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Cronaca

Progetto Safe In, il placement in azienda fino al 70 per cento

“L’obiettivo non è imparare un mestiere. È eccellere in quel mestiere”. È un motto che calza a pennello per il progetto Safe In, che Fondazione Adecco per le Pari Opportunità e JPMorgan Chase Foundation hanno promosso da inizio 2018 (per due anni di durata) a Roma e Milano e destinato a titolari di protezione internazionale in Italia. La frase è stata pronunciata da Gianni Del Bufalo, direttore generale di Fondazione Il Faro, ente di formazione che per Safe In collabora con Fondazione Adecco su Roma e l’occasione era più che importante: la consegna degli attestati di fine corso di panificazione e pizzeria. Una cerimonia fondamentale che si è svolta in una mattinata di sole alla presenza di Michaela Imperatori, responsabile Sviluppo Progetti di Fondazione Adecco per le Pari Opportunità, coordinatrice di Safe In per il quale segue ogni fase e conosce i percorsi personali dei beneficiari. I quali, proprio nel giorno della consegna degli attestati, erano già al lavoro prima dell’alba: la quindicina di corsisti di Safe In sono arrivati alle 5 del mattino, infatti, per preparare il pane e le pizze che a fine evento sono stati distribuiti a tutti i presenti.

“Durante il corso i partecipanti iniziano non solo a confrontarsi con le basi tecniche del ruolo ma anche e soprattutto ad assumere il giusto approccio al lavoro e alle sue regole e dinamiche”, spiega Imperatori, che ha collaborato con Massimo Biagiotti Lena, responsabile didattico de Il Faro, e il mastro panificatore e pizzaiolo Michael Dendrai, 40enne arrivato da minorenne dall’Albania e formatosi proprio in un corso della Fondazione: sono queste le persone che hanno guidato il gruppo di rifugiati alla conclusione positiva del corso, come testimonia l’alta qualità dei prodotti preparati, impartendo il know how lavorativo e risolvendo ogni tipo di dubbio o difficoltà degli apprendisti.

Quello che si è concluso da poco non è il primo corso che viene attivato grazie al progetto Safe In: “Siamo al terzo in meno di un anno. Il placement dei precedenti corsi è stato del 70% e ci auguriamo sia lo stesso anche per questo”, specifica la Responsabile Sviluppo progetti di Fondazione Adecco, che durante i mesi di lezioni teoriche e pratiche ha voluto anche che i corsisti incontrassero ex allievi che oggi lavorano, come il 25enne originario della Nigeria Abero Sangare: “non abbiate paura a chiedere le cose tante volte, più lo fate più imparate. E se venite ripresi perché vi viene chiesto di fare meglio non è un fallimento, anzi è la via per diventare bravi”, racconta peer to peer durante la propria testimonianza, che riusciamo a seguire dal vivo. “Grazie a quanto imparato qui ora mi sento sicuro di me stesso sul luogo di lavoro”, aggiunge. Il confronto con chi ha già svolto positivamente l’apprendistato e ora è inserito in un’azienda è un momento piuttosto importante per il nuovo gruppo di rifugiati, perché la loro motivazione spesso cresce proprio sulla base del riscontro concreto dell’utilità del percorso: si sta parlando, dopo tutto, di individui sradicati dalla propria terra d’origine e spesso vittima di viaggi drammatici ma desiderosi di rifarsi quanto prima una vita autonoma e serena.

“Le persone che partecipano al corso hanno tutte una caratteristica in comune: non sono agganciate al passato ma guardano tutte al futuro”, ribadisce Michela Arioni, educatrice e mediatrice culturale di Fondazione Il Faro, che svolge il ruolo di tutor in questa fase del progetto Safe In. È evidente la grande energia che gli allievi mettono in campo, utile ad aumentare gradualmente anche la capacità di apprendimento. Durante le lezioni pratiche si lavora sui rudimenti della cucina italiana in primis ma nello stesso momento si rafforza la capacità di relazionarsi al gruppo e la conoscenza dell’italiano.

La consegna degli attestati di fine corso, molto partecipata anche dalle diverse associazioni che a vario titolo collaborano con Fondazione Adecco e JPMorgan Chase Foundation nell’implementazione di Safe In, è un momento in cui l’energia di cui si parlava poche righe più sopra diviene palpabile: l’integrazione è nei fatti e nella normalità delle relazioni, e non servono chissà quali giri di parole. “Sapere fare è diverso da semplicemente sapere, e qui avete imparato a sapere fare”, sono le parole che la presidente de Il Faro Samaritana Rattazzi, figlia di Susanna Agnelli, (fondatrice della Fondazione) rivolge ai ragazzi del corso. Loro in risposta annuiscono, decisi e anche un po’ commossi. Perché ora finisce l’apprendistato ma inizia un’altra parte fondamentale della loro strada, quella in cui dovranno essere messe a frutto le competenze: “le aziende sono già alle porte e sono pronte ad offrire un’opportunità a queste persone nel loro organico, ma l’avventura è solo all’inizio: l’avvenire di questi ragazzi ora è nelle loro mani e nella capacità che avranno di far riferimento e mettere in campo le loro risorse personali. Il nostro compito è osservarli e guidarli verso il futuro che meritano”, conclude Michaela Imperatori.

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