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Jesse, che vinse quattro ori a casa di Adolf…con un paio di scarpe tedesche

Nell’aprile del 1931 Berlino fu scelta dal Comitato Olimpico Internazionale per ospitare i Giochi Olimpici del 1936. A "casa" di Adolf Hitler, Jesse Owens fu il primo atleta di colore a essere sponsorizzato, nientemeno che dal fondatore di Adidas
 Jesse Owens salta per l'oro 1936
Olimpiadi di Berlino 1936: Jesse Owens salta per l'oro. Credits olimpyc.org

Adolf Hitler sarebbe stato chiamato a guidare il governo tedesco solo nel gennaio del 1933. I preparativi furono imponenti: un nuovo stadio per l’atletica da centomila posti, sei palestre, un’avveniristica rete di trasmissione radio capace di raggiungere quarantuno Paesi nel mondo e un sistema di riprese a circuito chiuso che permise alla regista della propaganda, Leni Riefenstahl, pioneristiche riprese per il film Olympia.

Il Primo Ministro Adolf Hitler fece dei Giochi un’opportunità mediatica di campagna razziale di supremazia della razza ariana. Il giornale ufficiale del partito nazista, il Völkischer Beobachter, suggerì esplicitamente il bando degli atleti ebrei e di colore. Nonostante la voce della stampa di partito, minacciato dai boicottaggi delle rappresentative nazionali, già orfane degli Spagnoli, il cui Fronte Popolare annunciò l’Olimpiade Popolare di Barcellona e dei Sovietici, interessati alle proprie Spartachìadi dei Popoli dell’Unione Sovietica dal 1928, Hitler cedette. Ammise gli atleti ebrei e di colore con una speciale eccezione per l’atleta tedesca Helene Mayer, di padre ebreo.

Jesse OwensLa macchina della retorica aveva fatto del fisico ariano, biondo, longilineo e asciutto l’ideale non solo della bellezza estetica, ma anche della superiorità intellettiva e atletica. Nessuno, nel vecchio continente, si sarebbe aspettato che la stella dell’olimpiade venisse da Oakville, Alabama, e fosse il figlio di un raccoglitore di cotone, scuro di carnato e brevilineo: James Cleveland Owens.

Il piccolo James Cleveland era il più giovane di una nidiata di dieci figli partoriti dalla devota Mary Emma Fitzgerald e da Henry Cleveland Owens, nel 1913.

All’età di sette anni il macilento James, dalla salute costantemente minata dalle bronchiti e dalla polmonite, contribuiva all’economia domestica raccogliendo circa cento libbre di cotone al giorno. All’età di nove anni la famiglia lascia l’Alabama e si trasferisce a Cleveland, nell’Ohio, stato del nord dei grandi laghi, quasi come fosse un segno del destino, quel loro secondo nome. Come loro, circa un milione e mezzo di afro americani prende la strada dal sud schiavista e terriero per il progressista e manifatturiero nord, in quella che gli storici chiamano Grande Migrazione.

Proprio a Cleveland, un insegnante gli chiede il nome da scrivere sul registro e lui risponde semplicemente con le iniziali JC gei sii. Distorte dal suo forte accento meridionale, quelle due lettere intese dall’orecchio dell’insegnante diventano Jesse: il giovanotto è così ribattezzato. Continua ad aiutare la famiglia come calzolaio, galoppino del droghiere o bracciante per carichi e consegne. Nel tempo libero corre e corre, incoraggiato da Charles Riley suo allenatore all’istituto tecnico inferiore, che apre il campo d’allenamento per lui prima delle lezioni.

Il primo passo verso il proprio destino lo calca a Chicago, in Illinois, dove Jesse eguaglia il primato mondiale nei novantuno metri piani e salta per atterrare dopo sette metri e cinquantasei centimetri, per la gioia degli spettatori del campionato nazionale scolastico del1933.

Entra all’università con un’ottima fama di podista ma senza borsa di studio e può perfezionare l’iscrizione solo dopo che il padre trova lavoro stabile. Jesse corre ancora per otto titoli nazionali NCAA individuali, quattro nel '35 e quattro nel '36, record eguagliato solo nel 2006 da Xavier Carter.

Jesse OwensContinua a lavorare per pagare l’università, vive all’esterno degli edifici universitari insieme agli altri atleti di colore e durante le trasferte alloggia in alberghi e pasteggia in locali per soli neri, for blacks only. Il venticinque maggio del 1935, alla manifestazione Big Ten nel Michigan, Jesse rompe tre record mondiali e ne eguaglia un quarto sui cento metri piani, fermando il cronometro a nove secondi e quattro centesimi. Una delle migliori prestazioni di sempre.

Nell’anno successivo è selezionato per prendere parte ai giochi olimpici. Nella Berlino nazista, grondante di bandiere rosse e nere, al cui centro campeggia la svastica, un popolo in festa accoglie gli atleti in competizione. La rappresentativa americana è particolarmente denigrata per i suoi atleti di colore, inferiori e imperfetti sostituti dei superiori bianchi ariani. Ma la realtà supera la fantasia e Jesse Owens, l’uomo nero dell’Alabama, corre i cento metri in dieci secondi e tre vincendo l’oro davanti a un altro afro americano.

Il giorno seguente, 4 agosto 1936, compete nel salto in lungo. Il suo avversario più accreditato è proprio un tedesco, perfetto stereotipo della gioventù ariana, ventunenne biondo, alto un metro e ottantaquattro. Lutz Long è l’idolo del tifo di casa. Jesse mette a rischio la finale del pomeriggio, con due tentativi nulli, ma poco prima dell’ultimo tentativo è proprio Long a farsi avanti e consigliare all’atleta americano di staccare poco prima, indicando il punto con un nastro. Grazie al consiglio del tedesco, Jesse si qualifica.

Jesse Owens e Luz LongNel pomeriggio l’italiano Arturo Maffei è quinto, il tedesco Wilhelm Leichum quarto, il giapponese Naoto Tajima conquista la terza piazza. Sulle ali del tifo di casa Long salta sette metri e ottantasette, è primo. Owens salta otto metri e zerosei. Campione olimpico, seconda medaglia d’oro e primato mondiale. Il primo a congratularsi è proprio Long, che non rivedrà mai più e morirà sul fronte italiano, a San Pietro Claranza in Sicilia, nel '43.

Il cinque agosto arriva la terza medaglia, nei duecento metri piani, battendo ancora un afro americano, e poi la quarta, nella staffetta 4x100 dove segna un nuovo record del mondo.

Quattro medaglie d’oro in quattro gare individuali. Un primato che vedrà solo Carl Lewis arrivare a tanto, nell’Olimpiade di Los Angeles del 1984, boicottata dai Sovietici.

Tutto questo, portando ai piedi un paio di Gebrüder Dassler Schuhfabrik, scarpe offertegli da Adi Dassler, fondatore dell’Adidas, una volta raggiunto al villaggio olimpico prima dell’inizio delle gare. Il primo atleta di colore a essere sponsorizzato.

Nonostante abbia sovvertito la demagogia della propaganda, Owens non riceve alcun invito ufficiale da Franklin Delano Roosvelt, presidente degli Stati Uniti. Al rientro niente è cambiato, e i neri devono sedersi comunque sui sedili nel retro degli autobus.

Il primo riconoscimento ufficiale arriva solo nel 1976 quando il Presidente Gerald Ford gli conferisce la Presidential Medal of Freedom: "Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo mostrando al mondo che un afro-americano appartiene al mondo dell’atletica".

Senza riconoscimento e un lavoro stabile, Owens vive di fortune finanziarie alterne. Fumatore accanito, si ammala di cancro ai polmoni e abbandona le piste a sessantasei anni. Il presidente Bush, una decade dopo, gli conferisce la medaglia Congressional Medal of Honor, per le sue vittorie a Berlino.

Un vero e proprio trionfo: non solo per l’atletica, ma per l’intera umanità.