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Cronaca

“Noi a Palermo”, diario di un viaggio antimafia

 

Siamo stanchi, si è fatto tardi, ben oltre la mezzanotte, ma sulla strada del ritorno si passa da Capaci. Il luogo nel quale, Salvatore stesso dice, venne ucciso il fratello di Paolo, Giovanni Falcone con la moglie e gli uomini della sua scorta. Questo scorcio di autostrada fa davvero paura. Ci fermiamo, guardiamo la stele, ci rendiamo conto di quanto fosse un attentato di guerra. L’autostrada infatti è solo una parte del terreno deflagrato, il cratere si estende ben oltre le carreggiate di entrambe le direzioni di marcia, ai lati si nota un parco commemorativo. Difficile immaginare cosa potesse presentarsi davanti allo sguardo dei soccorritori e dei poliziotti quel giorno. Viene da piangere, da riflettere, da chiedersi perché, e noi come tanti altri, che sono transitati in questo tratto di Sicilia, riusciamo solo a farci delle domande e a provare impotenza e tristezza. Falcone e tutti i suoi uomini con la dottoressa Morvillo arrivavano all’aeroporto con un volo segreto, nessuno avrebbe dovuto sapere la strada che il giudice percorreva per andare a casa. La storia e i fatti ci dicono altro, l’attentato, poi tradimenti, spionaggi, depistaggi e uno Stato che non difende i propri pezzi da novanta.

Nessuno parla più, fino a quando giungiamo a casa, nemmeno i nostri educatori. Capaci è un luogo di morte, di sconfitta, di impotenza del bene contro il male, a noi sembra questo.

Arriviamo a casa ci addormentiamo, ma prima parliamo, ci confrontiamo e crediamo di aver già visto molto e conosciuto tanta gente, ma sappiamo bene che il pomeriggio di questo nuovo giorno sarà molto intenso.

Ci svegliamo la mattina, sempre di venerdì, leggiamo il tema di Nino Agostino e la poesia che ci avevano detto di condividere con tutto il gruppo, Flora e Vincenzo Agostino. Riflettiamo e pensiamo che la vita sarebbe un diritto per tutti e che a toglierla dovrebbe essere la natura o Dio per i fedeli.

Andiamo a fare colazione, sempre il nostro amico proprietario ci consiglia un altro locale “mafia free”, ci dice che anche lui appartiene attivamente alla lotta contro la mafia, infatti, gestisce un bene confiscato ai catanesi. Ci dice il primo bene confiscato da Giovanni Falcone circa trent’anni fa.

Giriamo un po’ per la città, Palermo è bellissima ma anche piena di contraddizioni, appartenenti ad un unico panorama nel quale il bene e il male, il bello e il brutto sembrano confondersi l’uno con l’altro, annullando le contraddizioni e formando un tutt’uno a volte stupendo altre volte colmo di sgomento. Questo stato di confusione ci accompagna costantemente.

Ci imbattiamo nel museo NO MAFIA MEMORIAL, una mostra fotografica impressionante, completa, capace di arrivare direttamente ai nostri occhi, allo stomaco e al cuore. Tre cose ci colpiscono, la ferocia della mafia, pronta ad ammazzare le proprie vittime in ogni momento e situazione, davanti agli sguardi impotenti dei famigliari. L’assenza dello Stato, in particolare nel dopoguerra, quando operai, minatori, braccianti, pastori, manovali, erano costretti ad andare a lavorare senza cibo e indumenti, necessari per ripararsi di fronte alle intemperie e al rischio di lesioni. Guardando queste foto abbiamo capito come un mafioso, con un minimo di garanzie da offrire al lavoratore, potesse conquistarne la fiducia ai danni di uno Stato e di amministrazioni locali troppo lontane dai bisogni della comunità. L’ultima riflessione su questa mostra è emersa dopo la visione di una foto di Falcone contento con la sua compagna. Guardando questa foto abbiamo capito che la felicità arriva anche dal saper scegliere la parte giusta e dalla coerenza nel mantenere vive le proprie scelte condividendole con le persone che ti amano.

Giungiamo nel primo pomeriggio in via D’Amelio, le misure di sicurezza oggi sono imponenti, ci sono ministri, sindaci, qualche magistrato. Vediamo Salvatore e Vincenzo Agostino ma capiamo che non potremo che ascoltare i loro interventi, per vederli da vicino e per dar loro un abbraccio dovremo pensare ad un’altra occasione. Gli ospiti sono tutti familiari di vittime della mafia, i loro racconti intensi, provocano riflessioni, tristezza e sofferenza. L’introduzione spetta al responsabile dei sindacati delle scorte, poi un breve e toccante spettacolo musicale e teatrale contro la mafia politicizzata. Parla per primo l’agente Montinaro il caposcorta superstite di Giovanni Falcone e la frase con cui esordisce testimonia la sua amarezza per uno Stato poco presente, più o meno le parole sono queste: io qui in via D’Amelio vengo sempre e non vado alle commemorazioni di Capaci. Qui trovo densità di autenticità in altri luoghi trovo passerelle. Ringrazia Salvatore e tutta la famiglia Borsellino perché qui trova sia l’unione per la ricerca della verità e la delusione per le mancate risposte dello Stato, che non può limitarsi a confinare il male nella parola mafia. Vincenzo Agostino sale sul palco e la sua supplica ai giovani è quella di non vendersi alla mafia, di camminare sempre a schiena diritta e testa alta, poi parla alla moglie scomparsa quest’anno e le dice che lui è rimasto per trovare la verità sulla morte del loro figlio. Si sofferma su faccia da mostro, poliziotto e membro dei servizi segreti, un uomo corrotto e senza scrupoli, pronto a tradire, organizzare vendette e omicidi. Non si capisce perché questo possa accadere in uno Stato civile e perché esistano i segreti di Stato. La sola colpa di Nino Agostino era quella di indagare sul fallito attentato a Falcone dell’Addaura, nel giugno del 1989. Forse, aveva scoperto collusioni tra reparti deviati dello Stato e mafiosi. Noi restiamo senza parole e sullo sfondo notiamo il castello di Utveggio, quasi fosse lui il custode di queste tragedie premeditate dall’uomo.

Poi arrivano sul palco i genitori di Claudio Domino ucciso nel 1986 a soli 11 anni, in un quartiere di Palermo. Il padre è un vulcano di frasi, si rivolge ai ministri presenti in platea, urla, parla di tradimenti, di depistaggi e infine di riapertura di indagini. Come se non bastasse, alcuni pentiti dicono che quel giorno, il 6 ottobre e nel periodo precedente, a Palermo faccia da mostro aveva supervisionato l’organizzazione dell’omicidio. Ringrazia per il recente desecretamento di alcuni documenti segreti sulle indagini mafiose degli anni Ottanta e aggiunge: “Siamo arrabbiati signor ministro … tuttavia, noi non vogliamo giustizia con la vendetta ma con la civiltà che ci contraddistingue …”.

Ora tocca ai genitori di Attilio Manca, questo racconto è particolarmente difficile in quanto i livelli di ambiguità si e ci confondono. Più volte con gli educatori dobbiamo chiarirci la scansione e il senso del racconto. Capiamo che il medico urologo Manca era una persona onesta, venne trovato morto in circostanze ambigue, si disse overdose o suicidio. Poi emergono segni di colluttazione, non si capisce cosa c’entri la droga e capiamo che, forse, il dottor Manca avrebbe forzatamente collaborato con l’equipe medica che aveva operato il boss Provenzano a Marsiglia. La mamma della vittima conclude con una frase di incoraggiamento per i giovani, suggerisce di non vendersi alla mafia perché i mafiosi vendono l’anima al denaro e non conta nient’altro, nemmeno la vita, non sono come noi.

Arriva un momento altrettanto difficile perché sale sul palco Stefano, fratello di Umberto Mormile educatore ucciso a Milano nell’aprile del 1990 dopo aver lavorato nel carcere di Parma e successivamente a Opera. Due carceri di massima sicurezza, per altro nei reparti i cui detenuti avevano regimi di particolare restrizione data la loro pericolosità sociale. Anche lui è in cerca di verità perché non è possibile che uno Stato, attraverso i servizi segreti, si impegni a infangare la memoria dei propri servitori anziché impegnarsi nella ricerca di verità. Emerge che l’educatore, dopo essere stato catalogato come corrotto, favoreggiatore dei mafiosi, amico dei boss, probabilmente aveva espresso delle perplessità sulla facilità con cui i boss godevano di privilegi grazie ai loro rapporti confidenziali con i servizi segreti. La difficoltà di questo momento deriva dal fatto che il racconto del signor Stefano parla di famiglie della ‘ndrangheta del nostro territorio, i Papalia e i Barbaro di Buccinasco, e di fatti talmente gravi da far presupporre l’esistenza di un legame tra le varie mafie.

A questo punto, salgono sul palco i fratelli di Agostino Catalano raccontano della bontà del fratello. Questo intervento è commovente perché l’uomo della scorta aveva perso la moglie alcuni anni prima della strage. Cresceva, da solo e con l’aiuto della famiglia, con amore i suoi figli. A noi basta questo per fermarci, per difenderci da un ascolto che a volte sembra complesso e cruento. Ad un certo punto, uno dei due fratelli parla dell’incontro, avvenuto poco tempo addietro, con un ragazzo salvato alcuni anni prima della strage proprio da Agostino. Questo ragazzo, oggi padre, dice di ringraziare tutti i giorni il suo salvatore. Ecco noi ci accontentiamo di capire che l’amore mette le radici ovunque, tanto che i due fratelli di Agostino ogni tanto vengono in via D’Amelio ad abbracciare l’ulivo e i suoi rami perché sono le braccia di Paolo e dei suoi ragazzi.

Tocca poi ad Antonio Vullo unico superstite della strage di Via D’Amelio e al fratello di Claudio Traina agente della scorta e vittima. Ci limitiamo a sottolineare una frase di Vullo, frutto della delusione, che dice: qui i palermitani non vengono più perché sono 27 anni che le promesse non si mantengono, e lo Stato ha preferito recuperare un’agenda al posto di fare chiarezza sulle vite spezzate, troppe falsità. Il fratello di Claudio Traina invece conclude con un messaggio d’amore affermando di aver trovato in Antonio quel fratello perso nella strage. Questa frase a noi regala tanta forza e qui ci fermiamo, questo messaggio di vita rappresenta lo spirito del nostro viaggio, non vogliamo abbassare la testa.

Fonte

 

 

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