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Home Cultura

Cento anni fa la fine della censura di guerra sulla posta. Fu un gran giorno

by Redazione
31 Marzo 2019
in Cultura
Reading Time: 5 mins read
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censura telegrammi lettere

Wikipedia/Commons

Piazza Venezia a Roma nel 1919

Dopo la fine della Grande Guerra, l’11 novembre 1918, gli italiani hanno aspettato il primo aprile 1919 per poter tornare ad inviare liberamente telegrammi, lettere, cartoline e pacchi all’interno del Regno. Una stringente censura postale era in vigore dal 23 maggio 1915, il giorno precedente l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria.

Un provvedimento restrittivo molto sentito, che ha avuto ripercussioni dirette sul quotidiano degli italiani: i telegrammi – gli sms dell’epoca – erano il principale strumento di comunicazione veloce per la gente comune così come tra gli Stati. 

La fine progressiva della censura

Con una disposizione datata venerdì 21 marzo 1919, il ministero dell’Interno dispose che “col 1° aprile sia abolita la censura sui telegrammi circolanti nell’interno del Regno, esclusi quelli diretti alla zona di guerra o provenienti da essa. In conseguenza, con tale data saranno soppressi anche gli speciali uffici di censura telegrafica interna, istituiti presso le prefetture e sottoprefetture del Regno”. Così recitava il provvedimento pubblicato successivamente sulla Gazzetta Ufficiale e sul Bollettino del Ministero delle Poste e dei Telegrafi, specificando tutte le disposizioni del servizio.

In effetti, l’Unione Postale Universale (UPU) vietava la censura in assenza di conflitti militari. Anche la convenzione di Ginevra non ammetteva la censura della corrispondenza di un paese che non fosse ufficialmente conquistato e militarmente occupato.

Tuttavia rimasse ancora in vigore la censura sui telegrammi da e per i territori dell’Italia settentrionale che continuavano ad essere definiti “zone di guerre”, precisamente nelle provincie di Udine, Belluno, Brescia, Padova, Mantova, Sondrio, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza. A queste si aggiungevano le zone confinanti del Trentino Alto Adige con l’Austria, e nei confini settentrionali e negli orientali con la nuova nazione in formazione del Regno dei Serbi – Croati – Sloveni sulla linea stabilita dalla conferenza di pace di Versailles. In parte di questi territori la censura venne soppressa dal governo Nitti nel mese di luglio 1919, nell’intento di normalizzare il clima postbellico.

Ugualmente fino al 1920 non fu possibile ricevere ed inviare liberamente telegrammi all’estero, che continuarono ad essere spediti agli uffici di censura speciali di Milano, Genova e Roma.

Cosa significava la censura su telegrammi e corrispondenza

Nel Novecento venne convenuto a livello internazionale che in tempo di guerra era possibile, in deroga alle normative postali sull’inviolabilità degli scritti e regolamentata dall’Unione Postale Universale, procedere alla censura sistematica e ufficiale della corrispondenza. Significava cancellare nomi oppure trattenere gli scritti non autorizzati che non sarebbero mai arrivati ai destinatari.

Le comunicazioni sottoposte a censura non concernevano solo gli oggetti postali ma ovviamente tutti i possibili canali che potevano trasmettere notizie, compreso pacchi, vaglia, telegrammi, telefoni, radio.

Nello specifico, i telegrammi sia civili che militari erano controllati sia alla partenza che all’arrivo; nel primo caso all’interno della trasmissione era inserito nelle indicazioni d’ufficio la parola ‘Vistato’ oppure alla stazione telegrafica d’arrivo sul modulo già compilato e prima della chiusura e la sigillatura era applicato il bollo personale del censore che firmava il modulo.

Durante la Prima Guerra mondiale lo sforzo censorio era rivolto soprattutto ad evitare diserzioni e disfattismo, o casi di resa al nemico dei combattenti, fatta nella speranza che la prigionia fosse meglio del fronte dove si rischiava la pelle. Nei documenti d’archivio della Grande Guerra si trovano anche prove di richiami ai parenti da parte dei militari a moderare le espressioni per “non passare guai”.

Proprio per salvaguardare la sicurezza nazionale ed evitare che notizie trasmesse dai militari e dai civili potessero essere divulgate anche inconsapevolmente e danneggiare la collettività, il 23 Maggio 1915, il giorno prima dell’entrata in guerra contro l’Austria-Ungheria, con Regio Decreto venne istituita la censura postale da attuarsi con opportune commissioni militari e civili su tutta la posta inviata sia dai militari che dalla popolazione civile. Erano escluse le corrispondenze diplomatiche e quelle di servizio degli uffici statali o militari. Il sistema censorio dipendeva dal Servizio Informazioni del Comando Supremo Militare. 

L’importanza del telegramma

Al livello mondiale per la prima volta venne inviato da Samuel Morse il 24 maggio 1844, coprendo la distanza da Washington a Baltimora. Il messaggio conteneva una citazione biblica dal libro dei Numeri: What hath God wrought! (“Che cosa Dio ha creato!”). 

In Italia il primo telegramma venne spedito nel 1869 da Bari a Modugno. Nel 1880 fu introdotto il modello 30, adeguandosi alle norme internazionali, sostanzialmente uguale al precedente Mod. 41: un foglio ripiegabile in modo da consentirne la chiusura, che avveniva  con sigilli ufficiali gommati di vario tipo e con timbro a secco applicato sul modulo.

Uno strumento potente che fu parte integrante di questa pagina di storia del Novecento,  che ha veicolato messaggi da spy story decifrati dai servizi segreti e d’informazione, oltre ad essere considerato un canale di propagazione di alcune ideologie. Oltre ad annunci di decessi e lieti eventi, telegrammi e corrispondenza in tempi di guerra hanno veicolato una narrazione del basso di quanto stava accadendo sul fronte e a chi era rimasto a casa.

Al lato pratico, per inviare un telegramma a quei tempi il mittente si recava in uno dei centinaia di uffici telegrafici sparsi su tutto il territorio nazionale, compilava l’apposito modulo con nome, cognome, dettagli del destinatario e testo. Il messaggio veniva trasmesso tramite telegrafo elettrico grazie a un sistema strutturato con linee adeguate e apparati ricetrasmittenti dislocati in modo capillare ai quattro angoli del Paese. 

Si poteva spedire un telegramma anche dagli uffici postali che non erano attrezzati telegraficamente, facendo inviare il testo scritto su apposito modulo all’ufficio telegrafico più vicino in busta aperta raccomandata e con etichetta rosa di servizio. Il dovuto era pagato con francobolli applicati al modulo inviato per la trasmissione e annullati dall’ufficio di partenza.

Procedura inversa era usata se il destinatario era residente in località sprovvista di telegrafo; dalla stazione telegrafica ricevente vicina al destinatario, il testo captato era inviato con una raccomandata a lui diretta; dopo qualche tempo il modulo postale fu inviato con il servizio espresso.

La trasmissione era effettuata col sistema Morse appunto tramite telegrafo elettrico. Le comunicazioni su grandi distanze erano possibili grazie ai cavi sottomarini che sin dal 1873 correvano dall’Europa all’Egitto, con un collegamento che transitava da Brindisi. Successivamente vennero posate linee che attraversarono l’Oceano Atlantico per il collegamento con le Americhe: nei primissimi anni ’20 il cavo ad opera dell’Italcable fu steso tra l’Italia e l’Argentina, partendo da Anzio (Roma) passando per Barcellona, Malaga, Le Canarie , Capo Verde, Rio de Janeiro, Montevideo e Buenos Aires. Successivamente, il 16 Marzo 1925, fu inaugurato il collegamento tra Roma e New York passando dalle isole Azzorre.

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