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Cronaca

Veneto, “lavatrice” degli investimenti dei clan

A lanciare l’allarme è il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, che individua la regione come il posto adatto per riciclare il denaro

In Veneto la criminalità organizzata ha «approfittato di un’insufficiente attività di prevenzione e contrasto per mimetizzarsi nel tessuto economico attraverso un rapporto di convergenza di interessi con il mondo delle professioni e dell’impresa». A metterlo nero su bianco, nei mesi scorsi, è stata la stessa commissione parlamentare antimafia, secondo cui in Veneto «non sono stati utilizzati in maniera sistematica e intensa» quegli strumenti di prevenzione che altrove al Nord «hanno prodotto risultati significativi». Anche a Venezia e dintorni, dunque, la presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso si sta facendo sentire, intervenendo in settori come edilizia, commercio, sanità e trasporti, ma anche rifiuti, turismo e accoglienza dei migranti.

«Proteggere l’economia del Veneto è la priorità assoluta» ha detto da Treviso a fine marzo il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho. Il magistrato ha sottolineato come sia un campanello d’allarme l’aumento degli incendi, perché «laddove si moltiplicano c’è truffa o un fatto d’intimidazione». «Le criminalità, le mafie s’infiltrano laddove c’è possibilità di ricavare profitti e soprattutto laddove si registrano alcune difficoltà economiche, perché in quei settori riescono a infiltrarsi senza comparire», ha spiegato il procuratore nazionale antimafia. A richiamare l’attenzione anche il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, secondo cui il Veneto è «una grande lavatrice» che la mafia e le altre criminalità organizzate vedono «come un luogo in cui investire il denaro sporco, riciclandolo, così da ottenere capitali puliti».

Secondo la Dia, in Veneto c’è una presenza ancora non radicata ma accertata della ‘ndrangheta, con persone che fanno riferimento a vari clan, come testimoniamo iniziative come “Breakfast”, portata a termine fra Reggio Calabria, Catanzaro e Vicenza, con l’esecuzione di quattro misure cautelari, o “Black Monkey”, che ha disarticolato l’organizzazione criminale riconducibile a un esponente di spicco della ‘ndrina Mazzaferro. Una delle ultime inchieste si è conclusa a gennaio con l’esecuzione di sedici ordinanze di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari per i reati, a seconda delle posizioni, di associazione a delinquere finalizzata a riciclaggio, autoriciclaggio, falsa fatturazione e traffico di stupefacenti. Tre delle persone arrestate erano state già coinvolte in un’operazione della Dda di Catanzaro – denominata “Stige” – in cui veniva contestato agli indagati il 416 bis.

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