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Cronaca

Regole e costi del lavoro in Europa: analisi comparativa in vista delle elezioni

Si fa presto a dire “Unione”. Nonostante la zona Euro e i forti legami commerciali tra i 28 Paesi comunitari, le regole e i costi del mercato del lavoro in Europa sono molto diversi da uno Stato all’altro.

Il primo elemento di disparità è di natura economica. Per quanto riguarda il costo del lavoro, i dati relativi al 2016ci dicono che il costo orario medio era pari a 25,40 euro all’interno dell’Unione, 4 euro in meno rispetto alla media della Zona Euro. La media però non restituisce l’ampiezza della forbice: in Bulgaria un’ora di lavoro costa all’azienda 4,40 euro, in Danimarca 42. Nel mezzo ci sono il Beglio (39), la Francia (36), la Germania (33), l’Italia (undicesima su 28, costo medio: circa 29 euro l’ora) e via via tutti gli altri, con i Paesi Baltici e la Romania vicini al minimo bulgaro.

Da notare però che a variare molto è l’impatto dei costi non salariali (il cosiddetto cuneo fiscale), con la Francia (33,2% del costo salariale orario) che paga in percentuale più di tutti in questo tipo di oneri. In questa classifica l’Italia è al quinto posto, con il 27,4 % di media, mentre l’incidenza più bassa si registra a Malta (6,6%). Va da sé dunque come incida la scelta di dove stabilirsi per una qualsiasi multinazionale che scelga di insediarsi in Europa.

Le stesse differenze interne restano se si parla di stipendi medi. Secondo i dati Ocsesuisalari medi annuali, nell’Europa a 28 si va da un massimo di 63.062 dollari del Lussemburgo ai 22.576 dollari dell’Ungheria. In Italia il dato è di 36.658 dollari. Ma si tratta di una media, che è da rapportare anche al costo della vita. È utile allora guardare anche dove si concentra la maggiore presenza di lavoratori a basso reddito. In questo caso, la maglia nera va alla Lettonia (25,5%) e alla Romania (24,4%), mentre al primo posto si trova la Svezia (2,6%). In Italia la percentuale è al 9,4%.

L’Europa appare divisa anche sul fronte dei salari minimi fissati per legge. Quasi tutti i Paesi dell’Unione europea garantiscono un salario minimo ai propri lavoratori, tranne Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Svezia e Italia.

I22 Stati membri che l’hanno introdotto si possono distinguere in tre gruppi: i Paesi dell’Est, con un salario minimo al di sotto dei 500 euro; quelli del Sud tra 500 e 1.000 euro; quelli a Ovest e Nord, che superano i 1.000 euro. Si va dai 235 euro della Bulgaria ai 1.999 del Lussemburgo. Vale a dire che quello lussemburghese è ben nove volte maggiore di quello bulgaro.

Questo per quanto riguarda i conti. Analisi comparative riguardano anche le regole del mercato del lavoro.

A cambiare molto sono le ore di lavoro settimanali per ciascun Paese. In Italia generalmente si parla di40 ore settimanali spalmate su 5 o 6 giorni, anche se per legge è previsto un massimo di 48 ore, proprio come in Spagna dove comunque si spalmano 40 ore sui 5 giorni.In Francia invece da circa vent’anni l’orario settimanale è stato ridotto a 35 ore, sopra cui inizia lo straordinario (che si paga almeno un 10% in più). Nel Regno Unito rimane il limite “italiano” di 48 ore, ma la media è tarata su 17 settimane, dunque nulla vieta di accumulare ore durante un certo periodo e ridurre il carico in un altro momento, purché la media sia rispettata.

In Germania l’orario settimanale è di 35 ore, mentre si scende ancora se si va in Norvegia (33) e soprattutto in Olanda, dove si spalmano 29 ore su 4 giorni…

Fonte

 

 

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