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I numeri degli scambi tra Italia e Cina

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Un rapporto in “solida crescita”, a cui dare “nuovo impulso” attraverso un aumento della fiducia politica reciproca e della cooperazione pragmatica. Pechino vede così il rapporto tra Italia a e Cina all’inizio del 2019, che nei prossimi giorni sarà sotto i riflettori per la visita in Italia, ancora non ufficializzata, del presidente cinese, Xi Jinping.

Una visita in cui è attesa la firma del memorandum d’intesa sull’iniziativa Belt and Road per la connessione infrastrutturale euro-asiatica lanciata nel 2013, oltre a diversi altri accordi di cooperazione bilaterale.

I dati del commercio bilaterale indicano una continua crescita e una riduzione del deficit commerciale italiano. L’interscambio tra Italia e Cina nel 2017 è stato di 42 miliardi di euro, in crescita del 9,2% rispetto all’anno precedente. Il deficit commerciale italiano si è ridotto di 1,37 miliardi di euro, a quota 14,9 miliardi di euro, con una crescita delle esportazioni del 22,2% rispetto all’anno precedente, a quota 13,5 miliardi di euro, mentre le importazioni sono salite a quota 28,4 miliardi di euro, in crescita del 4% rispetto al 2016.

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In un momento di rallentamento dell’economia cinese, che quest’anno prevede di raggiungere una crescita compresa tra il 6% e il 6,5%, ai livelli più bassi dal 1990, l’interscambio con l’Italia rimane sostenuto, in base agli ultimi dati diffusi dall’agenzia Ice di Pechino sui calcoli effettuati dall’Amministrazione Generale delle Dogane cinesi relativi a gennaio scorso: le esportazioni italiane verso la Cina sono aumentate dell’8,04% rispetto al gennaio 2018, mentre le importazioni italiane dalla Cina sono aumentate del 9,44%.

La presenza italiana in Cina

La presenza italiana in Cina si è fatta più intensa negli ultimi anni. L’attesa visita del presidente cinese in Italia segue di due anni la visita in Cina del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel febbraio 2017, quando Italia e Cina firmarono a Pechino accordi per un valore complessivo di cinque miliardi di euro.

La cooperazione tra Italia e Cina comprende tutti i settori più importanti delle due economie, dall’aerospazio all’agro-alimentare, passando per la cooperazione nei settori della cantieristica, dell’energia, e della finanza, questi ultimi rafforzati durante la visita a Pechino e Shanghai, a settembre scorso, del ministro dell’Economia, Giovanni Tria

Sempre a settembre, l’Italia è stata Paese ospite d’onore della Western China International Fair di Chengdu, nel sud-ovest della Cina, alla quale ha partecipato il vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, nella sua prima visita in Cina.

Poche settimane più tardi, Di Maio ha guidato la delegazione italiana alla prima edizione della China International Import Expo, introdotta da un discorso di Xi Jinping a difesa della globalizzazione. In quell’occasione, Italia e Cina firmarono quattro accordi che vedevano al centro alcuni tra i più grandi gruppi industriali italiani, da Leonardo a Fincantieri. Ansaldo Energia ha rafforzato l’intesa con Shanghai Electric, mentre il gruppo Zambon ha raggiunto un accordo per esportare in Cina il Fluimucil.

L’interscambio con l’Europa

Nel 2018, gli investimenti cinesi nell’Unione Europea e in Italia hanno, invece, assistito al protrarsi del declino già cominciato nel 2017, secondo l’ultimo studio del Rhodium Group affiancato dal Mercator Institute for China Studies di Berlino, pubblicato il 6 marzo scorso. Gli investimenti diretti esteri nell’Ue si sono fermati a quota 17,3 miliardi di euro, il 40% in meno del valore totale del 2017, e in calo di oltre il 50% dal picco raggiunto nel 2016, prima della stretta di Pechino sugli investimenti all’estero dei grandi gruppi cinesi.

Tre Paesi, Gran Bretagna, Germania e Francia, hanno ottenuto il 45% degli investimenti diretti esteri cinesi nel 2018: solo il 13% degli investimenti cinesi è arrivato nei Paesi dell’Europa meridionale, in cui è inserita l’Italia, un dato molto inferiore al boom registrato tra il 2012 e il 2015. Tra gli investimenti cinesi di maggiore rilievo vengono citati, per il 2018, l’acquisizione del gruppo di ricerca oncologica Nms da parte del fondo Hebei Sari V-Capital e l’acquisizione, avvenuta nelle ultime settimane del 2017, del gruppo del biomedicale Esaote da parte di un consorzio di imprese guidato dal gigante dell’e-commerce, Alibaba.

Nonostante il rallentamento, c’è ancora spazio per una crescita degli investimenti secondo lo studio dei due istituti. “Al momento attuale, l’Unione Europea rimane una regione attraente per gli investitori cinesi”, spiega il rapporto. “L’espansione del regime di screening degli investimenti negli Stati Uniti e il deterioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti potrebbe, almeno temporaneamente, sostenere gli investimenti cinesi in Europa”.

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