Prima Pagina>Cronaca>L’adozione? Prima di tutto è una “grande bellezza”
Cronaca

L’adozione? Prima di tutto è una “grande bellezza”

Il prossimo 7 settembre ci sarà un “debutto” ufficiale di ANFAD con la prima festa dell’adozione (il programma sulla pagina Facebook di ANFAD): cos’è questo appuntamento e qual è il suo obiettivo?
Abbiamo voluto realizzare un evento che potesse richiamare tutto il mondo adottivo, per far capire che noi non siamo un’alternativa a nessuno, che facciamo tutti parte di una unica realtà e che dobbiamo lavorare tutti insieme per raggiungere un obiettivo di positività dell’adozione. Ogni Associazione organizza annualmente la sua festa, mi piacerebbe invece poter fare un evento che sia la festa di tutti, partecipato da tutti, famiglie, figli e associazioni, far capire che siamo uniti, che non siamo tanti satelliti di una unica realtà. Sarebbe davvero bello unire tutte le realtà associative, perché abbiamo in comune tutti lo stesso scopo: valorizzare la famiglia e far sì che ci si aiuti a far star bene i figli che soffrono. Quando soffrono i figli, la famiglia intera soffre. Positività significa anche lavorare insieme per sistemare ciò che non funziona, rendere bello quello che non lo è. L’adozione è un dono e non può essere sporcato dai pochi che vedono nell’adozione un elemento su cui speculare. È questo il messaggio della Festa, dare valore al dono dell’adozione, ritornare a guardare la bellezza di essere figli e genitori. La Festa ha proprio questo desiderio di bellezza. Sarà la prima vera Festa dell’Adozione. Abbiamo scelto di valorizzare anche l’origine di ognuno di noi, che arriviamo da più continenti diversi, per far capire ai genitori – che spesso hanno paura del legame dei figli con la propria origine – che la nostra terra sarà sempre con noi, che non possiamo mai dimenticarci da dove arriviamo. È bellezza anche questa, non è un ostacolo al rapporto tra genitori e figli. Per questo motivo, l’idea è di valorizzare un continente di origine in ogni appuntamento della Festa: per il 7 settembre il tema sarà “le meraviglie del Sud America” con cibi, balli e musica della tradizione. Poi ci sarà l’Africa, poi l’India, la Cina e così via. L’ingresso è gratuito, per poter permettere a tutti di essere presenti, anche alle famiglie numerose. Sarà sicuramente una Festa bellissima, tante sono già le adesioni e ne sono davvero molto felice, perché significa che lo spirito è stato compreso.

Le adozioni internazionali in Italia esistono da 50 anni (solo negli ultimi 18 anni, da quando c’è il monitoraggio della CAI, sono ormai più di 50mila i minori entrati in Italia con adozione internazionale): in Italia ci sono ormai tantissimi giovani e adulti adottati con l’adozione internazionale, perché finora non hanno quasi mai preso la parola, non sono diventati un soggetto visibile, non hanno avuto l’esigenza di cercarsi, ritrovarsi, confrontarsi, aggregarsi… e in questo momento invece ci sono tantissime iniziative in questa direzione? C’è un elemento che segna un “prima” e un “dopo”?
Sicuramente la sensibilizzazione che è stata fatta in questi anni ha fatto sì che si potesse parlare di adozione più liberamente. Per questo devo ringraziare il grande lavoro che hanno fatto le tante associazioni di genitori presenti sul territorio nazionale. Anche se ho sempre detto loro che facevano troppi incontri sul “problema” del figlio “adottivo” o sul “problema” dell’essere genitore “adottivo”, di puntare di più sul dono dell’adozione. Perché se un figlio vede che ci sono incontri solo sui “problemi”, ovviamente si convincerà di essere un davvero un problema. Mia mamma mi disse che quando ero piccolo gli psicologi, era il 1985, consigliavano di non parlare della terra di origine o di non dire ai figli che arrivavano a pochi mesi di vita di essere stati adottati (difficile nasconderlo a chi evidentemente aveva caratteristiche somatiche diverse)… quindi la cultura dell’adozione negli anni è cresciuta e sempre di più sono state approfondite le implicazioni che comporta. Diciamo che l’Italia è rimasta un po’ indietro su alcune tematiche, ad esempio l’adottato è visto con curiosità o circospezione, così come i genitori si sentono diversi e giudicati dai genitori “normali”. Il genitore spesso dà molta importanza al giudizio esterno, è il primo a sentirsi diverso e questo comporta una reazione di chiusura e di difesa, nascondendo l’adozione. Quindi, per rispondere alla sua domanda, prima non si era pronti a parlare di adozione, non si era liberi. Il figlio, diventato adulto, non aveva punti di riferimento e viveva la sua vita normalmente, affrontando le sue sofferenze da solo o con l’assistenza di psicologi poco consapevoli del tema. Diciamo che noi figli siamo il risultato di un processo iniziato con la creazione delle associazioni di genitori, nate per sostenere ed essere accanto ai genitori in difficoltà e non. Non vorrei sbagliarmi, ma credo davvero di essere stato uno dei primi adulti adottati a girare l’Italia per parlare liberamente di adozione da figlio, per raccontarne la bellezza e per testimoniare la mia vita da figlio, che ho sempre considerato normale. Penso che la mia visibilità abbia fatto sì che anche altri potessero parlare e fatto capire ai genitori la bellezza della testimonianza dei figli. Questo non grazie a me ma grazie soprattutto alle associazioni di genitori che mi hanno coinvolto, dal Trentino alla Sicilia. Se oggi noi possiamo parlare dobbiamo ringraziare solo loro, le associazioni e quindi i genitori.

Fonte

 

 

https://blogcq24.net/

Il Network dei Blogger indipendenti seguici su Telegram

Rispondi