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Economia

Il nuovo Fisco riparte dalle emergenze ma prenota una stagione di riforme

Il Governo e le tasse

Clausole Iva, taglio alle tasse e lotta all’evasione richiedono iniziative urgenti, ma ci sono opportunità per rendere il prelievo più equo. Ecco le cinque sfide

di Marco Mobili e Salvatore Padula

9 settembre 2019


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3′ di lettura

Il Fisco riparte dalle emergenze: aliquote Iva , taglio delle tasse , contrasto dell’evasione . Oggi si apre la due giorni di confronto parlamentare che, con il voto di fiducia prima della Camera e poi del Senato, porterà il governo Conte-bis alla piena operatività. E l’eredità della “questione tasse” fa già sentire il suo peso e richiede un’attenzione speciale. Non a caso, nel programma del nuovo esecutivo giallorosso che verrà illustrato dal premier Giuseppe Conte, i capitoli dedicati al fisco occuperanno ancora una volta una posizione di rilievo. La prima emergenza è quella dell’aumento delle aliquote Iva che scatta il 1° gennaio 2020: una partita da 23,1 miliardi (che potrebbero diventare 28,7 nel 2021).

Miliardi necessari per la sterilizzazione dell’aumento Iva che – almeno nella narrazione della nuova coalizione di governo – è stato indicato come uno dei fattori che hanno portato alla nascita del nuovo esecutivo. Al secondo gradino, archiviata la “simil flat tax” di fattura leghista, c’è l’impegno di rendere più pesanti le buste paga dei lavoratori , individuando sia le risorse disponibili sia la strada migliore per farlo. Infine, c’è un ulteriore versante – quello del contrasto dell’evasione – sempre molto delicato da affrontare specie quando, come avviene ora, si è appena usciti da una stagione di condoni e sanatorie particolarmente generosa. Sullo sfondo altri temi altrettanto sensibili, dalla web tax alle semplificazioni, dalle misure per le imprese al destino dell’imposta fissa al 15% per le piccole partite Iva, che dal 2020 allungherà il suo raggio d’azione fino a 100mila euro di volume d’affari, con aliquota al 20% sulla parte che eccede i 65mila euro.

Le scelte del neo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e del premier Conte dovranno esser rapide, sapendo che dal loro esito dipenderà in buona parte il primo giudizio, dei cittadini oltre che dei mercati e dell’Europa, sull’operato del nuovo governo.

L’urgenza di decidere non obbliga a fare quello che tutti si attendono. È evidente, sotto un profilo generale, come lo scoglio principale sia quello delle risorse. Il nostro Paese deve contenere entro limiti credibili il ricorso all’indebitamento. Altrimenti si rischia di scivolare nuovamente nella dimensione “anti” – antiEuropa, antiMercati, antiTutto – che aveva fortemente segnato l’attività del precedente esecutivo, con le conseguenze che abbiamo visto.

Che fare, allora? Forse si deve provare a guardare oltre le emergenze. E rilanciare la “questione fiscale” in modo più organico, più completo. Per la prima volta, dopo almeno due anni di scontri e propaganda, il confronto sul fisco ha la grande opportunità di uscire dalla retorica della campagna elettorale permanente dove era confinato (in verità, in compagnia di altri trend topic, dall’immigrazione alla sicurezza). Si potrebbe scoprire che interventi meno estemporanei, meno improntati alla soluzione del singolo problema, possono consentire di raggiungere obiettivi più ambiziosi. Con la nostra pressione fiscale, non è immaginabile che nuove tasse possano finanziarie le misure allo studio (tra l’altro: dire subito “no alla patrimoniale”). Ma il sistema fiscale, si pensi all’Iva oppure alle tax expenditures, offre molte opportunità per rimodulare il prelievo, per renderlo meno ingiusto, più efficiente, a condizione che le risorse risparmiate servano per ridurre altre tasse. E per non ritrovarsi nel 2021 a dover nuovamente gestire una clausola di salvaguardia nel frattempo cresciuta fino a 28,7 miliardi di euro. Forse ci si deve ragionare.

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