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Decreto crescita, cantieri e reddito: le tre incognite sulla mini-ripresa

Nelle intenzioni del governo il decreto crescita avrebbe dovuto rappresentare il colpo di reni per far cambiare rotta alla congiuntura. Ma lo hanno azzoppato le settimane di complicata gestazione culminate nella quasi-crisi sul salva Roma, e percorse da un tira e molla continuo fra la ricerca di coperture e le esigenze contrapposte dei due azionisti di maggioranza.

Per le imprese risorse limitate
Nei numeri, quanto meno: perché il conto mostra che il cuore fiscale delle misure pro-imprese vale solo 70 milioni quest’anno, e 430 milioni nei prossimi tre. E più in generale le risorse aggiuntive messe sul piatto di quest’anno dal provvedimento si fermano sotto i 500 milioni. Arrivano al miliardo solo conteggiando gli altri 500 milioni destinati agli investimenti dei Comuni: ricavati però dal Fondo sviluppo e coesione, che è già finanziato dalle leggi di bilancio e quindi non può produrre effetti espansivi ulteriori.

PIL
Quadro tendenziale e programmatico. Variazione percentuale

Il reddito di cittadinanza costa meno del previsto
Si balla su numeri minimi, insomma: mentre al contrario cresce di giorno in giorno la stima dei “risparmi” dal fondo per il reddito di cittadinanza. L’ultima, indicata dal presidente designato dell’Inps Pasquale Tridico, parla di un miliardo, ma potrebbe crescere ancora. Notizia “buona” per i conti pubblici, ma cattiva per un quadro macro che sulla spinta alla crescita tramite consumi prodotta dal reddito di cittadinanza (calcolata in due decimali di Pil) poggia per staccare l’economia italiana 2019 dalla linea dello «zero». L’altro aiuto, sempre nella narrativa di governo sviluppata nel Def, dovrebbe arrivare dallo «sblocca-cantieri»: i cui effetti sono però attesi solo con la nomina dei commissari, rimandata dal decreto a una triangolazione tutta da costruire fra Palazzo Chigi, ministero delle Infrastrutture ed Economia.

Ci sono queste tre incognite alla base del percorso appena tracciato nel Documento di economia e finanza. Percorso non troppo ambizioso, perché la prudenza imposta dal ministro dell’Economia Tria sui numeri attribuisce all’accoppiata dei decreti crescita e sblocca-cantieri solo un decimale aggiuntivo di Pil nel 2019 per raggiungere l’obiettivo del +0,2%. Ma dopo la gelata certificata dagli ultimi dati di finanza pubblica ogni decimale diventa decisivo.

Anche perché i tentativi di rilancio dovranno continuare a fare i conti con una corrente quasi ferma, come avverte la Banca centrale europea. E proprio da qui si dovrà ripartire in autunno con la Nota di aggiornamento al Def, chiamata a disegnare i confini di una manovra che già ora appare complicatissima anche al netto delle fibrillazioni nel governo.

Verso una maxi-manovra
Al netto di sorprese improbabili, i numeri di settembre certificheranno due dati: l’aumento ulteriore del debito pubblico, già calcolato al 132,6% del Pil, anche alla luce della sfida quasi impossibile sulle privatizzazioni da 18 miliardi evidenziata anche dall’ultimo Rapporto dell’Upb. E un conto da almeno 30 miliardi fra aumenti Iva e spese obbligatorie, in un tendenziale che altrimenti vede già il deficit volare al 3,4 per cento.

Anche la cronaca delle ultime ore aiuta a fotografare la complessità del quadro. Il ministro dell’Istruzione Bussetti ha appena promesso ai sindacati un miliardo in più per il rinnovo del contratto degli insegnanti. Ma in lista d’attesa c’è tutto il pubblico impiego, dai ministeri alla sanità e agli enti locali: e i fondi messi in bilancio dall’ultima manovra porterebbero a aumenti medi da 10 euro lordi al mese. Cifra impossibile da mettere sul tavolo delle trattative.

Tutto questo senza calcolare i costi di una riforma fiscale che con toni e modalità diverse è stata rilanciata sia dalla Lega, sia dall’M5s sia da Tria. L’«avvio» della Flat Tax per le famiglie vale secondo le stime più prudenti fra gli 11 e i 15 miliardi: da aggiungere alla correzione strutturale e a una lista di interventi obbligati tale da creare una maxi-manovra.

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