Zygmunt Bauman è stato un grande filosofo e sociologo polacco. La società odierna, da lui descritta come “liquida” è assenza di punti di riferimento, certezze, strutture, in cui la sola etica si rivela essere il consumo.

La società liquida è quella in cui viviamo: si apre, nella visione del sociologo, in quel periodo che chiamiamo post-modernismo. Come ogni definizione terminologica temporale, soprattutto di tempi che stiamo ancora vivendo e in cui siamo totalmente immersi, è molto vaga e racchiude diverse sfaccettature della società: architettura, pittura o letteratura possono vantare tutte un periodo post-modernista.

Ma, al di là di classificazioni di poco conto, la tesi di Zygmunt Bauman è che oggi la nostra società è liquida in quanto priva di strutture, di elementi fissati, di certezze.

In questo dissolversi di sicurezze anche lo Stato, come garante dei diritti di una comunità, viene sempre meno: individualismo e soggettivismo divengono le malattie di una società che non riesce più a garantire i diritti e valori.

E quindi, per soggetti che hanno perso qualsiasi valore morale, il valore economico diventa il tratto distintivo: è il consumismo imperante che ingloba ogni singolo aspetto della nostra vita.

Il tratto distintivo di questa smania del comprare e dell’apparire ha anche un tratto specifico: una volta che il singolo riesce ad appagare il proprio desiderio comprando un oggetto tanto ambito e ammirato, esso diventa quasi immediatamente obsoleto. Basta osservare come si siano evoluti gli smartphone nell’ultima decina di anni, o le nostre televisioni: aggeggi sempre più sottili, più smart, più recettivi ai comandi vocali e così via. Con un costante incremento di pezzo, ovviamente. Certo, la tecnologia corre veloce. Ma è anche l’uomo, tecnico per evoluzione, a incrementare sempre di più le sue conoscenze in modo, in seconda battuta, da creare un nuovo modello di iPhone ogni anno.

Tutti questi acquisti, questa smania da Mazzarò verghiano, diventano solo un continuo accumulo vizioso senza scopo alcuno. Se non l’apparenza che, a ben vedere, arricchisce di poco il cielo stellato della nostra morale.

E la cultura, in tutto ciò, dove si colloca?

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Bauman, in questo saggio di recente uscita, coglie bene la tendenza di questo secolo, che già era già stata individuata senza troppo sforzo da un artista come Andy Wharol: “Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti”.

Il che se da un lato indica la fugacità di questo tempo, d’altro canto esplicita senza troppi arabeschi la tendenza alla perdita di significato del prodotto artistico. Alla fine, in un mondo dove mancano segni che possano dire qualcosa, dove tutto è stato detto e Duchamp ha già rovesciato la sua fontana, tutto può essere arte. E, alla fine, nessuna arte è più davvero attuabile.

Anche i prodotti culturali, oggi, sono mercificati: c’è una tendenza all’accumulo, una ricerca continua nel nuovo che immediatamente stufa. Un frenetico tramestio di arte e artisti che, però, alla fine non lasciano segno alcuno nella storia del mondo.

Come vengono meno le norme in ogni aspetto della società, così nella cultura non vi sono più regole fisse, normatività tanto care a Virtruvio. Tutto è, essenzialmente, commercio.

Non vi è più un’idea cultura che poteva essere quella illuministica, o quella della paideia greca: non si deve più nobilitare l’uomo, insegnarli qualcosa, arricchire il suo bagaglio culturale.

Vale molto di più l’inedia a cui si abbandonano oggi i nuovi sedicenti amanti dell’arte, mollemente seduti su sedie di design costosissime, leggendo cataloghi di mostre a cui sono andati solo per arricchire la propria collezione di raffinati intellettuali.

Non c’è più il coglimento del prodotto artistico in quanto tale, la sublime bellezza di un quadro, l’estraniante osservazione attenta di una statua.
Le mode vanno troppo veloci per potersi godere un’istante di eternità con un prodotto artistico.Dovremmo imparare, invece, a selezionare. Non tutto è arte, non tutto è cultura, non tutto ciò che la moda impone è perfetto.

Perché, in un mondo in cui l’uomo è onnivoro, finirà per non riconoscere più nemmeno la propria cultura. Le proprie radici.

E un uomo senza radici culturali, senza diritti e senza speranze in una società senza elementi fissi può ancora definirsi tale?

(Artspecialday)

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