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Cronaca

Pisapia: il Terzo settore come motore di cambiamento dell’Europa

Purtroppo, però, nonostante la significatività di questi numeri prevale ancora una visione marginale del «valore» del sociale. Una marginalità, quella dell’economia sociale, che non risiede tanto nel diverso modo di produrre valore (al quale anche il for profit sta guardando: basti pensare alla crescita delle B Corp o delle imprese a impatto sociale), nella presunta minor efficienza (nel Regno Unito le imprese sociali son più redditizie delle Pmi) o nella bassa rilevanza sulle politiche (in Italia la cooperazione sociale garantisce servizi a oltre 7 milioni di persone), quanto nell’incapacità di riconoscere e includere dentro la ricetta dello sviluppo una diversa idea di «produzione».

La proposta di un “Civil compact” per l’Europa secondo lei è concretamente un impegno che si può assumere? Quanto sente di impegnarsi su questo punto?

Se ci salveremo, lo dovremo ai tanti nostri connazionali che si occupano di chi ha più bisogno. Sono un esercito. Il capitale sociale, formato dalle tante associazioni laiche e cattoliche impegnate in molteplici attività solidali, è così rilevante da costituire uno straordinario ammortizzatore sociale”. Non sono parole mie, ma di Ferruccio De Bortoli estratte dal suo ultimo libro “Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica” . Giustamente l’ex direttore del Corsera indica che questo “mondo del bene” è spesso intervenuto come ammortizzatore sociale ed è un autentico “capitale sociale”. E’ un “capitale sociale” ” anche e soprattutto di imprenditorialità sociale che ha avuto la capacità nel tempo di evolversi e di realizzare importanti collaborazioni tra mondo profit e non profit anche e soprattutto attraverso i modelli“ibridi”. L’Italia si è data una legge per il Terzo Settore autenticamente all’avanguardia ma che attualmente è una “lame duck”, un’anatra zoppa perché questo Governo nazionalista fa di tutto per mettere in difficoltà il mondo del Terzo Settore anche e soprattutto non dando corso ai decreti attuativi attesi. E’ un peccato perché l’Italia potrebbe essere -anche e soprattutto a livello governativo se chi ci governa ci credesse- alfiere per avere al più presto il Civil Compact a livello comunitario . Ho subito aderito alla proposta del Professor Zamagni intervenendo sul tema dalle colonne di “Avvenire”. Non solo penso che sia un impegno che sento di assumermi, per quanto mi sarà possibile, all’interno del Parlamento Europeo. Ritengo che il risultato sia realmente alla nostra portata. Paolo Venturi ricordava recentemente come in tutta Europa già 15 stati appartenenti alla UE si siano dotati di normative per il riconoscimento e la promozione dell’economia sociale e vi siano i 20 Principi che compongono “Il pilastro sociale europeo”. Manca ad aggi una ricomposizione a livello comunitario che riconosca l’insostituibile ruolo dell’economia civile e sociale, il tutto in una logica di scelte economiche e tecnologiche. Ecco perché il “Civil Compact” è lo strumento necessario perché si arrivi a un riconoscimento del ruolo dell’impresa sociale, della sua insostituibile valenza in diversi ambiti – pensiamo solo al welfare- e ad altri che possono vederla protagonista, penso in particolare all’ambito ambientale e al ripensamento che si deve realizzare a livello economico anche alla luce della IV Rivoluzione Industriale. Senza il “Civil Compact” mancherà sempre a livello comunitario una gamba su cui costruire il nostro futuro anche e soprattutto per un’Europa più giusta e solidale.

Già, sarebbe arrivato il momento di applicare concretamente i princìpi del Pilastro Sociale europeo, messi nero su bianco e sottoscritti da tutti i leader dell’Ue. Ma come fare un passo avanti?

Il passo avanti è necessario; d. Dobbiamo superare gli squilibri e le diseguaglianze che si sono sempre più accentuate. La crescita negli ultimi anni ha premiato chi già aveva. e la distanza con gli ultimi e i penultimi si è resa non più sostenibile. Per l’Italia Sse non vi fosse stata la rete del bene data dal Terzo Settore, oltre che dalle famiglie, la crisi post 2008 sarebbe stata sicuramente più grave. E’ un dato che non dobbiamo dimenticare. Per eliminare le diseguaglianze occorre l’Europa, più Europa. Ho immediatamente condiviso la proposta di un salario minimo europeo che sia parametrato alle condizioni dei diversi paesi e definito sulla base del dialogo con le parti sociali. Mi batterò – come da programma della lista PD-Siamo Europei – per la parità di salario tra uomo e donna promuovendo un piano per favorire l’occupazione giovanile. Le disparità salariali non sono più accettabili; per l’impresa sociale deve penso che essa debba essere riconosciuta e, ove possibile, promossa. Penso in particolare in alcuni ambiti come l’agricoltura per la quale ci batteremo per un suo sviluppo sempre più sostenibile. Al riguardo conosco alcuni modelli di agricoltura sociale in Italia che tra l’altro sono stati strumenti importantissimi sia come presidio del territorio e rilancio dello stesso sia per l’avvio di politiche di inclusione di richiedenti asilo. Sono esempi che devono essere non solo considerati virtuosi ma devono trovare riconoscimento e dignità. I temi sociali sono importanti tanto, e più dell’Unione monetaria.

Nel prossimo settennato (2021 – 2027) l’Europa è chiamata a fare scelte che impatteranno sulle future generazioni e per l’Italia diventerà fondamentale costruire un sistema di alleanze capaci di aumentare il peso dell’economia sociale nel Vecchio Continente. Chi sono gli alleati su questo tema? Con chi si gioca la partita?

La vera alleanza imprescindibile è quella con la cittadinanza attiva, con i corpi intermedi, con le associazioni, il terzo settore e le imprese responsabili. La politica, i democratici e i progressisti in particolarei, devono essere perno in tutta Europa per ricostruire legami tra la rappresentanza e la società “che fa del bene”. Possiamo però anche dire chi di fatto sarà contrario a questo riconoscimento: il fronte nazionalista e sovranista, quello dei muri, del filo spinato e delle politiche di esclusione. Sono i predicatori di odio che attraverso la rete (e non solo) lanciano fake news contro l’Europa da una parte, e contro l’ “esercito del bene” dall’altra. Ma non vinceranno. anno a livello europeo. Ne sono certo. Penso che in ogni forza politica democratica europea si possa trovare la volontà di riconoscere il ruolo e il peso dell’economia sociale. Per parte nostra, come italiani, ci batteremo per questo risultato.

Dopo il 2008 l’UE aveva incaricato degli esperti di redigere un rapporto con le principali riforme da intraprendere: al primo posto c’era la separazione tra banche commerciali e di investimento, ma dopo anni di discussioni e di veti incrociati la proposta è stata di fatto abbandonata. Stessa sorte è toccata alla tassa sulle transazioni finanziarie, che è stata accantonata malgrado il voto favorevole del Parlamento UE e la bozza di Direttiva pubblicata dalla Commissione europea. Concorda sulla necessità di riprendere il percorso verso l’approvazione di tali normative

Sul piano delle tassazione dobbiamo arrivare all’eliminazione del dumping fiscal intracomunitario. Basta con i “paradisi fiscali” all’interno dei nostri confini come lo sono Olanda e Irlanda le quali hanno accolto e attratto le sedi legali di alcune multinazionali promettendo loro una tassazione irrisoria. Personalmente vorrei battermi per l’istituzione di un’imposta minima a livello comunitario. Non solo, penso che l’istituzione di una tassa sulle transazioni fiscali e la digital tax per i colossi del web rispondano non solo a una questione di equità e giustizia, ma anche di buon senso. È assurdo pensare che chi realizza profitti incredibili pesi sul nostro sistema sociale non contribuendovi. “Austerità e libero movimento dei capitali fanno emergere le diseguaglianze” sono le conclusioni di uno studio, pubblicato nel 2016 di alcuni ricercatori del Fondo Monetario Internazionale. Se l’Europa vuole diventare giusta deve assolutamente riprendere la riflessione per una tassazione sulle transazioni finanziarie e mi batterò per questo.

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