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Cronaca Politica

Raffaele Cantone denuncia la “mafia bianca” senza lupara: è un fenomeno diffuso e molto regionale

Si tratta, dice Cantone, di una mafia diversa da quella tradizionale, ma che condiziona ugualmente l’ambiente sociale con intimidazione e omertà, si nutre di corruzione e aggredisce i gangli della pubblica amministrazione. In certe Regioni l’esempio

Qualunque professionista o società abbia avuto a che fare con lo strapotere di certe Regioni -soprattutto quelle “autonome”, che in diversi casi non hanno più alcuna ragione di essere tali- ha conosciuto una “mafia bianca” inossidabile e consociativa, basata sulla penetrazione capillare e familistica nei gangli del potere, con grandi e privilegiate risorse pubbliche completamente sottratte al controllo dello Stato -anche grazie alla complicità in molti casi della magistratura, contabile e non, e della stampa locale-, distribuite esclusivamente e persino per via ereditaria tra e dai capi-cosca.  Costoro sono sono sempre gli stessi, passati da un regime all’altro senza perdere un grammo del loro potere più o meno occulto, totalmente “legibus soluti” in nome magari di vari pretesti autonomistici. 

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Vi sono scandali e ruberie di importo colossale -a volte emersi per puro caso o perché l’inchiesta era temporaneamente finita nelle mani del pubblico ministero sbagliato- passati completamente sotto silenzio, e persino superiori al giro d’affari di “mafia capitale”. Queste regioni periferiche sono lontane dai riflettori mediatici, anche perché, come si diceva, la stampa locale è completamente asservita. Le amministrazioni locali bianco-mafiose hanno spesso bisogno di “ganci” nell’amministrazione centrale dello Stato: a questo provvedono con solerzia i parlamentari della regione, che poi, al termine dei loro mandati di onorato servizio (alla Regione e non certo ai cittadini), trovano sicuro e strapagato rifugio tra le domestiche mura dei poteri locali. Capi a vita di qualche ente, dal quale continuano indisturbati -e, anzi, omaggiati quali “padri della Regione”, magari autonoma e in nome dell’autonomia- a tessere trame. La vera mafia bianca, caro Cantone, che condiziona, come Lei dice, l’ambiente sociale con intimidazioni e omertà e -aggiungiamo- emargina sistematicamente chi non ne rispetta i dettami, è anche e soprattutto questa. Speriamo che da “mafia capitale” si passi presto a scoperchiare “mafia regionale”.

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Dice Cantone a “La Stampa” a proposito della decisione della Corte d’Appello di Roma sul Mondo di mezzo: “Una sentenza di fondamentale importanza perché riguarda un nuovo tipo di mafia, diversa da quella tradizionale delle bombe e delle stragi, ma che condiziona ugualmente l’ambiente sociale con intimidazione e omertà, si nutre della corruzione e aggredisce i gangli della pubblica amministrazione, in particolare un pezzo del Comune di Roma”. 

“Si tratta – aggiunge – di una mafia differente da quella tipica, che evoca meno immagini di bombe e lupara ed è più connessa ai colletti bianchi. Come aveva già peraltro configurato la Cassazione in fase cautelare, Mafia capitale è un sistema in cui la corruzione rappresenta una penetrazione mafiosa nel territorio”. Il presidente dell’Autorità anticorruzione dice che non è “diversamente pericolosa dalle altre. Perché mette in discussione la regolarità delle attività della pubblica amministrazione, lo spirito di concorrenza delle imprese e il diritto di accesso alle risorse pubbliche. Averne riconosciuta l’esistenza restituisce fiducia ai cittadini nella Pubblica amministrazione“.

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Cantone osserva che “in passato la politica si muoveva alla pari rispetto alla mafia, mentre oggi svolge un ruolo ancillare. E, come dimostra anche Mafia capitale, oggi i politici vengono coinvolti nelle trame mafiose non per interessi di partito ma prettamente personali“.

Quel che accade da sempre (ndr) nelle periferiche realtà regionali.

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