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Cronaca

“Solo cose belle”, il film che Salvini non si deve perdere

Il paradossale movente di “Solo cose belle- le cose belle prima si fanno poi si pensano”, l’opera d’esordio da regista del documentarista-educatore riminese Kristian Gianfreda, che racconta la vicenda rocambolesca dell’arrivo di una casa famiglia in un piccolo borgo romagnolo (San Giovanni in Marignano) è l’infelicità. Esattamente l’infelicità che Gianfreda, come racconta a vita.it, immaginava «di trovare la prima volta che ho messo piede in una casa famiglia». Era il 1997 e «dovevo uscire con un amico, solo che invece che al pub mi porta in una struttura della Papa Giovanni XXIII di don Benzi. Sordomuti, poveri e disabili. Tutti insieme. L’infelicità me la immaginavo così». E invece? «E invece è bastato avvicinarsi un poco per capire che erano persone felicissime». Gianfreda ha 25 anni e studia legge all’università. Di punto in bianco molla tutto e va a vivere in una casa famiglia: «Volevo capire come era possibile, vi lascio immaginare la felicità dei miei genitori…». Ma è lì che si accende la scintilla che lo porterà a girare “Solo cose belle”. Il titolo evoca una frase tipica di don Benzi. Quello era il suo modo di rispondere alla domanda “come stai?” anche quando le cose non andavano esattamente nel verso giusto. Da ospite e volontario della Papa Giovanni XXIII rimane quattro anni. «E ci sarei rimasto tutta la vita, se non mi fossi sposato, don Benzi mi ha accalappiato e risolvendomi i dubbi, ma ha ribaltato per tutta la vita: i di questa gente, delle case famiglia, mi innamorato», postilla il regista, che nel frattempo aveva ottenuto la qualifica da educatore professionale.

Il film, venuto alla luce con un budget di meno di 500mila euro, grazie a un faticoso lavoro di raccolta fondi a cui ha contribuito anche la rete e le cooperative della Papa Giovanni XXIII (che fra l’altro hanno messo a disposizione anche il supporto logistico e parte della scenografia, oltre a qualche attore), segna un salto nella carriera di videomaker di Gianfreda: «Un film, e in particolare come in questo caso una commedia, ha un linguaggio molto più efficace per raggiungere un più largo di quello che potrebbe fare un documentario per “addetti ai lavori”». L’idea, esplicita e riuscita, era quella di girare un film politico. «Un film che con il sorriso di don Benzi fosse in grado di ribaltare i punti di vista», dice l’autore. Anche quello del ministro e vicepremier Matteo Salvini che poche settimane prima della la presentazione in Senato di “Solo cose belle” aveva attaccato le case famiglia «che tengono in ostaggio migliaia di bambini»? «Sì, certo: si renderebbe conto che la marginalità può diventare la protagonista di un cambiamento positivo per se stessa e per la comunità».

Un tasto su cui batte anche Carlo Maria Rossi, l’attore che veste i panni di don Alberto, il prete di San Giovanni all’inizio molto prudente, quasi intimorito. «Il mio personaggio», esordisce, «rappresenta la coscienza di un piccolo paese che di fronte all’arrivo di una combriccola improbabile pensa di essere impreparato, per poi scoprire che c’è una possibilità alternativa, una possibilità affascinante, una possibilità che prima non aveva considerato e che invece è praticata, e pur fra mille difficoltà e il film non le nasconde, è reale. È questo quello che uno come Salvini potrebbe capire vedendo “Solo cose belle”. «Io stesso», chiosa Rossi, «prima di incominciare le riprese, studiando il copione e l’esperienza della Papa Giovanni, mi chiedevo come queste case famiglia potessero stare in piedi». La risposta? In teoria non c’è e nemmeno la si ritrova nel film: «la risposta è semplicemente il fatto che le case famiglia esistono. Esiste gente che vive e sceglie di farlo insieme a disabili, disadattati, prostitute, carcerati…perché pensa che gli “ultimi” siano molto più interessanti e molto meno “ultimi” di quello che pensiamo tutti noi, Salvini incluso». Ma cambiare idea si può. E le cose belle possono aiutare a farlo.

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