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“Il Meticcio” di Federica Fantozzi, l’Ascia nera in una Roma noir

federica fantozzi il meticcio marsilio

La mafia nigeriana, un oscuro traffico internazionale di diamanti, una giornalista atipica, provvista di “killer instinct” e fiuto da segugio, una Roma mai così decadente, melmosa e inquietante, con corriere dell’Ascia nera chiamato “Bambino”. Sono i segni distintivi de “Il Meticcio”, il nuovo romanzo di Federica Fantozzi, appena uscito per i tipi di Marsilio. Un caso a sé, quello di Fantozzi, che unisce atmosfere da intrigo internazionale, a tratti degne di un film di James Bond, con elementi presi dall’attualità, compresi il capolarato, il terrorismo, la criminalità organizzata. Il che si spiega anche con il fatto che l’autrice è, di suo, una giornalista. Con il “Meticcio” è alla seconda puntata di una trilogia inaugurata con “Il Logista”, che due anni fa fece molto parlare di sé.

“Nei miei libri non c’è una scaletta, un canovaccio, un ordine o una gerarchia”, spiega Fantozzi all’Agi. “Nemmeno io so cosa succederà alla fine del capitolo che sto scrivendo. Ad un certo punto, è un’immagine ad accendere la luce nella mia mente e a far partire il libro: una scena, un personaggio, un’azione. Nel “Logista” era l’assalto di un commando terrorista ad un resort delle Maldive: uno Zodiac nero, le sagome affusolate dei sub, l’acqua scura della notte. Nel “Meticcio” tutto è nato dai passi esitanti di un bambino che sale su una specie di palafitta di legno, in mezzo alla giungla brasiliana, dove si trova il corpo della giovane madre. Toccherà a lui farsi coraggio e raccoglierne l’eredità: il biglietto per una nuova vita”.

Ne “Il Logista” lo sfondo era la minaccia del terrorismo internazionale, la paura molto contemporanea del terrore “all’angolo della strada”, vedi alla voce Bataclan. Questa volta ci racconti una storia molto oscura legata alla minaccia crescente della mafia nigeriana. “Mi intriga il nemico che salutiamo tutti i giorni senza riconoscerlo”, spiega Federica. “Il lupo travestito da agnello, lo specchio in cui rifiutiamo di riconoscerci. Il male non è lontano e avulso da noi: si insinua, cresce e si nutre della nostra indifferenza e delle nostre paure ad affrontare i cambiamenti della realtà”. 

 Nel “Meticcio” uno dei protagonisti è la città di Roma, ritratta in maniera inusuale, ben lontana da quella della “Grande bellezza”: una Roma è decadente, più brutta che bella, melmosa e oscura. E’ una scelta consapevole? “Sì e no”, risponde Fantozzi. “Dopo aver letto le prime bozze del “Logista” un’amica mi disse: non vogliamo proprio metterci qualcosa di carino su Roma?  Solo lì mi resi punto di come avevo ritratto la mia città: sporca, triste, ma soprattutto rassegnata. Usciamo di casa e zigzaghiamo tra le buche, ci tappiamo il naso per la puzza di monnezza, occhieggiamo cauti i gabbiani voraci. E il clima impazzito, che ricopre il Tevere di alghe tropicali, non giova”.

 “Il Meticcio” è un libro in cui si parla anche molto di giornalismo. Amalia Pinter, la protagonista del libro, è una cronista, ma le difficoltà sul suo lavoro crescono ogni giorno di più. Come spiega l’autrice, c’è stanchezza di fronte alla crisi crescente della carta stampata: “E’ una delle cicatrici che Amalia si porta addosso in questo secondo romanzo: la fine delle illusioni. Il suo piccolo “quotidiano corsaro” perde copie e senza pubblicità annaspa. Gli editori, remote entità con sede a Montecarlo, si rivelano uguali a tutti gli altri e inclini ai “tagli lineari”. Il caporedattore, un buon diavolo che viene dalla gavetta vera, si vede costretto alle marchette, travestite da “attenzione al lifestyle”, ed è sperduto. I cronisti si ritrovano catapultati in un mondo di cocktail, eventi mondani e fiere canine in cui trovare sponsor affinché la nave non affondi. Amalia prova rabbia e amarezza, anche se la partecipazione a un’asta di pietre preziose in cui viene venduto un rarissimo diamante rosso risulterà determinante per l’indagine in cui è coinvolta”.   

Federica Fantozzi

Uno dei personaggi più affascinati del romanzo è un corriere dell’Ascia Nera soprannominato Bambino, spiega la scrittrice. “E’ un personaggio che si è guadagnato uno spazio ben oltre le mie intenzioni. Era nato come secondario e marginale: uno dei tanti corrieri dell’Ascia Nera, spedito attraverso i continenti con un incarico. Al punto che non gli avevo dato un nome ma solo un soprannome. Era ispirato dagli africani che incontriamo a ogni angolo: diamolo loro una moneta oppure no, ma non li guardiamo mai in faccia. Invece Bambino, sgomitando, ha preteso attenzione, raccontandoci una storia per niente banale. E’ una preda o un cacciatore? Un ragazzo disperato o il detentore di un segreto pericoloso? Comunque vada, in qualche modo alla fine sarà lui a vincere”.

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