e sperduti centri abitati in cui si trovano bar, sale scommesse e tabaccherie. Non ci riferiamo qui all’esperienza dell’azzardo che si svolge nelle case o nei circoli con regole certe e somme di denaro modiche, pena l’allontanamento del giocatore, ma a quella dinamica che induce a diventare giocatore solitario. Bastano un paio di dati per definire la proporzione del fenomeno: le slot machine disseminate sul territorio sono 366.399, una ogni 161 cittadini, mentre si vendono 3.600 «gratta e vinci» al minuto.

Ludocrazia e patologia

È il gioco legale che fa crescere l’illegalità, l’usura, il riciclaggio di denaro e l’estorsione, non il contrario. Attraverso la contraffazione delle macchinette si sta concentrando il nuovo esercizio del pizzo. Sono circa 60 i clan malavitosi che, dalla Calabria al Veneto, investono nel prestito a usura: dal 2014 al 2016 sono stati prelevati circa due milioni di euro da imprenditori e commercianti in difficoltà, con una liquidità per i clan pari ad almeno 4 milioni e mezzo di euro, ha dichiarato Libera. Il giro di denaro è di gran lunga maggiore, se si pensa che in un paio di anni sono stati sequestrati 450 milioni di euro. I costi per lo Stato sono ingenti: si parla di circa 6 miliardi di euro per interventi ambulatoriali psicologici, ricoveri, medicine, la perdita di rendimento, il costo sociale dei divorzi, i fallimenti, le conseguenze delle violenze familiari e sociali che il gioco provoca.

I politici sono chiamati a fasciare e a guarire questa piaga. Quasi tutti i partiti si sono giovati del finanziamento dal gioco d’azzardo: dalla XI alla XVII legislatura sono state approvate e immesse sul mercato 47 tipologie di gioco. Il merito del Governo Conte è quello di aver proibito la pubblicità; manca però una legge quadro. Le dichiarazioni di principio del M5S invece non sono coerenti con le scelte concrete. Per quale ragione continuano a essere date proroghe alle concessioni di slot, scommesse, SuperEnalotto e bingo?

Di fronte alla macchina comunicativa dell’azzardo, che confonde le parole e nasconde le conseguenze, i cittadini dovrebbero invece premiare i bar e gli esercizi commerciali che scelgono di non promuovere l’azzardo. Un «Marchio No slot» comune a tutti garantirebbe un certificato di garanzia etica. Occorre poi appoggiare quei sindaci virtuosi e le molte associazioni della società civile che, attraverso le loro battaglie, stanno sensibilizzando la cultura sui pericoli dell’azzardo.

Che fare

Il primo passo per liberarsi dai lacci della ragnatela dell’azzardo è la consapevolezza, il chiamare per nome la dipendenza, confessarla alle persone di propria fiducia e farsi aiutare. Sono troppi infatti i giocatori intrappolati nelle catene della dipendenza, nel giro dell’usura e nelle crisi familiari. È una lotta contro il dio Pluto, il signore della ricchezza e del denaro, che nella mitologia è raffigurato come cieco, obeso e lento. Per non imitarlo, occorre non combatterlo ma ignorarlo, accogliere il proprio limite e iniziare un percorso terapeutico e di disintossicazione.

La cultura giuridica del Novecento aveva arginato l’azzardo, perché l’alea (il rischio) rappresentava la passività della persona, il rifiuto del sacrificio quotidiano e un vizio che minacciava il risparmio e generava conflitti familiari e sociali. Cosa è rimasto di questa visione antropologica nella cultura italiana? Dopo la fase storica di contenimento e di proibizione, il gioco d’azzardo è servito come aiuto al fisco in tempo di crisi economica: attualmente è diventato un’industria del gioco in un’operazione politico-finanziaria. Quale altra evoluzione subirà? E, soprattutto, quale prezzo dovranno pagare i più deboli?

L’azzardo – che è stato definito «un furto della felicità sociale» – esprime l’immagine di un Paese che, invece di sperare e di costruire, ha deciso di scommettere sulla sorte e non sul sacrificio. Tuttavia, il banco di questa grande roulette pilotata da grandi potentati economici non deve continuare a vincere con regole truccate. Occorre però non banalizzare il fenomeno, approfondirlo nei suoi molteplici aspetti e ricordare la saggezza del proverbio popolare che recita: «Chi guadagna il primo, perde l’ultimo».

Fonte

 

 

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