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Deficit, sprint finale con la Ue: negoziato per arrivare al 2,2-2,3%

Servizioverso la nadef

Nella trattativa sui decimali Roma punta a una manovra «espansiva» ma nelle regole

di Marco Rogari e Gianni Trovati

25 settembre 2019


Manovra: impegno su Iva e bonus casa, si’ a tassa voli

3′ di lettura

Arriva al giro di boa decisivo il negoziato informale con la Commissione europea sui numeri della finanza pubblica italiana. La Nota di aggiornamento al Def, che non sarà sul tavolo del consiglio dei ministri di giovedì dedicato soprattutto alle deleghe per i ministri senza portafoglio, era attesa per venerdì, data ultima prevista dal calendario della programmazione di bilancio. Ma già ieri, in realtà, non si escludeva uno slittamento a lunedì, cosa che si è puntualmente verificata anche se il Governo puntava a evitarla anche per non debuttare con uno sforamento dei tempi nell’appuntamento più atteso.

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Tutto dipende da come si assesterà la girandola dei numeri sull’aspetto cruciale del deficit, che si porta dietro i possibili obiettivi di crescita per il prossimo anno e le prospettive per il debito pubblico. Dopo un 2019 che si chiuderà «con tutta probabilità con un deficit al 2%», come sostenuto ieri alla Camera dal viceministro all’Economia Antonio Misiani (Pd), Roma punta a rialzare un po’ il livello dell’indebitamento netto per il prossimo anno per gestire una manovra impiccata all’obiettivo di stoppare i maxi-aumenti Iva da 23,1 miliardi. «Siamo per una politica espansiva – ha sottolineato ieri il premier Conte da New York – ed è nell’interesse di tutti in Europa impostare una manovra che realizzi politiche di crescita». Resta però da capire in quale obiettivo di deficit 2020 si potrà tradurre la «nuova sensibilità in Europa» registrata sempre da Conte.

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Dopo l’Ecofin informale di Helsinki erano trapelate indicazioni che non andavano oltre il 2-2,1%, un livello che eviterebbe all’Italia una nuova correzione ma complicherebbe parecchio la ricerca degli spazi per cuneo fiscale e altre misure oltre allo stop all’Iva. Ma come in ogni negoziato le posizioni di partenza sono state diverse: nella maggioranza si è ragionato sull’ipotesi di spingersi anche verso quota 2,4-2,5%, livelli però difficili da far passare a Bruxelles. Il punto di caduta, insomma, continua a oscillare fra il 2,1 e il 2,3 per cento.

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