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Cronaca

L’ultimo bambino dello Zoo di Roma

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Uno scrigno della biodiversità, una “finestra sul mondo” e sullo stato della fauna che nessuna tecnologia potrà mai rimpiazzare: gli zoo, spesso nel mirino di feroci critiche da parte di ambientalisti e animalisti, vengono rivalutati nel libro di un conservazionista italiano che ha trascorso tutta la giovinezza passeggiando tra le gabbie di Villa Borghese, ancor prima che lo Zoo di Roma diventasse bioparco.

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Agf

Bioparco di Roma

“L’ultimo bambino dello zoo”, questo il titolo dell’opera di Spartaco Gippoliti edita da Castel Negrino, rievoca il legame privilegiato di un bambino-ragazzo con gli animali che ha conosciuto ma è anche l’occasione per “riscattare l’immagine antica di ‘serraglio'” dello zoo, come sottolinea Fulco Pratesi nella prefazione. “Credo che gli zoo siano la più grande finestra sul mondo, che dovrebbe dare un quadro più ampio della situazione ambientale del nostro pianeta”, spiega Gippoliti in un’intervista all’Agi. “Tutto quello che succede sulla Terra è spesso interconnesso e anche eventi che accadono molto distanti da noi hanno poi degli effetti sulla nostra vita”.

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 Bioparco di Roma

Del resto, anche un ambientalista doc come Pratesi sottolinea che oggi gli zoo si possono orientare sui “più moderni indirizzi di tutela di specie rare, di ricerca scientifica e di didattica naturalistica della quale oggi in Italia c’è assoluto bisogno, a partire dai più giovani”.

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È un dibattito, quello sugli zoo, sempre attuale, incentrato e diviso fondamentalmente tra sentimentalismo e scienza. Ovviamente l’idea di Spartaco Gippoliti, in virtù della sua passione e del suo lavoro, è molto chiara: 
 

“Ritengo necessario che l’opinione pubblica abbia una visione generale su larga scala dei problemi ambientali, a mio avviso è molto importante avere a disposizione strutture come giardini zoologici o musei di storia naturale che ci aiutino a comprendere il mondo. Poi i giardini zoologici lavorano in un network, sono collegati a livello nazionale, continentale e mondiale e quindi portano avanti dei programmi di riproduzione di specie rare assai importanti”.

“Quando le situazioni lo consentono, con tantissime attenzioni e sforzi, questi animali possono tornare negli habitat originali. Ci sono sempre più progetti di reintroduzione in natura di specie scomparse o in grave pericolo d’estinzione, che utilizzano le popolazioni negli zoo come serbatoi di variabilità genetica e salvataggio in alcuni casi di specie estinte. Questo vale solo per alcune specie, per altre io ritengo che gli zoo abbiano uno scopo educativo che non è sostituibile da mezzi elettronici, non perché le informazioni non siano sufficienti”. 

“Il contatto diretto è un tipo di esperienza fondamentale, questa purtroppo diventa una cosa sempre più rara con le nuove tecnologie, creando dei problemi di tipo psicologico alle nuove generazioni. Sono del parere che qualsiasi struttura che incoraggi il contatto diretto tra mondo naturale, la biodiversità e le nuove generazioni, vada difesa e supportata”.

Gippoliti è un conservazionista di fama internazionale che collabora come consulente con alcune strutture italiane. Oggi ha superato i 50, ma i primi 34 anni li ha passati a stretto contatto con gli animali del Giardino Zoologico di Roma, grazie al quale è nato l’amore per l’attività che tutt’ora svolge. “Il titolo del mio libro – spiega – è prestato da un libro di grande successo uscito in America nel 2005, ‘L’ultimo bambino del bosco’, uno dei primi gridi di allarme sul fatto che la società americana si stava distanziando sempre più dalla vita all’aperto che ha rappresentato sempre uno dei suoi valori fondanti”.

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Bioparco di Roma

Se in giro per il mondo si è un po’ più acculturati sugli zoo e il valore che questi portano con sè, in Italia si è sempre qualche passo più indietro.
 

“Nel nostro Paese si ha una visione negativa degli zoo da una parte c’è una cultura italiana poco interessata alle scienze naturali in particolare, dall’altra forse gli zoo dovrebbero aumentare gli sforzi per farsi riconoscere come strutture gestite con criteri scientifici che non solo contribuiscono a educare e sensibilizzare l’opinione pubblica, ma che devono in qualche modo informare di più delle attività scientifiche e gestionali che stanno dietro alla vita di un giardino zoologico. Tutte attività che sono molto complesse e richiedono una maggiore conoscenza della biodiversità, del comportamento animale, di alcuni aspetti ecologici e anche di alcuni aspetti politici. Purtroppo c’è tanta ignoranza ancora sull’argomento, i progetti di reintroduzione sono progetti difficili e costosi, gli animali vanno seguiti e le popolazioni locali devono essere coinvolte. Tutti questi aspetti, in Italia, sono conosciuti da un numero veramente esiguo di esperti e ovviamente questo fa si che l’opera degli zoo, ma in generale della conservazione dell’ambiente, sia molto sottovalutata. Ci vuole un’accettazione sociale della fauna selvatica, degli ambienti naturali, ci vuole forse un modello di sviluppo che sia anche diverso e più lungimirante”.

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Bioparco di Roma

Ormai prossimo alla presentazione ufficiale, il 3 aprile al Museo Civico di Zoologia di Roma, ‘L’ultimo bambino dello zoo’ è un libro con cui Spartaco Gippoliti ha voluto toccare diversi aspetti: “Uno di questi è dedicato a mia figlia dodicenne, cresciuta in una società molto diversa dalla mia, alla quale pensavo di lasciare un messaggio di come, neanche troppi anni fa, il Giardino Zoologico di Roma avesse rappresentato per me una possibilità di esperienza diretta”.

Di alcuni animali, Spartaco ha continuato a ricevere notizie anche dopo il trasferimento presso zoo stranieri e ogni volta che uno di loro viene a mancare per lui torna a scorrere un fiume di ricordi. “In passato tutto ciò era molto più comune, le popolazioni vivevano maggiormente in campagna, esistevano più fattorie, quindi era molto più facile crescere a contatto con gli animali”, osserva, “oggi invece è tutto più complicato, se sei fortunato puoi avere a che fare con un cane o un gatto, ma comunque in ambito domestico. Un altro aspetto è quello che viviamo in una società antropocentrica dove tutto viene misurato sulla base dell’uomo. Però dobbiamo capire che non è l’uomo che ha prodotto la terra ma l’esatto contrario, per questo è molto importante che sin da piccoli si inizi a conoscere la realtà che ci circonda”.

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