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Cronaca

Perché scuola e lavoro non vanno separati

Si è persa l’occasione di generare un luogo terzo e differente, non scuola e non azienda, un momento di scambio di saperi che avrebbe potuto arricchire tutti gli attori coinvolti. L’occasione di confrontarsi tra modelli formativi differenti, esplicitandoli e valorizzandoli per le loro potenzialità formative. Un’opportunità per contaminarsi, accrescere, e sedimentare la conoscenza organizzativa sfatando nel contempo i pregiudizi che sottolineando le differenze non consentono un reciproco apprezzamento.

Un processo dunque che sarebbe stato necessario accompagnare pedagogicamente, orientando la costruzione di modelli, rendendo evidenti le potenzialità formative, le possibili aree di sinergia e le aree tipiche ed imprescindibili delle organizzazioni e dei sistemi. Un laboratorio che ponendo al centro l’esperienza formativa degli allievi avrebbe come “sottoprodotto” il rafforzamento dei legami sociali e delle comunità, in una logica di reciproco influenzamento e di legittimazione alle “chiamate” reciproche.

Inserire nel contesto scuola figure che possano curare i processi pedagogici e di sistema, prescindendo dalla dimensione “disciplinare”, ha come obiettivo potenziare e valorizzare il ruolo del mondo della scuola, anziché sminuirlo.

Provare la cultura al vaglio della vita. Un commento di Vanna Iori*

Il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti aveva sostenuto a giugno dello scorso anno, dinanzi alle commissioni congiunte di Camera e Senato, l’importanza della “sintesi” tra mondo della scuola e mondo del lavoro nella formazione dei ragazzi. Ma poi ha deciso di ridurla, anziché potenziarla. La legge 107/2015 prevedeva 400 ore complessive per gli istituti tecnici e professionali e 200 per i licei. Con la legge di Bilancio 2019, si è cambiata la denominazione dell’Alternanza Scuola- Lavoro in “Percorsi per le Competenze Trasversali” e l’orario minimo obbligatorio della ex Alternanza è stato drasticamente diminuito: 90 ore nei licei (erano 200); 210 ore nei professionali (dimezzate dalle precedenti 400), mentre restano 150 nei tecnici.

È fisiologico che nei primi due anni di applicazione dell’Alternanza Scuola Lavoro siano emerse criticità che rendevano necessario uno sforzo ulteriore per sostenere le scuole nella progettazione dei percorsi educativi e nella gestione delle procedure. Ma è importante compiere miglioramenti, non retrocedere. Del resto l’Alternanza scuola-lavoro è un’innovazione pedagogica e didattica importante, adottata da decenni in molti paesi europei, ed in particolare in Germania e Svizzera. Non possiamo più sentirci dire che i ragazzi che escono dalle nostre scuole non possiedono le conoscenze necessarie e richieste dalle imprese e dal mondo del lavoro.

Ha dunque ragione Zuffinetti a rimarcare la distanza dal lavoro di una scuola ancora troppo impregnata di cultura idealistica. E certamente non è un caso che le ore siano state più che dimezzate proprio nei licei, mentre siano rimaste elevate nei tecnici e nei professionali. Come se chi sa di greco e di latino debba tenersi lontano dal mondo del lavoro. Come se non dovesse anche lui (e glielo auguriamo) accedervi.

Questa esperienza di contatto con il mondo del lavoro ha una prioritaria valenza educativa, non solo finalizzata all’acquisizione di competenze professionali per svolgere “quel lavoro”, ma per svolgere “ogni lavoro”, poiché offre la possibilità di acquisire competenze trasversali (problem solving, lavoro in team, organizzazione del tempo e delle attività) indispensabili per l’inserimento in contesti lavorativi sempre più caratterizzati da forti innovazioni organizzative, di processo e di prodotto. Si tratta inoltre di esperienze che non solo aiutano le studentesse e gli studenti a conoscere meglio sé stessi, ma anche a scoprire attitudini, preferenze e talenti che possono essere utili ad orientare le loro future scelte di studio o di lavoro.

Potenziamo dunque, e miglioriamolo, questo percorso importante in un Paese dove l’abbandono scolastico rappresenta una sfida emergenziale e dove il tasso di passaggio degli studenti dal secondo ciclo all’università è di circa il 50% rispetto al 68% della media dei paesi OCSE. Nelle realtà in cui si è investito fortemente su queste esperienze importanti per un’offerta di contenuti ricchi, aggiornati, vasti, collegati ai contesti lavorativi, i riscontri ipotizzati da Zuffinetti ci sono già stati. Non fermiamo i processi di costruzione di legami e le esperienze di avvicinamento tra la scuola e il territorio. Cerchiamo invece, come sosteneva don Milani, di «provare la cultura al vaglio della vita».

*Vanna Iori, pedagogista, è capogruppo PD in Commissione Istruzione Senato

Fonte

 

 

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