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Conti pubblici: effetto deficit, la prossima manovra parte da 35 miliardi

I numeri diffusi il 7 maggio da Bruxelles gelano le ambizioni della manovra d’autunno. Che prima di occuparsi di flat tax, misure per la famiglia e degli altri interventi rilanciati da quel che resta della campagna elettorale dovrà scalare una montagna che cresce nelle sue dimensioni: almeno 35-40 miliardi da trovare per recuperare le mancate correzioni del deficit degli ultimi due anni e gestire gli aumenti di Iva e accise già messi nei conti. Una cifra imponente, che da sola supera di slancio il valore dell’ultima manovra ancor prima di mettere mano a qualsiasi intervento aggiuntivo.

I problemi segnalati dalle cifre della commissione sono due, intrecciati fra loro. Un debito che corre a ritmi da 1,5% del Pil all’anno, mentre nella maggior parte dei Paesi europei continua a scendere nonostante la congiuntura complicata per tutti, e un deficit strutturale che non accenna a ridursi secondo la commissione Ue. Che, come di prammatica, non tiene conto degli aumenti Iva messi in calendario per l’anno prossimo (e questo spiega la stima di deficit al 3,6%); ma nemmeno del piano extra di privatizzazioni da 18 miliardi “promesso” a dicembre per il 2019. Questi due fattori, insieme a una forbice un po’ più larga fra tassi di interesse e crescita nominale (complice l’ulteriore limatura dell’inflazione), spiegano il quadro a tinte fosche tracciato dalla Commissione nonostante le previsioni di crescita analoghe a quelle “prudenti” imposte dal ministro dell’Economia Tria nel Def.

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In ogni caso non sono le misure straordinarie a poter invertire una curva di deficit e debito che nei calcoli di Bruxelles è strutturalmente spinta al rialzo. Con due conseguenze, politiche ed economiche, chiare anche se ancora da definire nella loro scansione. Oltre a non rispettare la regola del debito, come ammette anche il Def appena approvato a Roma, il bilancio italiano ha mancato anche le mini-correzioni strutturali concordate negli ultimi due anni dopo trattative infinite con Bruxelles. Nel 2018 invece di tagliare il deficit di 5,5 miliardi (tre decimali di Pil) lo abbiamo alzato di 1,7 miliardi (0,1%); quest’anno lo aumentiamo di altri due decimali invece di ridurlo dello 0,1% come assicurato dal governo in extremis sotto Natale. L’eredità della mancata correzione, quindi, vale da sola lo 0,7% del Pil: 12 miliardi abbondanti.

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Impossibile che uno sforamento di questo tipo passi in cavalleria dando un colpo definitivo alla credibilità delle regole Ue. Proprio per questa ragione non mancano i Paesi che tornano a spingere per imporre all’Italia di avviare subito la correzione con un intervento in corso d’anno, in una discussione che potrebbe accendersi già giovedì 16 maggio all’Eurogruppo per sfociare a giugno con la presentazione delle «Raccomandazioni Paese». Prospettiva non semplice viste le elezioni e la scadenza autunnale della Commissione: ma in ogni caso la resa dei conti non potrà andare oltre la manovra d’autunno. E non solo per la disciplina contabile Ue che secondo esponenti della maggioranza italiana come il vicepremier Matteo Salvini è destinata a essere spazzata via dal voto. Perché le elezioni non cancelleranno le richieste dei mercati, che già da un paio di settimane hanno ricominciato a farsi sentire portando lo spread con i titoli tedeschi verso quota 260-270.

Appuntamento, si diceva, che può partire da una base fra i 35 e i 40 miliardi. Iva e accise ne valgono 23,5, ed evitare gli aumenti senza trovare coperture aggiuntive farebbe esplodere deficit e debito come certificato ieri da Bruxelles. La seconda voce del conto è quella delle «spese indifferibili», cioè le uscite obbligatorie che accompagnano ogni manovra. L’Ufficio parlamentare di bilancio le calcola in 2,7 miliardi per il 2020, per salire rispettivamente a 5,2 e 7,8 miliardi nel 2021 e 2022. La somma è però destinata a crescere ancora già dal primo anno, per esempio per il miliardo aggiuntivo appena promesso dal governo per il rinnovo dei contratti nella scuola (ma tutto il pubblico impiego aspetta il nuovo contratto perché l’ultimo è scaduto a fine 2018).

Su questa base vicina ai 27 miliardi si innesta la correzione del passato, che imporrà di recuperare almeno una parte dei 12 miliardi di mancato aggiustamento 2018 e 2019, e quella del presente. Ma lo stesso Def aggiunge un aggiustamento del deficit da 4 miliardi, in carico prima di tutto ai 2 miliardi aggiuntivi di spending scritti ma da attuare. Da questo punto di vista le stime di Bruxelles non contemplano grosse sorprese, perché l’aumento di deficit strutturale calcolato per il 2020 (1,2% del Pil) è praticamente pari agli aumenti Iva che le calcolatrici europee non considerano. Nei programmi italiani, si diceva, quest’ultimo aggiustamento è a carico della spending review: ma i due miliardi messi a preventivo per il prossimo anno (0,1% del Pil) da soli non bastano, e avrebbero bisogno quanto meno di una replica della clausola della spesa da altri due miliardi già attivata quest’anno. Riassumendo: un conto “pieno”, che contempli il recupero integrale degli sforamenti 2018-2019, volerebbe fino a 40 miliardi. Da qui partirà l’ennesimo round di negoziati con la Ue per scontare almeno in parte la vecchia mancata correzione oppure per far salire il deficit a quota 2,9% (ipotesi comunque finora smentita ufficialmente dal ministro Tria): in entrambi i casi, lo “sconto” difficilmente arriverebbe vicino ai 10 miliardi.

E flat tax, pacchetti famiglia e cuneo fiscale? Arrivano dopo, a meno di non decidere di sforare nettamente il tetto del 3% al deficit, avviando uno scontro frontale con Bruxelles e con gli investitori nei titoli di Stato.

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